Il solito cane che morde un uomo

Il “principio zero” del giornalismo, attriuito a Joseph Pulitzer (sì, quel Pulitzer) recita:

un cane che morde un uomo non è una notizia. Un uomo che morde un cane lo è.

Credo ci siano state poche occasioni, nella storia ormai plurisecolare e non sempre gloriosa del giornalismo, in cui questa norma è stata infranta: l’ultima, a conferma del fatto che viviamo in tempi davvero eccezionali, pochi giorni fa, quando praticamente tutte le testate nazionali (escluso, forse, solo il magazine de Il mistero) hanno riportato l’ovvio, ossia che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), nei territori sottoposti alla sua giurisdizione, aveva autorizzato di nuovo, nonostante la segnalazione di alcuni eventi avversi che avevano portato alla sua sospensione precauzionale, la somministrazione del vaccino anti-Covid prodotto da AstraZeneca… sia pure, mi comunica in privato il mio amico ammennicolidipensiero, invitando la casa produttrice ad indicare sul foglietto illustrativo che, in condizioni molto specifiche, può accadere molto raramente che si manifestino particolari effetti collaterali, per altro sostanzialmente diversi da quelli che hanno causato la morte di alcune persone e terrorizzato l’opinione pubblica nelle scorse settimane. Insomma, l’EMA ha detto ad AstraZeneca: “Potete ricominciare a vendere il vaccino, ma fate un foglietto illustrativo che sia un foglietto illustrativo”.

A voler andare per luoghi comuni, si potrebbe dire che, come spesso accade quando si tratta di istituzioni europee, la montagna ha partorito il topolino:

  1. l’EMA aveva già autorizzato l’utilizzo di questo vaccino, che per altro, se non vado errato, è stato quello maggiormente rappresentato nella recente campagna vaccinale del Regno Unito (dove, mi pare, la gente non sta morendo in giro per le strade fulminata dall’embolia polmonare);
  2. resta tutto da dimostrare che gli eventi (certo drammatici, nessuno vuole negarlo) degli scorsi giorni siano in qualche modo correlati ad esso, ed in almeno un caso (quello di Sandro Tognatti, il “professore di Biella”) il vaccino sembra essere nulla più di quello che gli anglosassoni chiamano un innocent bystander, un passante innocente, e con un pizzico di malizia ci si potrebbe anzi chiedere se Repubblica ed il Corriere della Sera si sarebbero ugualmente interessati a quell’infarto andato a finire male, se quel passante non fosse passato proprio in quel momento;
  3. seppure AstraZeneca avesse prodotto per davvero un veleno (e badate, seppure fosse così non sarebbe la cosa peggiore fatta da un’azienda farmaceutica, in quello che altrove ho definito l’assalto alla diligenza che è diventata la rincorsa al vaccino), la statistica disponibile al momento sembra indicare che esso protegga da, e non predisponga a, embolia polmonare e trombosi venosa profonda: queste ultime, nella popolazione “normale”, colpiscono tra le cento e le duecento persone ogni centomila abitanti l’anno, mentre, facendo i conti della serva sui trentasette casi segnalati fin qui (a fronte di diciassette milioni di dosi somministrate), e tenendosi piuttosto larghi con le approssimazioni, tra gli “avvelenati” da AstraZeneca questo numero non arriva neppure a dieci.

Certo, ci sarebbero tantissime considerazioni metodologiche da fare in merito, ma al momento attuale dobbiamo ammettere che la “caccia alle streghe” cui abbiamo assistito nell’ultimo mese (a cui sta facendo ora da contraltare un altrettanto intollerabile asservimento dei mezzi di comunicazione alla pubblicità delle aziende farmaceutiche) sia stata totalmente ingiustificata, e che ragione ha avuto l’EMA a comportarsi come si è comportata… ed intendo qui dire che ha avuto ragione anche a bloccare l’utilizzo del vaccino nel momento in cui è parso che esso potesse far male, da un punto di vista squisitamente giurisprudenziale. Su tali questioni, la legislazione europea applica il principio di precauzione (“se anche solo credi che possa far male, non farlo”), e non solo nelle situazioni in cui vi sia un dubbio scientifico circa l’opportunità di autorizzare l’impiego di una data sostanza, ma anche quando tale dubbio sia di natura politica.

Ovvio che, se questo è ciò che è successo, ci si può legittimamente chiedere, considerando che la scienza tra prima e dopo il blocco è rimasta esattamente la stessa: come e perché è emersa o, per meglio dire, come e perché è stata creata questa necessità politica? Chi ne ha la colpa o, per usare una terminologia a cui proprio “grazie” alla pandemia in corso ho iniziato a fare più attenzione, di chi è la responsabilità? La risposta ovvia, sposata da molti “addetti ai lavori”, è che essa debba essere fatta ricadere tutta in capo alla stampa, la quale in effetti ha cavalcato in maniera non esattamente elegante (e sto largheggiando in eufemismi) una serie di tragedie che, verosimilmente, non avevano alcun rapporto tra di loro, allo scopo apparente di creare un serial killer minaccioso ed accattivante, ancorché incorporeo (o, forse, minaccioso ed accattivante perché incorporeo) da dare in pasto ai propri fruitori; e, in effetti, la narrazione sui “morti da AstraZeneca” ha ricordato molto da vicino quella di cui usualmente ci si serve per scrivere di cronaca nera (ad un certo momento ho creduto che il vaccino salutasse sempre), genere letterario che pare stia vivendo un periodo di stanca.

Tale interpretazione degli eventi, a mio parere, è tanto veritiera quanto parziale e semplicistica, perché si limita a spiegare solo l’aspetto relativo alla produzione del mito del “vaccino assassino”, e sorvola (in maniera sospetta) sull’altra componente che è stata necessaria perché una storiella a tinte fosche, come se ne sono viste molte, venisse creduta al punto da scatenare un’ondata di panico animalesco ed incontrollabile, per altro quando la fiducia nella stampa è ai minimi storici: quella della sua ricezione. Ed allora, perché essa è stata accettata così facilmente (almeno, questa è la mia percezione) da un così grande numero di scienziati, di ogni ordine e grado, che pure dovrebbero (che pure dovremmo) essere adusi, se non altro per motivazioni professionali, alla ricerca di spiegazioni il quanto più possibili complete?

Personalmente, ritengo sia perché essa è deliziosamente autoassolutoria, perché ci consente di dirci che, se le persone si bevono qualunque… vogliamo dirlo? Diciamolo… qualunque stronzata i giornali scrivano, la colpa non è altro che loro, che non sono stati baciati in fronte dalla Dea Canoscenza, e di quei biechi individui che si muovono strisciando nelle redazioni dei giornali. Ma questo è falso: la colpa della mostruosa disinformazione scientifica che esiste al giorno d’oggi è nostra, e solo nostra; siamo noi che non siamo mai stati capaci di comunicare la scienza: non lo eravamo in condizioni normali, figuriamoci ora, che la necessità di generare un “rumore di fondo” sulla pandemia ha reso grandemente complicato far giungere al pubblico anche solo un messaggio, quale che sia, figuriamoci un messaggio giusto.

La figura dello scienziato che abbiamo visto avere successo, fin da prima che il Covid-19 rendesse la presenza nel flusso della comunicazione di queste figure professionali tanto indispensabile quanto grottesca, è stata quella che lo rende una specie di papa: un uomo (perché ovviamente la scienza non è cosa da donne) che non deve farsi mai domande, perché è in possesso di tutte le risposte, della verità che assomiglia sotto molti punti di vista a quella di un dogma. L’unica differenza tra questa visione della scienza ed una religione tradizionale è l’autorità da cui questo dogma deriva, che nel caso di cui stiamo discutendo è quella di essere ricavata (senza che nessuno dica come) da delle misteriose entità che rispondono al nome di fatti; ma quante volte avete sentito dire i paladini della scienza da salotto televisivo ammettere che di un determinato argomento non ne sappiamo ancora abbastanza (e, adesso vi svelo un segreto, nella scienza non ne sappiamo mai abbastanza su nessun argomento)? Quante volte li avete sentiti introdurre la complessità del dubbio nei loro discorsi? Quante chiarire, alle folle di derelitti che si rivolgevano a loro alla ricerca di una certezza in questo mondo instabile, che non è la scienza che può fornire quelle certezze, perché non è una filosofia che pretende di produrre verità (e per altro, anche la filosofia dovrebbe aver chiaro, da Kant in poi, che la verità non può esistere se non dentro la nostra testa), ma un metodo per costruire modelli della realtà, per altro sempre migliorabili e, soprattutto, fallibili? Io, personalmente, mai: e dunque non mi stupisce che nella platea dei “divulgati” si sia ad un certo punto prodotta una spaccatura tra gli ortodossi, feticisti dei fatti, e gli eretici che si bevono ogni “scienza alternativa” per il semplice fatto che da quella ufficiale si sentono insultati (“siete degli ignoranti, state zitti ed adorate la nostra sapienza”) e rifiutati; i primi temevano, i secondi speravano in un fallimento clamoroso della stolida sicumera della scienza ufficiale: entrambi, comunque, lo attendevano, con terrore o con trepidazione. C’è davvero da stupirsi che abbiano sfruttato un’occasione in cui questo è sembrato essersi realizzato? C’è semmai da stupirsi del fatto che una simile “crisi” non si sia prodotta prima, in quest’anno in cui la scienza ha prodotto conoscenze in continuo mutamento sul SARS-CoV-2: il che, per altro, dovrebbe paradossalmente dimostrare che essa gode di ottima salute.

Un fallimento tutto comunicativo, dunque; che per altro ha reso evidente che Burioni e compagnucci hanno ragione, quando frignano che “la scienza non è democratica” e che “solo agli esperti dev’essere concesso di parlare”: e, visto che un immunologo ne capisce assai di linfociti, ma molto poco di comunicazione, forse sarebbe il caso di chiudergli i microfoni davanti al muso, per evitare, in futuro, guai peggiori.

8 thoughts on “Il solito cane che morde un uomo

  1. Sulla stampa sostengo da un po’ che sia tra quelli che dalla pandemia ne escono peggio… ricordo i titoli di repubblica, e penso di averci anche scritto un breve post, con paroloni come “paura in Europa” a caratteri cubitali. Al tempo stesso mi domando se questo non sia un problema tutto italiano.. il blocco di astrazeneca me lo sono spiegato collocandolo al centro di una campagna screditante che si sente da quando è stato approvato. Si è fatto di tutto, polemiche sull’età, sulle consegne, minacce di blocco dell’export.. a pensar male si fa peccato, ma io credo non sia un caso che proprio il vaccino prodotto in Uk sia quello incriminato. A guardare i dati rilasciati dagli inglesi, Pfizer non aveva un numero di reazioni avverse tanto diverso, ma qui in Europa in dati se li tengono stretti

    • È proprio a cose come questa che mi riferivo, quando accennavo alle “cose brutte” fatte dalle case farmaceutiche in questa corsa al vaccino… ed il brutto è che sono anche storiacce di questo genere (verosimili, anche se mai provate) a screditare tutta la categoria di cui, ahimè, faccio parte pure io. Se i vaccini erano così importanti, non si doveva lasciare che il mercato li fagocitasse.

  2. Per sicurezza ho chiamato i miei ex colleghi del Kent & Canterbury Hospital: confermano che non vi è un aumento significativo dei casi di TVP/PE nei pazienti non chirurgici. So che sentivi il bisogno di saperlo. Prego.

  3. C’era una grande richiesta, immagino. No, non di vaccini (anche di quelli, certo) ma di opinioni discordanti & ansiogene. I giornali e la televisione e le radio e i social han colmato questa richiesta.
    Hanno fatto bene? Non saprei, se non lo facevano loro lo avrebbero fatto gli altri (per “altri” intendo l’universo mondo). Ma c’era una grossa richiesta. Immagino che tutti abbiamo avuto un compagno di classe o di corso che continuava a chiedere informazioni su com’era l’esame x o andava consegnata la relazione e tormentando chiunque gli capitasse a turo, foss’anche il gatto dei vicini, fino a collezionare non meno di venti informazioni contraddittorie tormentando con esse qualsiasi compagno di studi gli capitasse a tiro. Ecco, la stessa cosa ma su scala mondiale.

    • Il problema è il motivo per cui si fa attualmente: la discordia è il sale della scienza. Ma qui serve solo a far casino… e, spiace dirlo, vale non solo per la stampa generalista, ma anche per quella specializzata.

      P.S.: sì, ne avevo. Credo oggi facciano tutti gli oculisti, ma comunque anche loro avranno detto la loro sul Covid.

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