Più famosi di William Shakespeare

Nel 1966, in un’intervista rilasciata al quotidiano Evening Star con la malcelata intenzione di dimostrare che, benché ne facesse ancora parte, già si stava distaccando dal resto dei Beatles per il temperamento ed il desiderio quasi ossessivo di provocare lo scandalo, John Lennon pronunciò una frase, rimasta famosa (se non sbaglio, dovrebbe aver addirittura dato il titolo ad un volume a lui dedicato), destinata a perseguitarlo e ad appiccicargli addosso l’etichetta di “cattivo ragazzo” dei Beatles. La frase in questione era: “In questo momento, siamo più famosi di Gesù Cristo”.

Ora, si può pensare quel che si vuole di Lennon (io stesso non lo considero la “pietra miliare” ed il genio musicale che molti vorrebbero che fosse), ma è innegabile che avesse ragione, almeno nell’epoca in cui sostenne quell’opinione (i Fab Four erano freschi reduci del successo, artistico e commerciale, di Revolver, e si preparavano a dare alle stampe Sgt. Pepper); e per altro, ampliando o restringendo opportunamente i confini del questo momento, una valutazione come la sua si potrebbe applicare praticamente a tutti gli artisti di una certa levatura che hanno camminato su questa terra: ad esempio, ritengo che una frase similare avrebbe potuto pronunciarla a buon diritto (ed il suo momento dura da quando il suo nome cominciò a circolare nell’emisfero occidentale fino ai giorni nostri) William Shakespeare, e spero che vogliate considerare quest’asserzione formulata con cognizione di causa, visto che proviene da uno che vive in una città come Verona. In una città, cioè, che prima che venisse il Covid metteva ampiamente a profitto il fatto di essere stata citata, ed in larga parte fantasiosamente, in una delle opere (e non delle migliori) del drammaturgo di Staford-upon-Avon, e che chiedeva (come già spiegavo qui non troppo tempo fa) dei salatissimi biglietti a degli ignari turisti, in larga parte anglosassoni e giapponesi, per visitare un falso degli anni Trenta che le amministrazioni comunali, senza verecondia, insistono a chiamare casa di Giulietta (e ad onor del vero a Verona c’è anche una casa di Romeo, nonché una tomba  per ciascuno dei due amanti: per quella di Romeo, vale la pena riportare il giudizio di Cavour, che la definì un abbeveratoio per buoi con manie di grandezza).

Certo, dirà qualcuno, una cosa del genere di quella detta da Lennon il Bardo non avrebbe mai potuto dirla, perché se l’avesse fatto, nei suoi tempi difficili non troppo diversi dai nostri, si sarebbe giocato non solo la carriera (cosa che non accadde a Lennon, che anzi prosperò finché la sua vita non si concluse nel modo tragico che tutti conosciamo), ma probabilmente anche la testa e svariate altre parti del suo corpo, visto che allora non si andava troppo per il sottile con i blasfemi: ed ora che scrivo e rifletto su questa possibilità, al mio spirito narrativo dispiace che essa non si sia realizzata, perché una morte sul capestro con l’accusa di aver bestemmiato il nome di Dio avrebbe creato un ulteriore parallelismo tra l’autore dell’Amleto ed il profeta di Nazareth; ulteriore perché, se ci si astrae un momento dalle circostanze immanenti completamente diverse in cui si mossero, è impossibile non rendersi conto che le loro storie sono state assai simili, anche e soprattutto dopo la morte. Entrambi sono ancora più che conosciuti ai giorni nostri, in funzione di quanto hanno detto e creato, e nonostante lo abbiano fatto in un mondo che non assomiglia più in niente al nostro; entrambi possono ancora contare su un buon numero di seguaci, disposti a sobbarcarsi un viaggio talvolta di migliaia di chilometri (fino a Verona, fino alla Terra Santa…) al solo scopo di vedere coi propri occhi il luogo in cui il maestro visse, o di cui parlò… o forse si dovrebbe dire: il luogo in cui il maestro sarebbe vissuto, quello di cui avrebbe parlato?

Un’altra delle similitudini tra Gesù e Shakespeare è infatti quella di essere figure largamente avvolte dal mistero, tanto che alcuni dubitano perfino che essi siano mai esistiti: ci sono pochissime fonti coeve che raccontano la vita di quello che per oltre un miliardo di persone al mondo è il Figlio di Dio, e la maggior parte delle informazioni su di lui ci provengono dai Vangeli che, oltre ad essere più tardi, ben di rado possono essere considerati testimoni attendibili e neutrali (e nel caso vi venisse in mente di affidarvi agli apocrifi, sappiate che essi sono utilissimi per scrivere meravigliosi dischi, tipo La buona novella, ma assai meno se il vostro scopo è produrre trattati storicamente rigorosi); similmente, non sono molti i documenti cinquecenteschi che ci dicano qualcosa a proposito di Shakespeare, ed in effetti che egli abbia scritto l’Otello, il Sogno di una notte di mezza estate, la Tempesta e trentaquattro altri testi teatrali, nonché una raccolta di sonetti, è praticamente tutto quello che sappiamo di lui, al netto di alcune minuzie anagrafiche (nacque nel 1564, morì nel 1616, sposò un’attrice che si chiamava Anne Hatheway, come una sua collega nostra contemporanea): e per coloro che sono vissuti negli ultimi duecento anni, abituati alle intemperanze ed agli abusi di chi viene baciato dalla notorietà, ciò appare incomprensibile, considerando non solo la grandezza delle sue opere (comunque riconosciuta a posteriori) ma anche l’apprezzamento che esse ricevettero dalla popolazione  e soprattutto dalle teste coronate inglesi, al punto che da un certo momento in poi gli attori che lavoravano con e per Shakespeare (che era capocomico oltre che scrittore) divennero una specie di compagnia teatrale “ufficiale” della corte, e presero il nome di King’s Gentlemen (!). Ecco, forse è lo sfasamento tra la vita modesta e, diciamolo, insignificante  dell’uomo e l’atteggiamento che siamo portati ad immaginare che egli avrebbe se vivesse ai tempi nostri ad aver condotto alla cosiddetta questione shakespeariana.

Con quest’espressione, nata in ambito accademico nell’Ottocento e poi tracimata nel mondo dei “non specialisti” (di cui faccio parte anche io, naturalmente), si intende la controversia riguardo la possibilità che alcune, o anche tutte, le opere di Shakespeare possano essere state scritte da un altro, o da molti altri, autori; ad un livello più profondo, che rivela l’inevitabile attrazione della cultura occidentale per l’ontologia, essa definisce quell’insieme di ipotesi, talvolta sfocianti in vere e proprie teorie del complotto, che mirano a fornire al quesito: ma, in fin dei conti, chi era William Shakespeare?, una risposta diversa rispetto a quella usualmente offerta dai testi di storia della letteratura inglese. Della questione si sono occupati in molti, da insigni professori universitari che hanno dedicato la vita a studiare lettera per lettera le prime edizioni delle opere shakespeariane fino ad autori di fantascienza che a malapena saprebbero riassumere la trama del Giulio Cesare; da qualche parte nel mezzo, ho scoperto, si colloca il mio amico bortocal (che non a caso, mi verrebbe da dire, è anche un conoscitore ed un appassionato della“questione di Gesù”). La scorsa settimana, infatti, egli ha voluto riportare in un articolo del suo blog (che è stato la causa di quello che state leggendo ora) il dibattito intercorso con il suo corrispondente Gianfranco Nuzzo riguardo una sua idea (che ha qualche indizio a suo favore, va riconosciuto): dietro la firma di Shakespeare si nasconderebbe in realtà un affascinante avventuriero italiano di nome Giovanni Florio.

In una delle sue risposte, Nuzzo scrive a bortocal che “tutta la storia di John Florio [ha] le caratteristiche dei romanzi di Eco […] condite con un pizzico di Dan Brown e Borges”; e lo stesso, ritengo, si potrebbe dire di qualunque altra attribuzione delle opere di Shakespeare (compresa, ovviamente, quella che le vuole prodotte dal signor nessuno campato per poco più di cinquant’anni a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo): e forse che esse abbiano queste caratteristiche è il motivo del mio interesse per la questione shakespeariana, che per il resto mi pare sterile ed inconcludente, visto che, come per altro ho già accennato nelle (troppe) righe che precedono questa, essa ha un qualche senso solo per “noi moderni”, e sarebbe stata incomprensibile allo stesso Shakespeare, ed ai presunti letterati suoi contemporanei di cui egli sarebbe stato il prestanome: nel Cinquecento la rivoluzione goldoniana del teatro era ancora di là da venire, ed i testi per le messe in scena assomigliavano più a dei canovacci a cui attenersi per portare la storia dal punto A al punto B, che a dei rigidi ed immutabili “libri sacri” che andavano recitati così com’erano stati redatti dal “Dottor Scrittore” baciato dall’Estro; come se non bastasse, le opere shakespeariane (come per altro sembra logico) sono state messe per iscritto e pubblicate dopo e non prima essere state portate sui palchi, e la loro pubblicazione è avvenuta sulla base di trascrizioni effettuate durante lo spettacolo: e quindi, non possiamo sapere se il folgorante “C’è del marcio in Danimarca!” sia effettivamente frutto della penna del Bardo, o della straordinaria capacità improvvisativa di un qualche attore il cui nome le nebbie del tempo hanno inghiottito.

Per altro, nessun serio uomo di teatro si stupirebbe mai del fatto che le creazioni, in questo genere di arte, siano collettive: la buona riuscita di uno spettacolo (che dovrebbe essere il risultato di chi si mette a produrre copioni invece che romanzi) è data dalla sommatoria di tante individualità diverse, che tutte insieme fanno il risultato finale; ma lo stesso, evidentemente, si potrebbe dire per ogni opera dell’ingegno umano: nessuna di queste vive nell’Empireo, tutte sono inserite e respirano nel contesto (ed ecco che ci risiamo) in cui vengono calate; e ciò non solo nel senso che questo o quel libro funziona perché dice qualcosa al tempo in cui viene pubblicato (o a tutti i tempi: Calvino scriveva che i classici sono quei testi che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire), ma anche perché ogni libro in una qualche misura ripete quello che hanno detto i libri o, in generale, i racconti a lui precedenti: Shakespeare, anche a voler considerare che abbia scritto da solo tutte le sue opere, ha ampiamente attinto (o per meglio dire rubato) ad altri autori; la Rowling ha saccheggiato la cultura popolare per scrivere Harry Potter; Ariosto e l’opera dei pupi siciliana pescano dalla stessa mitologia. Siamo solo noi a credere che l’originalità sia il metro migliore per giudicare uno scrittore; solo noi, ad avere il culto feticistico dell’autore.

Solo noi, a credere che sia importante sapere se il Riccardo III l’ha scritto davvero Shakespeare. Come se sapessimo poi spiegare cosa significa, davvero.

9 thoughts on “Più famosi di William Shakespeare

  1. bello l’esordio.
    bello il collegamento fra Beatles e Shakespeare, anche se la sua fama mondiale è soprattutto postuma e credo in parte legata al fatto che l’Impero Britannico ebbe bisogno di un brand imperialisticamente adeguato anche sul piano culturale, dopo che divenne lo stato più potente del globo (e la cosa fu definitiva quando sconfisse Napoleone e quella specie di Unione Europea che questi aveva messo in piedi, e che andò a sfasciarsi in una guerra insensata contro la Russia: cosa che col successivo bis hitleriano dovrebbe pure insegnare qualcosa anche a noi…).
    il mio interesse per la questione shakespeariana è piuttosto estemporaneo, sia nella nascita sia nel suo sviluppo nel tempo, ma indubbiamente sono stato attratto dalla ricorrenza evidente di un’altra bufala propalata dall’alto e diventata indiscutibile.
    così hai reso più chiaro a me stesso il filo segreto che collega questa mitizzazione a quella di Jeshuu, ben più colossale e a alla quale mi dedico con ben altro impegno.
    bella la descrizione del mondo del teatro prima della riforma goldoniana – ma non trascuriamo Moliére. https://it.wikipedia.org/wiki/Moli%C3%A8re_in_bicicletta
    sono incondizionatamente con te nel sottolineare che l’arte è SEMPRE frutto di una collaborazione, perfino nel caso estremo nel quale si dovessero incontrare un foglietto con dei versi caduti di tasca all’autore mentre passeggiava ed un passante curioso che lo raccoglie: lector in fabula, come ha insegnato Umberto Eco. senza la collaborazione del lettore nessun autore è tale.
    ecco, la questione shakespeariana la trovo interessante per questi due aspetti:
    a) cancella il mito dell’artista creatore di se stesso, equivalente estetico del capitalista che crea tutto da solo l’impresa e i suoi profitti, nella agiografia filo-capitalistica;
    b) rivela che viviamo in un mondo di verità artificiali; e se mi chiedi come sia possibile che la verità sia artificiale, potrei anche citarti Harry Potter, che so che ti piace.
    ciao, e grazie infinite.

      • accidenti a wordpress, che non notifica i commenti!
        la farei volentieri la trattazione più ampia, se ne fossi capace; però a me pare quasi immediatamente evidente ed intuitivo che l’artista moderno sia una variante dell’imprenditore capitalista, nella misura in cui butta la sua arte nel mercato.
        la trasforma in merce e diventa uno spacciatore d’arte, che usa per realizzare profitti, da reinvestire anche nella produzione artistica: esattamente come un qualunque industriale oppure operatore nel campo dell’informazione mediatica e in rete.
        per certe forme d’arte come il cinema, questo è diventato inevitabile; ma non ne vanno esenti neppure le arti figurative, la letteratura (nella misura in cui si pubblicano o si vendono); anche la musica è nello stesso circuito.
        intendiamoci: un certo rapporto tra arte ed economia, o tra arte e potere è sempre esistito: Fidia non avrebbe fatto il Partenone senza Pericle né Virgilio avrebbe scritto l’Eneide senza Mecenate, che lo manteneva per conto di Augusto, e perfino gli aedi omerici giravano di corte in corte per campare; però come è evidente, queste forme di dipendenza erano indirette; oggi invece l’arte è una merce come le altre nel circuito delle merci e l’artista promuove se stesso in prima persona attraverso i profitti che realizza; quindi se l’economia diventa l’iper-capitalismo in cui viviamo immersi oggi, come potrebbe sottrarsi l’artista al comune destino?

      • Tutto giusto… ma non sono sicuro che Orazio fosse dipendente da mecenate in maniera “indiretta”:-). D’altronde, è pur vero che l’invenzione del diritto d’autore ha liberato gli artisti dall’obbligo di servire qualcuno (ne parlava Umberto Eco, mi pare, ne La bustina di Minerva, in un articolo che si intitola “Chi non viene pagato è a libro paga”, se non sbaglio)… certo è che poi il mercato ha trionfato anche sull’arte. Basta vedere lo stato miserando a cui è ridotta l’arte contemporanea.

      • no, io dicevo che era Mecenate a mantenerlo, direttamente; infatti è lui che gli regala i famoso podere dove Orazio si ritira a vivere. in realtà il mio profe di letteratura latina all’Università, Cazzaniga, sosteneva che Orazio era poi un alto burocrate imperiale, insomma una specie di Draghi di quei tempi, ma non ne trovo traccia e secondo me gli piaceva inventare di brutto…
        l’emancipazione dei musicisti dalle corti e la loro messa in proprio, grazie ad un mercato indipendente inizia con Mozart e prosegue con Beethoven: rivoluzione artistica in parallelismo perfetto con la rivoluzione industriale.
        quindi il capitalismo artistico ha le sue luci e le sue ombre e la principale è che il pubblico oggi sembra diventato completamente privo di un gusto proprio. oggi il mercato domina completamente il gusto collettivo e decreta in maniera indiscutibile che cosa è bello e che cosa no. d’altra parte chi investe in un prodotto deve essere ragionevolmente sicuro almeno del rientro degli investimenti, come dargli torto?

  2. Pingback: fuoriblog dall’8 al 14 maggio 2021 – 205 – Cor-pus 2020

  3. Ecco, le ultime due righe che hai scritto, secondo me riassumono perfettamente la questione. Divertente seguire la questione scespiriana, naturalmente, e i sonetti scritti da un altro ma che aveva lo stesso nome. Divertente anche la questione omerica, perché sia le leggende su Omero che i dibattiti successivi raccontano molto dell’epoca in cui si sono formati. Ma alla fine è il testo, quello che leggiamo.

    • E quindi avevano ragione gli strutturalisti, direi, “non c’è nulla al di fuori del testo” :-). Il problema è che noi sono duecento anni che col culto dell’autore prepariamo il campo per gli influencer, e diciamo che chi parla è più importante di ciò che dice.

  4. Pingback: fuoriblog dal 15 al 21 maggio 2021 – 205 – Cor-pus 2020

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