Testo e contesto

Tempo fa, nei commenti a non ricordo quale mio post, col mio amico redpoz si diceva che forse sarebbe ora di iniziare a riflettere sul ruolo di “normalizzatore” che Diego Bianchi, in arte Zoro, ha assunto, magari suo malgrado, da quando La7 ha deciso di “rilevare” in blocco il suo programma Gazebo (che stava avendo un grande successo su Rai3, e che non si capisce perché la rete nazionale ha deciso di lasciarsi scappare) e di trasferirlo, praticamente tal quale, nel suo palinsesto, solo cambiandogli nome in Propaganda Live e dilatandone la durata, a mio modesto parere ben oltre i limiti del tollerabile. Utilizzando questo termine, “normalizzatore”, volevo intendere due aspetti, tra di loro speculari e complementari, del comportamento assunto da Zoro (il quale, lo dico a scanso di equivoci, ho molto apprezzato durante lunghe fasi della sua carriera) da quando ha iniziato a lavorare per Cairo:

  1. da un lato, pur continuando a professarsi, e spesso ad agire da, uomo di sinistra ed anzi organico alla sinistra (suo padre era dirigente del Partito Comunista Italiano… come il padre di Giuliano Ferrara, ora che ci penso), ha ospitato nel suo “salotto”, a volte in pianta stabile, e di conseguenza ha dato agibilità politica a personaggi come Marco Damilano, Ezio Mauro, Alessandro Baricco, che altrove sarebbero nella migliore delle ipotesi esponenti, magari di spicco, di un centrodestra che in Italia non è riconosciuto come tale solo perché il suo principale referente politico è il Partito Democratico, nominalmente di centrosinistra; così alimentando, per altro, un equivoco che sarebbe ora di estirpare;
  2. contemporaneamente, ha aperto spesso le porte di Propaganda Live (e quindi del mainstream nazionale, visto il grande seguito che la trasmissione ha avuto ed ha, soprattutto sui social network) ad artisti ed intellettuali cresciuti nell’orbita della sinistra di movimento, o comunque di quella che una volta si chiamava controcultura, offrendo loro il passaporto per divenire membri rispettati della classe culturale italiana… di cui questi hanno rapidamente assunto tutti i vizi, ed in particolare quell’atteggiamento di spocchia e superiorità che ne è, in fin dei conti, l’anima stessa. L’unica volta in cui ciò non è avvenuto, ovvero è avvenuto in maniera parziale, almeno a mia memoria, è stato quando, durante il lockdown, tra le poltroncine di Propaganda Live ha cominciato a fare capolino a cadenza fissa Zerocalcare, che ad oggi mi pare ancora essere uno che si ricorda benissimo chi è e da dove viene: ma credo che in quel caso siano le idiosincrasie dell’uomo, che mi sembra un timido quasi patologico, nonché la sua inflessibile etica da straight edge, ad impedirgli di assumere quelle pose da “guida e fustigatore delle masse ignoranti”, che è quello che infine guasta anche il più benintenzionato tra i “maestri del popolo”.

Ho pensato a questo secondo aspetto della “normalizzazione” operata da Zoro, quando sono venuto a conoscenza, grazie a Fumettologica, della polemica nata in seguito alla pubblicazione di una storiella di Gianni Pacinotti, in arte GiPi (grandissimo fumettista italiano, nonché uno dei “periferici” che Propaganda Live ha portato “in centro”) sul suo profilo Instagram.

Questa storiella, come racconta nell’articolo linkato poco sopra Davide Scagni, a cui rubo le parole perché non potrei riassumerla meglio, ha per protagonista il Commissario Moderno, che

come dice il nome, è un personaggio tutt’altro che all’antica. E infatti si trova a che fare con un caso finalmente semplice, ma molto attuale: di fronte a lui si presenta Marisa, una donna che dice di essere stata aggredita da Andrea. Ora, questo commissario, che è di larghe vedute, si infervora contro questo Andrea, si vergogna proprio di essere uomo, per colpa di questo Andrea che maltratta le donne. Ma perlomeno prende atto che si tratta di un caso già risolto: Marisa sta dicendo la verità, il Commissario Moderno le crede, perché è una donna, e a una donna bisogna credere sempre. Ma poco dopo, ecco che compare l’aggressore Andrea [spoiler] che è anch’essa una donna. Quindi il caso non è così semplice come sembrava. Fine della storiella.

Come si immagina, questa storia ha provocato un certo seguito di polemiche, perché sembra giustificare (ed in effetti lo fa) l’atteggiamento “dubitativo” nei confronti delle donne che denunciano di aver subito violenza; come si immagina, queste polemiche hanno provocato a loro volta delle contropolemiche o, se preferite, delle polemiche reazionarie, che hanno infine condotto all’inevitabile punto in cui qualcuno ha tirato fuori la parola censura ed ha invocato la (pretesa) sacrosanta libertà di satira. Leggendo questo, lo confesso, mi è venuto da sorridere: perché è stato allora che ho deciso che di questo argomento avrei voluto occuparmi; perché è stato allora che ho compreso che ancora una volta avrei dovuto cedere ad uno dei maggiori vizi che caratterizzano la mia attività di scrittore e “proprietario di blog” (e che caratterizzano pure la mia vita quando non sono Gaber Ricci): quello di ripetermi.

Nel gennaio di sei anni fa, come certamente tutti voi ricorderete, la redazione del periodico francese Charlie Hebdo fu attaccata da un commando di terroristi di Al Qaida, che fecero, nel complesso, diciassette morti; la colpa che veniva rinfacciata al giornale era quella di aver pubblicato, parecchi anni prima, per altro, una serie di vignette satiriche che avevano per oggetto Maometto (lo sottolineo: non un ayatollah particolarmente retrogrado, non un governo che utilizzava l’Islam per giustificare delle politiche liberticide, ma Maometto in persona, che per altro secondo i dettami dell’Islam non può neppure essere raffigurato in immagine). La strage (che, sono costretto ad esplicitarlo ancora dopo così tanto tempo, trovo terrificante ed ingiustificabile) generò ovviamente un’ondata di sdegno; e non furono in pochi a voler vedere, nei comici sterminati a Parigi, dei rappresentanti ideali della cultura occidentale, quella della libertà di parola e, quindi, di sberleffo, che si batteva contro la barbarie che veniva da Oriente e che voleva sostituire la porchetta col kebab e la minigonna con il burqa. A quel punto, fu inevitabile sentir dire praticamente ovunque che aveva fatto bene, Charlie Hebdo, a pubblicare quelle vignette, e che anzi sarebbe forse stato il caso di ripubblicarle, perché, in un paese libero, tutto deve poter essere oggetto di scherno, e che la satira (ed ecco qui che veniamo al punto) deve poter dire quel che vuole; in Italia qualcuno tirò perfino fuori, completamente a sproposito, una vecchia  battuta di Daniele Luttazzi: la satira informa, deforma e fa il cazzo che le pare. Curiosamente, nel nostro paese il cambio di opinione fu praticamente generale quando, un anno dopo, la stessa rivista pubblicò una serie di vignette (orrende nella concezione e, quel che è peggio, pochissimo divertenti nell’effetto) sul terremoto che rase al suolo Accumoli, Arquata del Tronto, Norcia e tutta una serie di altri paesi del Centro Italia.

Sull’onda di quella che a me pareva una serie infinita di boiate a proposito della satira, scrissi un articolo, fortemente ispirato dalle teorie del citato Luttazzi a proposito di quest’arte (e che riconosce il debito con lui fin dal titolo: a tutt’oggi, ed è una fortuna, uno dei più letti di questo blog), in cui sottolineai che quello che Charlie Hebdo aveva pubblicizzato era, sostanzialmente, non un coraggioso atto di accusa verso un potere che opprimeva dei deboli (perché in Europa l’Islam non ha alcun potere), ma al contrario un atto di scherno e, dunque, di bullismo nei confronti di coloro che (per me incomprensibilmente) quella religione la professano, e che, nel posto in cui quelle vignette sono state prodotte, provengono in massima parte dalle fasce più basse della popolazione: in altri termini, un mezzo con cui i privilegiati intendono opprimere ancora di più gli oppressi; quest’analisi, come avete notato, risentiva fortemente del contesto in cui si muoveva Charlie Hebdo, nonché il quotidiano danese Jyllands-Posten che le pubblicò per primo: l’Europa dove l’Islam è un fenomeno che nessuno conosce davvero, e dove quindi ha poco senso spaccare il capello in quattro e fare dell’ironia sull’assurdità delle sue basi teologiche (avete mai visto una religione che non sia assurda, per altro?); già nell’articolo di sei anni fa riconoscevo che, se quelle vignette le avesse pubblicate un giornale iraniano, allora la faccenda sarebbe stata completamente diversa.

Ora, cosa c’entra tutto questo con la storiella di GiPi? Cosa c’entra una storiella costruita per irridere uno slogan lanciato dal movimento femminista con delle vignette di satira religiosa (o di pretesa satira religiosa) che degli assassini vogliono essere state la causa della loro follia omicida? C’entra perché, nell’uno e nell’altro caso, l’autore, credendo per altro, è evidente, di essere assai arguto, ha ignorato completamente il contesto in cui la vignetta sarebbe apparsa e, facendo così, si è posto dalla parte del carnefice e non da quella della vittima: perché certo, a livello filosofico possiamo ed anzi dobbiamo ammetterlo, è impossibile dare per scontato che tutte le donne che si presentano a denunciare una violenza stiano dicendo la verità (ma non penso fosse questo che voleva dare ad intendere chi ha creato l’hashtag #ioticredo); ma, a livello immanente, questo è un problema di rilevanza assai scarsa e, anzi, a dirla tutta, non è affatto un problema: viviamo in un paese ed in un momento storico in cui il fenomeno della falsa denuncia è raro ed assolutamente residuale (da qualche parte mi sembra di aver letto che l’ISTAT parli di un 4% di denunce che si rilevano poi non veritiere: meno che per le rapine) e, semmai, a dover essere portata alla luce dei riflettori è la problematica opposta, quella per cui le donne non denunciano perché sanno che spesso non saranno credute. Che scopo ha, in una situazione del genere, fare una storia che si chiude con la battutona “ahahahah, Andrea era femmina, e adesso come la mettiamo con la storia che una donna che dice che è stata menata ha sempre ragione”? Davvero si ha una comprensione della realtà così povera da non aver compreso che #ioticredo voleva significare qualcos’altro? Davvero si ritiene opportuno correre il rischio di aizzare una folla di maschi frustrati (per le motivazioni che ho tentato di spiegare qui) contro tutta una serie di vittime reali di violenza, che stanno già affrontando una situazione terribile e che rischiano di essere travolte da un mare di merda (una in particolare, quella che ha denunciato una violenza sessuale forse messa in atto dal figlio di uno degli uomini più potenti di Italia)?

Si dirà che questo non era lo scopo di GiPi: ma io non credo che una persona nella sua posizione e con la sua esperienza ignori per davvero che fare satira implichi delle responsabilità. Questa storia non è liquidabile con un “eddai, fatti una risata”, e non è liquidabile neppure con un “la satira deve poter dire quello che le pare”; e, forse, ve ne renderete conto quando considererete che, con tutti i vari tipi di violenza che le donne subiscono quotidianamente, buttarla sul “sì, ma alcune donne se le inventano” è la stessa cosa  che accogliere un discorso antirazzista con un “sì, ma sui barconi arrivano i terroristi”.

9 thoughts on “Testo e contesto

  1. Il mio primo voto lo detti proprio a Giuliano Ferrara. Non perché fossi antiabortista, ma perché approvavo la sua idea che lo stato dovesse aiutare le donne che decidevano di abortire solo per motivi economici, riempiendole di sussidi e dissuadendole così dal prendere una decisione così drastica. Fui tra i pochissimi a sposare la sua causa: pensa che lo sbarramento era al 4%, e lui non prese neanche l’1. Del resto il suo elettorato di riferimento erano gli ultrà del cattolicesimo (con cui non ho mai avuto niente a che fare), e a quei tempi loro votavano tutti Casini. Oggi credo che votino Lega, un po’ perché Salvini li ha conquistati sventolando il rosario a tutto spiano, un po’ perché in quel partito milita un neocatecumenale dichiarato (Pillon).

    • Ricordiamo che Giuliano Ferrara però era la persona che si “batteva” contro l’aborto e faceva pure le manifestazioni secondo cui se uno ha i soldi può scopare come gli pare e piace. Per altro, io credo che lo stato non dovrebbe permettersi di dare per scontato che una donna che decide di abortire non sia stata sufficientemente “dissuasa” già di per se.

      • Lo stato non dovrebbe permettersi un sacco di cose, ma le fa lo stesso. E prevedo che proprio nei confronti dell’aborto queste libertà se le prenderà eccome in futuro, perché la denatalità sta facendo estinguere il popolo italiano, e quindi presto o tardi le misure che Giuliano Ferrara auspicava già nel 2008 non saranno più rinviabili. Lui era semplicemente troppo avanti per i suoi tempi. Grazie per la risposta! 🙂

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