Un panino di Divina Commedia

Durante la mia adolescenza, ed anche nelle fasi iniziali della mia maturità (sempre che si possa definire maturità lo stato in cui mi trovo ora), una parte considerevole delle mie energie mentali era rivolta a tentare di dare una risposta al seguente quesito: ma, in fin dei conti, a cosa serve studiare letteratura (che, sia detto per inciso, era una delle cose che mi piaceva di più fare)?; e, devo ammetterlo, sto confessando di aver avuto questo curioso hobby (per altro condiviso con parecchi miei coetanei: ricordo discussioni infinite su questo tema nel porticato del mio liceo) con meno vergogna di quello che sarebbe lecito attendersi: a spingere molti a riflettere su interrogativi di tal fatta erano allora, infatti, non solo i giornali, che ne parlavano sovente e per di più con toni sempre apocalittici, o trionfalistici (che si sa sono i toni che hanno più presa sui giovani), ma anche alcuni importanti uomini delle istituzioni. Tra i tanti, mi piace ricordare quel ministro che, rispondendo a qualcuno che lo interrogava sull’opportunità di insegnare i classici a quei ricattabili precari del futuro che erano gli studenti dell’epoca, lo invitò soave a “provare a farsi un panino con la Divina Commedia”.

Il fatto stesso che qualcuno, considerato ai tempi non solo potente ma addirittura (mea culpa, credo di aver condiviso per qualche tempo questo giudizio) intelligente, potesse permettersi di buttarla in caciara in questo modo, avrebbe dovuto mettermi sull’avviso già a quella giovane età: coloro a cui sarebbe più importante farlo capire non hanno la minima idea (e, spesso, non vogliono avere la minima idea) di cosa significhi studiare letteratura e, dunque, non possono in alcun modo comprendere perché farlo dovrebbe essere utile; come se ciò non bastasse, poi, queste stesse persone sembrano ignorare i molti sensi che questa parola, utile, può assumere, e che sono diversi ed anzi estranei a quello più propriamente economico che ci siamo abituati ad attribuirgli da quando l’economia o, meglio, l’interesse economico, è divenuto il metro con cui giudicare tutto, nella nostra vita: ecco perché tentare di rispondere a quella domanda è futile. Futile, ed anche dannoso: posto che Tremonti (che, per chi non lo ricordasse, è colui che propose di imbottire un panino con l’opera dell’Alighieri, invece che con la mortadella) aveva ragione, quando sottolineava che, al capitalismo rapace che lui e tutti i politici “istituzionali” hanno servito fedelmente negli ultimi trent’anni almeno, romanzi e poemi non portano alcun vantaggio, con la sola possibile eccezione degli editori che li stampano (ma che ormai hanno trovato una gallina dalle uova d’oro negli youtuber che a vent’anni si mettono a scrivere autobiografie), allora sforzarsi a trovare uno scopo di questo tipo alla letteratura non può che portare all’amara considerazione che essa non ne ha alcuno, ammettendo così, implicitamente, che fanno bene quelli che vogliono sostituirne l’insegnamento con quello di una seconda lingua straniera (possibilmente slava, in modo da poter meglio delocalizzare i dipendenti in fieri di qualche grande azienda) o, meglio ancora, con turni alla catena di montaggio nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro.

Da quando sono giunto a questa conclusione (che credo di aver già esposto su questo blog), la mia posizione è rivendicare orgogliosamente che, nell’ambito del sistema odierno, la letteratura ed il suo studio non servono assolutamente a nulla; ma che, se proprio si deve trovare una soluzione a questo problema, allora esso non è smettere di studiare letteratura, quanto piuttosto superare (e possibilmente distruggere) il “sistema odierno”; e questa considerazione specifica, su cui non ho mai mutato opinione da quando l’ho elaborata, credo sia state una di quelle che ha contribuito a formare la mia ideologia adulta (sempre che si possa definire età adulta… eccetera eccetera): perché, dunque, sto scrivendo un post che ruota tutto attorno ad una domanda a cui, secondo me, non solo non si può, ma non si deve dare risposta? Sto tentando una di quelle furbate di cui mi sono servito in passato pur senza esserne capace, al solo scopo di aggiornare queste pagine e scalare qualche posizione nella classifica dei risultati dei motori di ricerca? Non negherò che potrebbe essere così (anche se da tempo ho abbandonato la chimera che questo blog possa portare verso di me folle adoranti desiderose di udire la Verità dalle mie labbra); d’altronde, alcuni giorni fa credo di essermi casualmente imbattuto in una risposta, certo parziale, che potrebbe in qualche modo dimostrare come la letteratura possa effettivamente essere utile… utile, si intende, per tutti coloro che non considerano obiettivo precipuo della loro vita concludere ogni settimana essendo schifosamente più ricchi di quella precedente.

Tale risposta deve molto a due libri: Lepanto, di Alessandro Barbero, e La Q di Qomplotto, di Wu Ming 1; ciò è curioso, come si vede, perché nessuno dei due volumi si occupa di educazione, se non in senso lato, ed anche perché, al momento in cui scrivo queste righe, non ho concluso la lettura di nessuno dei due: il primo si trova sul mio comodino, con un segnalibro infilato da qualche parte verso la metà della sua ponderosa mole; l’altro, a dirla tutta, non l’ho neppure iniziato, e non so se lo farò mai, pur trattando di un argomento che mi interessa assai ed a cui ho dedicato alcuni post in passato. In che modo un libro di storia militare cinquecentesca, scritto da un “professionista del settore”, ed un saggio politico-sociologico su un preoccupante fenomeno che rischia di divenire di massa negli Stati Uniti e, di conseguenza, nel mondo, mi hanno portato a riflettere sulla necessità di insegnare la letteratura ai bambini, ai ragazzi e, se ci si riesce, anche agli adulti? Provo a spiegarvelo.

Alessandro Barbero è ormai una star del Web, e devo ammettere che il suo stile affabulatorio, che sto ritrovando nelle sue pagine, non lascia indifferente neppure me; una persona che conosce assai bene le mie abitudini di lettore e che monitora l’andamento delle mie letture, ha giudicato in effetti che Lepanto deve piacermi molto, visto che sto procedendo verso la sua conclusione ad un ritmo più rapido rispetto a quello che mi è usuale. Ed in effetti, alcuni dei capitoli del libro del professore piemontese li ho letteralmente divorati, volando da una riga all’altra come se non mi stessi misurando con la documentata ricostruzione di eventi realmente accaduti, ma con un gustoso e incalzante romanzo d’avventura, che solo per caso racconta della guerra dI Cipro, del comportamento grettamente farsesco di molti comandanti “cristiani”, del regime disumano, a metà strada tra un colonialismo ante litteram ed un feudalesimo fuori tempo massimo, con cui i veneziani tenevano le popolazioni del loro dominio da mar… ed ecco, mentre chiudevo il libro che mi aveva appena narrato della sanguinosa presa di Nicosia da parte dei Turchi (ed ancora non mi sono misurato con quella di Famagosta, l’altra grande città di Cipro, che so da letture pregresse essere stata cruenta ben oltre il limite dell’orrore), che mi sono chiesto se questo fosse giusto. È giusto che io mi appassioni alla morte ed alla sofferenze di persone che sono state fatte di carne e sangue? È giusto che un uomo che si propone lo scopo di farmi sapere come sono andate le cose, per tenermi avvinto al suo raccontare, si serva di espedienti e artifici che sono più propri della narrativa (senza, d’altronde, poter fare altrimenti, visto che è quello l’unico modo in cui gli esseri umani sono capaci di dirsi storie)? È giusto che in certo senso qualcuno mi menta, facendomi credere, suo malgrado, che mi sta raccontando solo una bella storia, e non piuttosto la storia? Forse sì, lo è, perché uno che scrive un libro come Lepanto sa (ahimè) che non si sta rivolgendo ad un pubblico “indistinto”, ma ad un pubblico ben preciso, mediamente piuttosto colto, che è capace di riconoscere le strutture narrative e che sa che servono, inevitabilmente, per costruire quelle fabule e quegli intrecci di cui non si può fare a meno: che sa, insomma, che non si può raccontare una storia se non nel modo in cui l’hanno raccontata i grandi nomi che stanno dentro i libri di letteratura. D’altronde, non leggeremmo il De bello gallico, se Cesare non l’avesse scritto come un poema eroico con al centro la sua figura.

In La Q di Qomplotto, Wu Ming 1 tenta di tracciare una cartografia dell’assurdo e tentacolare fenomeno QAnon, giunto, recentemente, ad interessare da vicino la politica statunitense di più alto livello: si tratta di una teoria del complotto spinta al suo massimo grado, in grado di piegare alla sua interpretazione al tempo stesso paranoica e giocosa qualunque evento possa capitare sulla faccia della Terra, grazie alla sua capacità di raccontarlo come se fosse un episodio di 1984 di George Orwell. Parlandone, l’autore ha sottolineato come crede che carattere precipuo di questa teoria del complotto sia quella di essere nata su Internet, e quindi di aver potuto assumere dimensioni che, per le sue “colleghe” del passato, erano semplicemente inimmaginabili; questa crescita esponenziale, e qui sono conscio di star dicendo un’apparente ovvietà, è chiaramente conseguenza della velocità con cui le comunicazioni avvengono su Internet: ma credo che nessuno si sia mai fermato a riflettere sul fatto che la rapidità delle comunicazioni della nostra epoca sia figlia non dell’avanzamento tecnologico, ma dell’enorme mole di dati che abbiamo a disposizione dal momento in cui attacchiamo il Wi-Fi o il 4G (che gli adepti di QAnon presumo utilizzino, nonostante sia un mezzo della lobby mondialista per trasformarci tutti in pastinache senzienti). Questo sterminato oceano di cose rende inevitabile il ricorso a riassunti, sintesi, mappe concettuali, che sono tanto più affascinanti e di successo quanto più sono capaci di raccontarla nel modo giusto: il successo di QAnon dipende, in questo senso, dalla bravura perversa dei suoi ideatori, che sono riusciti a prendere un mucchio di fatti apparentemente senza connessione tra loro, a ridurli alla loro pretesa essenzialità, a connetterli tra loro con audaci voli pindarici, e poi a trasformare il magma ribollente che avevano fatto emergere dalle profondità più nere del nostro “inconscio collettivo” in un romanzo che non ha nulla da invidiare a quelli di Thomas Pynchon; nell’aver saputo trasformare un delirio in una narrazione.

Ecco il punto: il professor Barbero e le “eminenze grigie” che stanno dietro QAnon si servono entrambi dello storytelling per trasformare qualcosa di potenzialmente noioso, o incredibile (in senso etimologico), in un qualcosa di ricevibile da un pubblico il più possibile vasto; Barbero lo fa in modo abbastanza manifesto (ma ogni tanto bara anche lui), i qanonisti, invece, celando l’arte che hanno dispiegato affinché il maggior numero di persone abbocchi al loro amo. E quando uno gioca così sporco, quando non vi dice che in realtà sta tentando di irretirvi con una bella storia, come fare a rendersene conto? Semplice: bisogna sapere riconoscere le strutture della narrativa, le impalcature che stanno dietro a qualunque storia. Ma, per riconoscere le cose, bisogna averle conosciute, come scriveva Goethe.

In sintesi: per sapere che una cosa è letteratura, bisogna aver studiato la letteratura; ed applicarsi a questo compito serve a questo: a non farsi fregare.

11 thoughts on “Un panino di Divina Commedia

  1. Sono d’accordo che non abbia una ricaduta economica immediata, ma non sono così convinto che quello di descrivi sia il fine precipuo dello studio della letteratura (a meno di intenderla in senso lato come “apprendimento dell’utilizzo della lingua”), per cui la letteratura si ridurrebbe a un mero “strumento per ottenere secondi obiettivi”. Penso piuttosto che, insieme alla filosofia ad essa strettamente connessa, abbia un ruolo “fondativo”, riconduce a un bisogno di dare spiegazione delle nostre origini, un bisogno quasi fisiologico – e per certi aspetti azzarderei a dire anche edonistico (per molti, vero, non per tutti). Ecco, forse come scopo primario tendo a pensare a produzione di endorfine più che ad appendimento di ars oratoria.
    P.S. Q è pur sul mio comodino, penso che inizierò a leggerlo finito quello attuale.
    P.S.2 non è che adesso devi recuperare tutte le parole che non hai scritto nei post sulle vie di Verona, eh 😛 😆

    • Il mio è ovviamente un articolo mezzo provocatorio. Se mi chiedessero perché bisogna studiare letteratura (ed anche se mi chiedessero perché bisogna studiare fisiologia, se è per questo), penso che la prima risposta che darei sarebbe: perché è bellissimo.

      P.S.: “Q” il romanzo o “La Q di Qomplotto”? Perché Q è un romanzo che mi è piaciuto molto, per motivazioni che quando lo leggerai comprenderai facilmente.
      P.S.: come no?:-P

  2. L’importanza della Letteratura la capii dopo aver finito gli anni del Liceo.
    Ripresi in mano i libri senza più finalità “di studio”, per il mero conseguimento di un voto, ma per diletto, per svago, per ampliamento della mia “offerta formativa”.

    Il mondo attuale tende un po’ troppo a valutare qualsiasi cosa solo in termini di profitto, per cui la Letteratura, insieme ad ogni forma d’arte, viene di fatto confinata in un angolo, come un “bene di nicchia”.

  3. Volendo ampliare il tuo giustissimo punto di vista, dalla mancanza di crescita artistica dell’umanità in generale – per cui in linea di massima se non ha le poppe non attira l’attenzione – qualcuno attacca una banana al muro con lo scotch e qualcun’altro la paga col corrispettivo di un appartamento in centro. Non tanto perché sia “arte”, ma per l’appeal.

    • Effettivamente, anche il marketing passa sempre più spesso attraverso le storie… ma in quel caso direi che il problema è non solo l’ignoranza artistica, ma anche il fatto che l’arte si è rinchiusa in un recinto da cui non ha intenzione di uscire per dire qualcosa al mondo.

  4. Pingback: fuoriblog dal 24 aprile al 6 maggio 2021 – – Cor-pus 2020

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