Crisi di coscienza?

A dispetto delle apparenze, crisi è probabilmente la parola più amata da giornalisti e politici nostri contemporanei; anzi, chi è aduso a leggere i quotidiani e ad ascoltare i comizi (che ormai è praticamente la stessa cosa) probabilmente si sarà accorto che per queste due categorie professionali la storia pare essere nulla più che una sequela ininterrotta di crisi, una subentrante all’altra, che giustificano ed anzi impongono che ad esse, e solo ad esse, vada indirizzata l’attenzione non solo di chi, per ruolo, deve “prendere delle decisioni”, ma anche dell’intera opinione pubblica.

Questa visione, che spero nessuno si offenda se definisco desolante, dovrebbe suscitare la nostra preoccupazione assai più di quanto non faccia: perché, a concentrarsi unicamente su quello che qualcuno ha deciso essere il “tema del momento”, si rischia di sottovalutare tutti quegli avvenimenti che possono avere un impatto significativo sulla nostra vita, e di cui non ci occupiamo semplicemente perché non ricevono la “luce dei riflettori”; nell’ultimo anno, ad esempio, abbiamo sentito parlare di Covid-19 in tutte le salse (senza per altro capirci granché), e temo ci siamo convinti, anche perché indirizzati in questo senso dal marketing aggressivo di tutte quelle industrie farmaceutiche impegnate nell’“assalto alla diligenza” della ricerca del vaccino, che una volta “sconfitto” questo “tremendo nemico”, avremo risolto tutti i problemi che riguardano quella che, in senso lato, potremmo definire politica sanitaria; almeno, che li avremo risolti fino alla prossima “crisi”: ma credo che, vista l’attuale “indigestione”, non vivremo più una crisi, come giornalisticamente intesa, a “sfondo sanitario” per molto, molto tempo (dando per scontato, ovviamente, che quella attualmente in corso si risolva in un modo che non sia l’estinzione degli appartenenti alla specie umana). Ciò è falso: quanto avvenuto nei giorni scorsi nelle Marche, nel sostanziale silenzio non solo delle penne blasonate dell’opinionismo, ma anche di quelle, più modeste, che si limitano alla registrazione annalistica dei fatti, dimostra che molte brutte cose possono accadere, mentre la nostra attenzione è deviata altrove.

Riporto gli eventi, come li ha ricostruiti il Fatto Quotidiano: la consigliera regionale Manuela Bora, del PD (e quindi appartenente alla minoranza, visto che le Marche sono guidate dallo scorso settembre da una giunta di “centro”-destra, con un presidente in quota Fratelli d’Italia), ha presentato negli scorsi giorni una mozione in cui chiedeva che si applicassero la legge 194 e le linee guida del ministero della salute, gravemente disattese in un territorio che, a fronte di una popolazione di un milione e mezzo di abitanti, consentiva la somministrazione della RU486 (la cosiddetta “pillola abortiva”) solamente in tre ospedali; tale intendimento, certo nobile, non è stato raccolto dal consiglio regionale che ha respinto, a larga maggioranza, questa mozione, ed anzi ha deciso di vietare (aggravando così una situazione già non esattamente rosea) in tutte le Marche la prescrizione di questo farmaco all’interno dei consultori; allo stato attuale, dunque, nella regione è possibile abortire unicamente facendo ricorso ad un intervento chirurgico (di non elevata complessità… ma comunque un intervento chirurgico). Per questa proposta, per altro, la Bora è stata fatta oggetto di una demenziale protesta da parte di alcuni appartenenti al movimento pro life, che le hanno inviato 1450 pannolini, tanti quanti sono stati gli aborti praticati in regione lo scorso anno: iniziativa che dimostra che molti di coloro che hanno plaudito alla decisione delle giunta regionale, parlando, ad esempio, di “rifiuto di una cultura mortifera”, come ha fatto il leader del Family Day Massimo Gandolfini, non hanno neppure gli strumenti minimi per partecipare ad un dibattito su questo argomento; o, e mi scuserete se sono così prosaico, che non hanno capito un cazzo di cosa significa diritto all’aborto.

Qualcuno potrebbe dire che questa confusione (a volte, se non sempre, tutta interessata) è più che giustificata: l’aborto è da sempre una materia sensibile, su cui è difficile discutere razionalmente e senza scivolare rapidamente nell’emotività e, spesso, nell’insulto e nell’invettiva; io stesso, si potrebbe arguire, che pure non ho problemi a dichiarare che l’aborto è un diritto sacrosanto, ho più volte sottolineato (dovrei averlo fatto anche qui, in quello che è credo il primo articolo che su questo blog ho dedicato all’argomento) che non so se riuscirei a prendere la decisione di “sbarazzarmi del feto” (per utilizzare un linguaggio caro a certa polemistica), qualora la scelta mi riguardasse in prima persona, giusto? Giusto: peccato che, nel tempo, ho rivisto le mie idee in merito; soprattutto, perché mi sono reso conto che la scelta non potrà mai riguardarmi in prima persona, in quanto io (per ovvi motivi biologici) non posso portare a termine e neppure iniziare una gravidanza e, dunque, non dovrei mai essere coinvolto in una decisione che riguardi il momento in cui interromperla. Se non altro perché io possiedo già numerosi mezzi per rifiutare un figlio che non desidero, il che dovrebbe tornare ancora una volta a farci riflettere su un’annosa, irrisolta questione: forse, per ridurre il numero di aborti bisognerebbe investire maggiormente su una corretta educazione sessuale, piuttosto che prodursi in monologhi degni del Grand Guignol dai pulpiti che fin troppo spesso offrono, alla bisogna, giornali, televisioni, social network e perfino, a livello istituzionale (sigh), la città in cui abito.

Tra i molti, immeritati privilegi che la natura ci concede in quanto maschi, infatti, c’è anche quello di potercela, se vogliamo, dare a gambe subito dopo aver finito di introdurre il nostro seme nell’utero di una donna: una scelta che molti uomini fanno ancora oggi e che alcuni (Vittorio Sgarbi, ad esempio) addirittura rivendicano, e che è ovviamente impossibile per le appartenenti al sesso femminile. Sulla base di questo, datosi che appare appena giusto che nessuno (a parte il proprio senso morale) può obbligare una persona a farsi carico della genitorialità, l’aborto dovrebbe essere garantito alle donne, e dovrebbe essere lasciato a loro, e solo a loro, il diritto (e l’onere) di prendere la decisione di quando farvi ricorso, e di quando, invece, evitarlo, anche solo per semplice principio di equità; che, ricordiamolo per l’ennesima volta, significa trattare allo stesso modo situazioni uguali, ed in modo diverso situazioni diverse. Questo, per altro, spiega perché è più che corretto che della questione abortiva si occupino con tanto impegno i collettivi femministi: perché la contrazione di questo diritto è un mezzo concreto con cui il maschio tenta di riaffermare il suo dominio sulla femmina, dicendole, sostanzialmente (scusatemi se uso un linguaggio colorito) che lui può andarsene in giro a scoparsi chi gli pare e piace, mentre lei, nel caso in cui abbia la sfortuna di ritrovarsi con un futuro bebè nella pancia (e ricordiamoci che solo le api sono capaci di far figli da sole…), deve pagare pegno e sorbirsi prima nove mesi di passione, e poi la vita di difficoltà connesse al crescere un figlio, magari in solitaria.

Messo in questo modo, presumo (e spero), il dibattito sull’aborto assume tutt’altra dimensione, rispetto a quella a cui vogliono ridurla coloro che vi si oppongono, presentandolo come uno scontro di campo tra “la vita” e “la morte” o, in una variante che ultimamente sta prendendo piede con una facilità inquietante, tra “natalità” e “denatalità”: dimensione che è il più classico esempio del “parlare alla pancia delle persone”, che sono spontaneamente portate a preferire “la vita” e, di conseguenza, “la natalità”; d’altronde, e qui so di compiere un’affermazione controversa, sorvolando sulla domanda a proposito dell’equiparazione tra l’omicidio e l’aborto (che a me pare francamente ridicola: neppure la legge riconosce che il feto è vivo, finché non esce dall’utero della madre e compie il primo atto respiratorio completo), abbiamo davvero un motivo per scegliere la vita e non la morte, a parte le tare di una cultura che continua a parlare di “miracolo della nascita” e di “tragedia della morte”? Ancor di più: davvero esistono dei vantaggi riconosciuti, per tutti noi come comunità, se si sceglie di militare nelle schiere della natalità e non in quelle della denatalità? Quali sono questi vantaggi? Coloro che si sono opposti alla mozione della Bora nel consiglio regionale marchigiano sono riusciti, in questo senso, ad evocare solo il mito razzista della “sostituzione etnica”, per sostenere che è importante che le donne italiane continuino a fare figli ed a dare moschetti alla Patria. Un livello di discussione, se mi si permette, davvero infimo.

Infine, vorrei fare una breve considerazione sugli aspetti medico-legali di una risoluzione di questo genere: in Italia, vige ormai da qualche anno la “legge Gelli”, che stabilisce (semplifico brutalmente) che il medico che compie un qualunque atto che non sia previsto dalle linee guida scientifiche deve essere considerato responsabile degli eventuali danni che provoca. Tale legge ha suscitato tutta una serie di critiche, in gran parte giustificate, ma non è questa la sede per discuterne; sta di fatto che essa esiste e che, alla luce di ciò, è lecito chiedersi: in che situazione si troveranno quei ginecologi che non vorranno lasciare le Marche, ma che vorranno comunque continuare a non scegliere la via dell’obiezione di coscienza? Dovranno convivere con il terrore di vedersi addossate responsabilità che, piuttosto, dovrebbero essere rinfacciate a coloro che per bieco calcolo politico hanno scelto “la vita” e “la natalità”? Oppure salteranno nel campo degli obiettori di coscienza, come purtroppo, in passato ed anche attualmente, temo, fanno molti loro colleghi?

Una nuova occasione per essere opportunisti: grazie, è proprio quello di cui noi medici avevamo bisogno.

18 thoughts on “Crisi di coscienza?

  1. Come tu evidenzi bene, la questione dello sconcerto che l’aborto provoca è sempre figlio della condizione della donna. Si potrebbe dire che ne è “indicatore”. Considerando la donna pienamente e sola responsabile del proprio corpo, non possono esserci dubbi. Viceversa considerare che il maschio, la società, o chi altro diavolo per loro abbia un qualche diritto di prelazione sul corpo della donna è indice di come si consideri questo e la donna stessa.

    • Il problema è appunto che non siamo neppure riusciti a far comprendere che abortire o meno dovrebbe essere una decisione della donna, e non dello stuolo di figure mefitiche che costituiscono il costrutto sociale della “famiglia tradizionale”.

  2. non fa una grinza. traslando il concetto, è la stessa logica con cui si discute dell’IVA sugli assorbenti.
    p.s. io rimango comunque dubbioso sulla legittimità di provvedimenti regionali come questo che sono palesemente contrari all’universalità del SSN e alla garanzia dei livelli minimi assitenziali. probabilmente un ricorso porterebbe all’annullamento della direttiva.

  3. Ti do atto di aver coraggio di trattare un argomento così delicato, che interseca natura, aspetti sanitari, emotivi, religiosi.
    Devo essere sincero: sono proprio i motivi religiosi che mi spingono ad essere contrario all’aborto, tranne per i casi in cui sia in accertato pericolo di vita la madre.

  4. questo post mi ha messo in crisi per un punto; ci sto pensando da un po’ ma non so risolvere.
    premetto che sono del tutto favorevole alla legislazione che legittima l’aborto e, a differenza di kikkakonekka, anche nel caso che non vi sia nessun pericolo di vita né per la madre né per il feto, e intendo parlare per il feto di pericolo ben fondato di non poter condurre una vita prevedibilmente serena, perché mettere al mondo qualche disgraziato destinato a soffrire è mostruoso e disumano.
    eppure non riesco a parlare dell’aborto come di un “diritto” della madre.
    capisco che, se ci mettiamo su un piano giuridico. la definizione appaia inevitabile.
    però è proprio questo piano che crea un conflitto col diritto potenziale del nascituro.
    – a me pare che l’aborto dovrebbe essere semplicemente un fatto naturale, come il sesso o la morte: nessuno definirebbe il sesso un diritto, vero?
    la legge non dovrebbe stabilire che le donne ha il DIRITTO di abortire (i diritti esistono anche in quanto vengono negati); dovrebbe prendere atto che le donne abortiscono, se vogliono, e aiutarle nelle loro scelte, che sono scelte, non diritti.
    parliamo di DIRITTO all’aborto soltanto perché ci sono legislazioni intrusive che pretendono di togliere la libertà.
    ecco, forse sono arrivato al punto che non riuscivo a chiarirmi: io preferirei che si parlasse di libertà di abortire piuttosto che di diritto di abortire.
    fino a che parliamo di diritto della donna di abortire ci muoviamo pur sempre in un ambito concettuale nel quale riteniamo che la legge abbia il diritto di occuparsi di questi comportamenti delle donne e dunque ammettiamo pur sempre che la legge possa interferire con la libertà della donna di generare oppure no.
    ecco, ora mi si chiarisce ancora meglio: tu hai detto nel post che non sei sicuro di voler generare un figlio. definiresti questa tua scelta eventuale di non generare un diritto?
    e allora perché pensi che la donna che intende fare la tua stessa scelta debba farlo in nome di un diritto?

    • bort, questo commmento per me è stato illuminante. non avevo mai riflettuto su questa differenza tra libertà e diritto, e credo che tu abbia centrato in pieno il nodo concettuale che ruota attorno all’evento aborto (che, per altro, nella misura in cui è per la stragrande maggioranza dei casi spontaneo ed indipendente dalla volontà della madre, dovrebbe per ciò stesso essere considerato come evento naturale e non prettamente artificioso).

  5. è una bella distinzione tra scelta e diritto. direi che i diritti nascono (anche) per garantire le scelte. poi, il diritto all’aborto, sarà positivo o naturale? se dovessimo giudicare dalla storia, dovremmo dire positivo, anche se personalmente sarei più dell’idea che si tratta di un diritto naturale

  6. non la conoscevo. bella.
    c’è una variante dotta, credo di sant’Agostino, che dice che la conoscenza più la con-dividi e più si moltiplica. oddio, non è proprio una citazione letterale, ma ci somiglia…

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