Il soccorso di un eroe, per riconquistare la libertà

La mattina del 24 giugno 2016, utilizzando il suo profilo Twitter per uno scopo del tutto diverso da quello per cui sarebbe divenuto famoso (o per meglio dire famigerato) in seguito, J.K. Rowling dimostrò al mondo che il successo, ed il guadagno, che le avevano arriso in seguito all’invenzione di Harry Potter e di tutto il mondo che gli sta attorno erano ampiamente meritati. Commentando, infatti, i risultati del referendum che, il giorno prima, aveva sancito la volontà del popolo britannico (o forse sarebbe meglio dire del popolo inglese) di lasciare l’Unione Europea, quella che era ancora chiamata zia Jo dai suoi fan (gli stessi che ora, per quel fenomeno complesso che è la morte degli idoli, con ferocia eguale e contraria si accaniscono contro di lei, spesso giustificatamente) scrisse, con quel gusto per la frase icastica che ha reso famosi i suoi dialoghi:

Non ho mai desiderato la magia come in questo momento.

Ancora adesso, a distanza di quasi cinque anni, fatico sinceramente a trovare un difetto a questo enunciato (ma, d’altronde, a distanza di quasi vent’anni fatico parimenti a trovare un difetto agli scambi di battute che si trovano nei vari libri della saga ambientata ad Hogwarts, ed in particolare in quelli che hanno per protagoniste Minerva McGranitt e Luna Lovegood); se proprio fossi costretto ad indicarne uno, credo che potrei infine concludere che esso è stato fin troppo ottimista. Come infatti sa chiunque abbia mai proferito un’espressione così fatalista (o forse sarebbe meglio dire così fatale), quando si dice “non ho mai…” si sta sottintendendo “non solo non ho mai, ma non avrò mai”; e, certo, la Brexit è stata un punto davvero oscuro della nostra storia recente, soprattutto in ragione delle sue implicazioni psicologiche e sociologiche: pure, nessuno sarebbe disposto a negare, voglio sperare, che la pandemia, ormai divenuta così quotidiana da non aver bisogno di altra qualificazione che l’articolo determinativo, meriterebbe di essere risolta con uno sventolio di bacchette assai più che l’egoismo, o l’ignoranza, degli inglesi; soprattutto in questi giorni, quando ancora una volta pare intenzionata a riprendere forza, con l’impatto tanto devastante quanto usuale sulle vite di tutti noi (la regione in cui vivo, insieme a buona parte d’Italia, è da oggi in zona rossa, stato di “gravità” che non aveva mai toccato nonostante tra novembre e dicembre i pronto soccorso in cui lavoravo e lavoro fossero letteralmente inondati da pazienti positivi… i quali stanno timidamente iniziando a riaffacciarsi alle sue porte). 

Questo modo di ragionare è pericoloso, me ne rendo conto: è sbagliato da ogni punto di vista creare una gerarchia tra i guai occorsi all’umanità nel corso della sua storia. Bisognerebbe infatti riconoscere che essi sono stati tutti egualmente gravi, nel contesto in cui si sono realizzati (e per altro, una simile considerazione la facevo già in un articolo scritto alla fine di quello stesso 2016); soprattutto, è sbagliato perché chi fa simili pensieri rischia di porsi in uno stato di attesa messianica, che abbatte le sue capacità critiche e lo rende “ricettivo” nei confronti del primo uomo della provvidenza che passi, sia esso un Mario Draghi o un Matteo Renzi. 

D’altro canto, abbandonati come siamo alla deriva (rubo un’espressione molto azzeccata al mio amico bortocal), credo sia nostro diritto quantomeno immaginare (e l’immaginazione è una delle poche cose che il lockdown non dichiarato ma prossimo venturo non può chiudere… non in forza di legge, almeno) il soccorso di un eroe per riconquistare la libertà, come recitava l’introduzione di ciascuno degli episodi di una delle serie televisive che hanno segnato l’infanzia di coloro che appartengono alla mia generazione, Xena. Ad una simile operazione mi sono applicato qualche sera fa, quando la mia amica Anita mi raccontava di una giornata avuta al lavoro che era risultata, per motivazioni estranee al Covid, molto difficile, e mi confessava che avrebbe tanto voluto poterla risolvere con qualche incantesimo degno di quelli di Harry Potter (ed è stata questa sua ingenua considerazione a farmi balzare alla mente, in maniera oserei dire proustiana, il tweet della Rowling a margine della Brexit). Le ho confessato di provare, per cause diverse, sentimenti analoghi, ed anzi ho aggiunto, citando un’altra opera letteraria che entrambi abbiamo molto amato: “Dai, magari da qualche parte c’è una banda di ragazzini che sta violando il coprifuoco per ridare il senno ad Elianto, come nel libro di Benni (di cui per altro mi è capitato di parlare anche a queste coordinate, tanto tempo fa), ed alla fine lui scapperà dalla clinica dove l’hanno ricoverato e verrà a spiegarci come cazzo possiamo fare con questo Covid”. Lei ha riso, ed abbiamo cambiato discorso.

Lo ammetto: questa curiosa invenzione è nata da una mia necessità, quella di uscire al più presto da una conversazione che mi stava mettendo a disagio; sono infatti sempre in difficoltà, quando qualcuno a cui voglio bene mi confida i suoi crucci, ed io non  so rispondere altrimenti che con un: hai ragione, ma non so che consiglio darti (tacendo così, per altro, che non so neppure se un consiglio, quale che sia, possa esistere). Pure, dopo averla elaborata, ed aver constatato che aveva raggiunto il suo scopo, mi sono fermato a considerarla: e mi sono reso conto allora che essa poteva essere assai più feconda di quanto non mi era sembrata a prima vista. 

Come sa chi abbia letto questo blog anche una sola volta, sono infatti una persona letteraria o, per meglio dire, narrativa; ho vissuto immerso nelle storie fin da quando ero bambino, e tanto ci ho giocato che ad un certo punto esse sono diventate la mia passione: ne sia dimostrazione che quando, anni fa, ho dovuto scegliere un tema per quest’iniziativa, ho scelto appunto Storie. Questa mia passione ho deciso ad un certo punto, credo più o meno intorno ai diciotto anni, che doveva essere più di un lavoro (e d’altronde sono troppo pusillanime per aver il coraggio di scrivere per mestiere), un impegno, di cui il sito che state leggendo è la diretta conseguenza (e voi, le sue vittime innocenti); e so benissimo che, seppure ad un certo punto dovessi abiurare da questo mio proposito, resterebbe sempre vera, per me, quella frase notevole di Borges che ho letto in un suo libro-intervista: io mi ricordo molto di più di quello che ho letto che di quello che ho vissuto.

Ecco, probabilmente è per questo che ho vissuto un momento di speranza (per me praticamente inedito, nell’ultimo anno) e, oserei quasi dire, di tenerezza, ad immaginare, concluso quel mio scambio di battute con Anita, gli eroi dei libri che ho amato alle prese con la pandemia come lo siamo noi: Hermione Granger immersa nei molti, troppi studi scientifici che praticamente chiunque ha voluto pubblicare, nell’ultimo anno, sul Covid-19, che tenta di capirci qualcosa; il dottor Satagius, il medico “buono” di Elianto, in una semi-intensiva a mettere (o forse piuttosto a togliere) un casco per ventilazione non invasiva sulla (dalla) testa di un paziente ormai spacciato; Atticus Finch, l’eroe del Buio oltre la siepe, avvocato difensore (ovviamente, senza compenso) delle ragioni dei parenti dei primi morti di Covid in Lombardia, che hanno presentato una richiesta di risarcimento allo stato ed alla regione; il Maestro, separato dalla sua Margherita e rinchiuso non in un manicomio, ma in un reparto di malattie infettive, che nel delirio della febbre progetta di scrivere non quel romanzo su Gesù Cristo che infine, nel nostro mondo, ha pubblicato un medico ucraino di nome Michail Bulgakov, ma una Storia della confusione al tempo della peste, come bortocal ha suggerito nei commenti ad un mio precedente post… e magari Woland, il buon diavolo di quello stesso romanzo (quello del Maestro, o quello di Bulgakov?), che spunta avvolto da una nube sulfurea, invece che a Mosca, in una via di Roma, e che si presenta per quello che è sempre stato: una di quelle forze che opera eternamente per il male, e che fa eternamente il bene. E che magari, mentre cerca di portare quante più anime può all’inferno, finisce accidentalmente (ma più probabilmente per un suo preciso desiderio) per porre fine all’epidemia, ed al mondo scellerato che l’ha creata.

E può darsi che qualcuno considererà questa rapida carrellata quasi come un insulto al mondo della letteratura; ed io stesso, che l’ho redatta, mi rendo conto che essa potrebbe sembrare figlia della visione più smaccatamente escapistica di quell’arte meravigliosa: il mondo in cui ti trovi fa schifo (lo ha sempre fatto, ed in questo momento particolarmente), ed allora ti afferri alle storie per evaderne. Ma io trovo che, tra quelli che un uomo può compiere, ci siano pochissimi atti nobili quanto l’evasione: soprattutto quando, come in questo caso, è compiuta non allo scopo di dimenticarsi che il mondo esiste, ma per ricordarsi che altri mondi sono possibili; di più: che altre vite sono possibili.

E, mentre faccio questa riflessione (sicuramente poco conclusa e forse addirittura confusa) mi rendo conto che una narrativa, che non fosse quella tetramente banale del conteggio quotidiano dei morti e delle lacrimose “storie vere dai reparti”, è ciò che davvero ci è mancato, durante quest’anno di follia che non accenna a voler terminare; e forse è anche giusto così, se è vero quanto si scriveva nei commenti ad un bell’articolo di redpoz pubblicato tempo fa, a proposito della letteratura come mezzo per elaborare i lutti, ed i traumi (e questo trauma non è ancora terminato, e dunque non si è ancora trasformato in un lutto da elaborare). Ma, se aveva ragione Umberto Eco quando scriveva che la lettura è un’immortalità vissuta all’indietro, forse avremmo avuto bisogno che lei fosse un poco più presente nelle nostre vite, che a me (come a tutti gli altri, temo) sembra in questo momento di star assurdamente sprecando.

Il post che avete appena letto è il mio modesto tentativo di far questo.

21 thoughts on “Il soccorso di un eroe, per riconquistare la libertà

  1. abbiamo perduto la libertà? una doverosa prudenza nei comportamenti in una situazione sanitaria di emergenza ci sta togliendo la libertà? ma allora che cos’è la libertà? che libertà abbiamo in testa?
    la letteratura non è qualcosa di diverso dalla vita, è la vita stessa: chi ci può togliere la vita del pensiero, se non la morte?
    e difendersi dalla morte non è perdere la libertà, è difenderla.

      • Ad ogni modo, come in tutto ciò che riguarda la pandemia, io credo che il giusto sia da qualche parte nel mezzo (come per altro diceva pure quel tipo di Stagira). In questo caso, da qualche parte tra “voglio fare il cazzo che mi pare” e “chiudetevi in casa e uscite solo per lavorare”. Quale sia la parte precisa, però, francamente lo ignoro.

  2. mai amato l’etica di Aristotele e in particolare l’idea del giusto mezzo: come è possibile che il comportamento giusto possa scaturire da due comportamenti entrambi negativi, anche se diversi e talora perfino opposti, almeno apparentemente? dunque il bene non sarebbe altro che la mediazione fra diverse forme di male? povero bene!
    per fare un esempio e calare questa riflessione nel concreto, nella pandemia io non credo che il comportamento giusto possa nascere prendendo come punto di riferimento due diversi modi di sottomettere gli altri al proprio potere.
    il comportamento giusto va cercato in se stesso, ed è cercare di proteggere se stessi e nello stesso tempo gli altri. questo significa astenersi da contatti e attività sociali a rischio, fino a che non si percepisce che questo sta mettendo a rischio la salute mentale e non soltanto il bisogno di benessere o le abitudini. insomma sopportare il disagio fino a che non ci si rende conto che ci sta facendo proprio sbarellare di testa.

    • Be’, ma a me questo sembra un giusto mezzo, ma semplicemente applicato in senso “orizzontale” e non “verticale”. Anche tu ammetti l’attività sociale, quando l’isolamento ci fa uscire di testa.

      • sì, sono per la disciplina sociale, ma non per l’obbedienza cieca e semi-cadaverica dei gesuiti. quel che ho proposto non è affatto un giusto mezzo tra l’asociale che vuole fare il caxxo che vuole e l’asociale che vuole mettere a rischio la salute dei suoi sottoposti per non perdere il guadagno: è un bilanciamento spero equilibrato, ma tutto interno ad una logica sociale di comunità: non è giusto obbedire fino al punto di fare del male a se stessi, e dunque indirettamente anche agli altri che vivono attorno a noi.
        il giusto mezzo, aristotelico o no, era uno dei cavalli di battaglia della Democrazia Cristiana, che si poneva come giusto mezzo tra comunismo e fascismo.

      • questo è un problema vero, ma completamente diverso da quello posto inizialmente. per questo ho parlato di esame che ciascuno deve fare di quale è il suo concreto punto di resistenza rispetto alle limitazioni oggi necessarie, sapendo però il margine di rischio.
        d’altra parte la nostra idea post-moderna della socialità è diversa da quella storicamente prevalsa nella vicenda umana ed è condizionata molto dalla cultura del consumismo dominante. se si guarda alla storia abbiamo modelli di socialità molto vari e sempre largamente circoscritti; per la cosiddetta metà del cielo, il mondo delle donne, in molte culture la socialità era conclusa dentro la cerchia delle mura domestiche o quasi; per l’uomo primitivo per decine di migliaia di anni il sociale non era più ampio delle 20-30 persone della tribù di appartenenza; la socialità dei servi della gleba medievali e anche quella dei monaci non era molto diversa. noi viviamo in modelli di socialità diversi, la socialità urbana e poi la socialità mediatica trasversale. sono modelli culturali di socialità anche questi, e potrebbero dover essere cambiati. sono le forme di socialità del consumismo moderno e post-moderno, non sono un valore assoluto, anche se è il nostro modello mentale di socialità.
        poi potrebbe essere che la selezione naturale colpisca in particolare chi non se ne sa staccare.
        del resto non sono i piccoli rapporti interpersonali autentici la fonte principali del contagio, mi pare, ma i grandi addensamenti richiamati dal consumismo di massa: la movida, lo stadio, il centro commerciale, lo struscio del pomeriggio, i viaggi in aereo e le crociere sarebbero la socialità a cui non si può rinunciare?
        quanto alla socialità vera e autentica, dei rapporti interpersonali che contano, essa sta subendo limitazioni tutto sommato modeste, che dovrebbero risultare normalmente sopportabili. basta che io pensi alle limitazioni sociali vissute dai miei genitori pochissimi anni prima della mia nascita per trovare situazioni ben più devastanti.
        insomma alla mia generazione, forse un poco bastarda, molte lamentele fanno l’impressione del frignare di bambini viziati a cui è stato vietato qualche divertimento non essenziale.

      • Ma i bisogni non sono assoluti: nascono dal contesto in cui una persona cresce. E mi sembra quanto meno severo considerare che una (anzi, più di una) generazione cresciuta in modo diverso e con un’idea diversa della socialità sia semplicemente “viziata”.

  3. Personalmente, è da un po’ ormai che mi domando: che letteratura emergerà da questo periodo, da questa pandemia?
    Come sapremmo raccontarlo? Se sapremmo raccontarlo (che non è affatto scontato).
    Trovo la tua domanda “al prensente” (la letteratura, la narrativa che manca oggi) molto interessante, quasi provocatoria (nel senso che richiede una risposta). Mi trovi d’accordo quando affermi che sia mancata e che sarebbe stata necessaria – sarebbe stato necessario trovare un modo per inquadrare questa esperienza, per dargli una forma, un quadro d’insieme, una dimensione simbolica: qualcosa oltre la stretta dimensione individuale (come, azzardo, tanto il lutto quanto l’isolamento sono). Per un breve momento l’abbiamo avuta (o abbiamo creduto di averla): quella della riscossa collettiva. Ma, se anche fosse stata veritiera, è durata troppo poco rispetto alla pandemia.
    Forse questa pandemia, questo anno di pandemia, ci ha (avrebbe) fatto capire una cosa importante: la dimensione del flusso del tempo. Anche quando a marzo-aprile 2020 ci avvisavano che non sarebbe finita “prima dell’estate 2021”, pensavamo tutti che la pandemia sarebbe stata una crisi passeggera. Intensa, certo, ma breve. Qualche mese al massimo (infatti: in estate pareva fosse tutto terminato). Invece abbiamo scoperto, abbiamo vissuto, che la crisi puo’ durare. Questa, mi pare, è stata un po’ una rivelazione, perché l’abbiamo vissuta direttamente (crisi che durano ce ne sono parecchie, ma relativamente poche durano per persone specifiche, e comunque non per noi – penso alla “crisi migratoria”: una persona migra, ma vediamo la crisi solo nel momento del viaggio). Credo questo meriterebbe una riflessione.
    L’altro aspetto, sul quale invece ho piu’ dubbi, riguarda l’effettiva capacità della letteratura di assolvere il compito che le chiedi. Ho quasi l’impressione che la letteratura sia (un po’ come dice Eco) una “nottola di Minerva”, che arriva sempre dopo l’atto. Forse quello che potevamo avere in quei mesi (che possiamo ancora avere) era si’ narrativa, ma non di letteratura: di propaganda.

    • Ed infatti io pensavo soprattutto ad una letteratura collettiva, costruita dalle persone e per le persone, e quindi edificata “dal basso”: perché ti do ragione, la letteratura che si è costruita, è quella di chi aveva bisogno di fare propaganda. Proprio per questo ho proposto i miei eroi, che appartengono ad un mondo “ideale” condiviso con tanti altri; perché ci avrebbe consentito, quanto meno, di avere una dimensione comune che non fosse quella del “oddio muore la gente, è morto questo, ora ti racconto la storia!”. Altra dimensione che si poteva esplorare, in questo senso, era quella del mito… di cui in fin dei conti i fenomeni “cult” sono la forma post-moderna.

      • Il mito è uno stile letterario aldilà della mia comprensione – almeno “tecnicamente” parlando: come si scrive un mito? Cosa lo distingue da un buon romanzo? E’ solo questione d’ambientazione?
        Forse la nostra epoca ne ha perso la capacità

  4. a me sembra una constatazione oggettiva, alla luce della storia. mi sembra un grave abbaglio pensare che le epoche di benessere possano essere eterne; e comunque non è mai successo. tutte le società decadono e il crollo è tanto più brutale quanto più alte erano le mete raggiunte.

    • Ma tu stai dando per scontato che la socialità “larga” sia una conseguenza ovvia del consumismo, e che non possiamo conservare quella senza difendere questo. Per me, questo assunto non è così ovvio.

      • la tua obiezione è solida.
        non credo che la socialità larga sia una CONSEGUENZA del consumismo, credo che il suo bisogno ne sia piuttosto una PREMESSA.
        per essere meno oscuro: il consumismo accoglie prima e poi esaspera il bisogno di consumare; credo che faccia lo stesso col bisogno di allargare i propri rapporti sociali, che è naturale come gli altri bisogni.
        il limite del consumismo sta nel fatto di volere soddisfare tutti questi bisogni rendendoli potenzialmente illimitati.
        per questo una lotta al consumismo passa attraverso un ridimensionamento dei bisogni e anche del bisogno di socialità allargata, in se stesso molto naturale.
        la lotta al capitalismo passa attraverso la riconquista del senso del limite inevitabile. (sempre secondo me, naturalmente).

  5. certamente hai ragione; credo che il mio punto di vista sia molto particolare, tipico di una persona che ha vissuto sette anni in Germania, senza grandissimi contatti sociali, e che, tornato in Italia, ha scelto appena ha potuto una vita di relativo isolamento in questo borgo di 16 abitanti, dove peraltro nessuna proibizione è in grado di impedire la prosecuzione dei normali contatti; queste chiusure ricorrenti quindi non mi cambiano molto la vita, se non nell’impedirmi qualche escursione e viaggio, anche se pure per me un isolamento sociale completo è pesante; ma il fatto che i lockdown completi coincidano col trasferimento della famiglia di mio figlio da me altera totalmente la mia percezione del problema.
    poi certamente i contatti via internet alleviano l’isolamento; penso a quelli con mia figlia ad Abu Dhabi, che da un anno sono solo videochiamate.

  6. Pingback: la mia settimana virtuale fuoricasa dal 13 al 19 marzo 2021 – 124 – Cor-pus 2020

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