Via degli Alpini, Spettri a Verona

(Qui una specie di chiarimento su questa rubrica)

Gli alpini sono il corpo di fanteria da montagna dell’esercito italiano. Sono stati fondati nel 1872 e sono entrati nella cultura popolare italiana durante la Prima Guerra Mondiale, quando furono tra i protagonisti della “guerra di montagna” sul confine tra il regno d’Italia e l’impero austro-ungarico, che li vide contrapposti ai loro analoghi tirolesi (gli schützen). Lungo il tratto di mura che costeggia la via veronese che da loro prende il nome, stanno allineate numerose targhe marmoree, che ricordano (anche) i combattimenti sulle cime alpine durante la Grande Guerra: che non fu, comunque, l’unica cui il corpo prese parte.

Tra il 1935 ed il 1936 si combatté in Africa la seconda guerra italo-etiope, di cui abbiamo già parlato a proposito di viale Colonnello Galliano, fortemente voluta dal fascismo e durante la quale vennero usate, da parte italiana, armi chimiche sulla popolazione civile; si abbandonò l’idea di ricorrere alle armi batteriologiche, caldeggiata da Mussolini, soltanto perché esse, come notato da Badoglio, avrebbero potuto coinvolgere nelle conseguenti epidemie anche degli italiani. In questa guerra si distinsero gli alpini e, in particolare, la divisione Pusteria, che per questo ha meritato un monumento nel centro di Brunico, in provincia di Bolzano, e che è celebrata anche in una delle lapidi della via veronese.

Tre anni dopo il termine di quella guerra, che porterà l’Italia a dichiararsi “impero”, mentre continuavano le operazioni di guerriglia della resistenza etiope (che, infine, avrebbe scacciato l’invasore italiano), un tenente colonnello degli alpini, Gennaro Sora, si rese personalmente responsabile dell’utilizzo di armi chimiche, ed in particolare di iprite, un gas vescicante altamente tossico, che causa la morte per scorticamento della cute. Sora se ne servì per costringere alla resa un gruppo di ribelli etiopi (gli arbegnuoc) che si erano asserragliati all’interno di una grotta a Zeret, nella regione etiope dello Scioa. In quella stessa grotta si trovava, oltre ai ribelli (che erano stati precedentemente messi in fuga dagli italiani) anche un ampio numero di civili, tra cui donne e bambini. Quando i ribelli, infine, si arresero, Sora ordinò che fossero fucilati, atto contrario alle convenzioni militari allora in vigore.

Gli alpini, inoltre, vennero ampiamente utilizzati durante le invasioni della Russia, della Jugoslavia, dell’Albania e della Grecia; si opposero inoltre ai partigiani italiani, che combattevano contro i nazifascisti: particolarmente controversa la storia della divisone alpina Monterosa, costituita nella Repubblica Sociale Italiana nel 1944 e resasi protagonista di combattimenti sui monti della Garfagnana, contro gli Alleati e contro i partigiani. Fino al 2001, ai reduci della Monterosa non era consentito di partecipare alle adunate del corpo; in seguito, tale decisione venne revocata

poiché [i reduci della Monterosa] hanno adempiuto il comune dovere verso la patria.

Tale affermazione è discutibile, essendo stata la Repubblica Sociale Italiana uno stato-fantoccio, creato dai fascisti ed asservito agli interessi del Terzo Reich, tanto è vero che la bandiera della divisione fu consegnata alla Monterosa nella città di Munsingen, in Germania.

Nonostante questa storia non esente da macchie, il corpo degli alpini è uno dei più amati dell’esercito italiano, ed è assai difficile udire voci critiche alzarsi contro di loro, ed anzi quando ciò accade la reazione non è quasi mai favorevole. Per fare un esempio, il “Corriere della Sera”, in occasione dell’Adunata nazionale degli alpini del 2018, tenutasi a Trento, scrisse che “infangava” le penne nere chi sosteneva che quelle stesse penne fossero “macchiate di sangue”.

Chi, cioè, ricordava che gli alpini sono pur sempre un corpo militare, e che il loro lavoro è dunque fare la guerra, ossia ammazzare la gente.

5 thoughts on “Via degli Alpini, Spettri a Verona

  1. Ne ho più e più volte discusso con mio suocero (alpino durante le leva), sul senso di intoccabilità che alcune realtà/istituzioni portano con sé. Gli alpini, non si sa bene per quale immaginario collettivo (forzatamente condiviso) rientrano fra questi, fino a una sorta di divinizzazione in patria nonostante tutto.

    • Questa discussione mi fa tornare il mente il celebre affaire Dreyfus, dove un aspetto fondamentale della polemica fu proprio l'”intoccabilità” dell’armée.
      Gli Stati si fondano su alcune istituzioni, benché queste evolvano diventa estremamente difficile criticarle. La gestione della violenze resta un aspetto fondativo (e conservativo) degli Stati.

      Re: Monterosa – trovo assai interessante il “caso”, specie dopo la mia ultima lettura.
      Da un punto di vista politico, storico (e probabilmente giuridico), condivido lo scandalo. Da un punto di vista umano, sarei portato a fare alcuni distinguo: seppure “dalla parte sbagliata” (e questo non sono certo io a metterlo in dubbio), i reduci della Monterosa restano reduci – quindi in senso lato “vittime” del trauma-guerra. Come tali, sarei portato a riconoscere loro una certa tolleranza. O almeno ad alcuni di loro – tutti coloro che non si arruolarono volontariamente e/o ebbero posizioni di comando e/o responsabilità in crimini.
      Il discorso, mi rendo conto, susciterà qualche polemica…

      • Secondo me il punto è: come vivono l’essere reduci gli alpini? Che immagine danno di se stessi? Se quest’immagine è quella che effettivamente è, ossia degli alpini come “eroi” sempre e comunque, allora includendo la Monterosa stai dicendo che un reparto di collaborazionisti è un reparto di eroi.

        Ma io ho problemi con l’idea stessa di eroe, quindi forse non faccio testo.

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