Fuzzy

Allegra Iafrate è una giovane storica dell’arte; suo principale campo di interesse sembrano essere le “cose nascoste”, visto che ha dedicato ben due pubblicazioni specialistiche al tesoro di Salomone, la favolosa raccolta di oggetti rituali ebraici che Tito, distruggendo Gerusalemme, razziò nel Tempio nel 70 dopo Cristo, che sparì nelle nebbie della storia (la quale, come si vede, ripete se stessa) quando i Vandali saccheggiarono Roma trecentocinquanta anni dopo, e che di tanto in tanto, a partire dall’ottavo secolo dell’Era volgare, iniziò a fare capolino nelle storie popolari arabe per poi tracimare in quelle europee. Questo, almeno, è quanto mi dice di lei la quarta di copertina del suo ultimo libro, Cercar tesori tra Medioevo ed Età Moderna, recentemente pubblicato da Laterza; opera meritoria da parte della casa editrice: molti e vari sono infatti i meriti del volume della Iafrate; talmente tanti, in effetti, che ad elencarli tutti questo post finirebbe per essere più lungo del volume stesso, il che è contrario alle consuetudini. Mi limiterò dunque ad esplicitarne due: si tratta di una lettura estremamente piacevole; devo ad esso la conoscenza del cosiddetto tesoro di Gisela.

Nel quarto capitolo di Cercar tesori infatti l’autrice, che per il resto si occupa qui soprattutto di ricchezze che non sono mai fuoriuscite dal nascondiglio da loro occupato nel mondo della fantasia (con ciò, intendo ovviamente dire: di ricchezze che non sono ancora state ritrovate), parla di una serie di tesori che sono effettivamente stati rinvenuti nel corso della storia, e delle implicazioni politiche e sociali della loro scoperta: tra gli altri, nomina anche questo insieme di gioielli femminili, scoperto a Magonza nel 1880, ed inizialmente datato ad un periodo prossimo all’anno Mille e stimato essere appartenuto ad una (o a più di una) imperatrice del Sacro Romano Impero. Dopo aver ricordato come i gioielli vennero affidati dal kaiser Guglielmo al Deutschen Museum di Berlino, con l’intenzione neppure troppo velata di trasformarli in uno degli elementi di una mitologia nazionale della Germania (la cui unità politica il kaiser stesso aveva da poco ricostruito), la Iafrate accenna pure alla possibilità (sollevata da alcuni studiosi durante una sua esposizione, tra il 2017 ed il 2018) che il tesoro sia falso.

Ecco: se proprio devo trovare un difetto a quest’opera, è che l’autrice non sfrutti l’occasione offertale da questa circostanza per sviluppare un tema a me molto caro: quello del rapporto tra vero e falso; il quale, per altro, credo possa avere molto a che fare con la ricerca e lo studio dei tesori: come la stessa Iafrate ricorda, uno dei tesori più ambiti durante il Medioevo, ed anche in seguito ( per tutto il tempo in cui, in effetti, i governi hanno potuto servirsi del cristianesimo come di un esplicito instrumentum regni), erano le reliquie dei santi, ed in particolare di quelli che avevano conosciuto personalmente Gesù o, meglio ancora, di Gesù stesso; lo sapevano bene i Savoia che, quando dovettero inventarsi un “oggetto sacrissimo” da legare alla loro casata, scelsero di puntare molto in alto, e di presentare la Sindone di Torino (che, come è stato dimostrato in modo praticamente incontrovertibile e storicamente, e chimicamente, non è mai esistita prima del 1300) come il sudario che avvolse il Cristo morto, e che il Salvatore attraversò quando risorse. E non si deve credere che i sabaudi siano stati particolarmente inverecondi, sotto questo aspetto: “se tutti i frammenti della Croce che ho visto fossero veri, Nostro Signore non sarebbe stato crocifisso su due assi di legno, ma su un’intera foresta” dice, in maniera condivisibile, Guglielmo da Baskerville in un capitolo del Nome della rosa, per altro già citato in questo articolo (ma in un testo che parla di dialettica vero/falso e di tesori nascosti, come si fa a non citare Umberto Eco?); d’altronde, dopo che per secoli pellegrini e fedeli hanno venerato, baciato, toccato, pregato quelle schegge come se fossero il legno su cui esalò l’ultimo respiro Gesù di Nazareth, ha ancora senso dire che sono solo pezzi di legno senza valore? La Sindone non mise mai piede in Terra Santa (e questo dovrebbe essere sottolineato all’inizio di ogni convegno di sindonologia che non voglia passare per un raduno di ciarlatani): ma, davvero, dopo più di cinquecento anni di ostensioni, si può sostenere che non sia una reliquia? Mia nonna, quando ero bambino, mi raccontò una storia che mi colpì molto, tanto che la ricordo ancora: un uomo sta per partire per la Gerusalemme, ed un suo amico, che è indemoniato, gli chiede di portargli un pezzo della Vera Croce per esorcizzarlo. L’uomo parte e torna; giunto sulle spiagge del suo paese natale, si rende conto di non aver adempiuto a quanto gli era stato chiesto. Stacca allora un pezzo dalla nave su cui era ancora imbarcato; va dal suo amico (che in quel momento è posseduto) e glielo avvicina. Il demonio lascia il suo corpo e, rivolgendosi all’“ospite” in cui aveva abitato fino a quel momento, gli dice: è la tua gran fede che mi scaccia, questo è legno della barcaccia.

Mi rendo conto che si potrebbe obiettare che è ovvio che esistano simili, apparenti contraddizioni, quando si parla di materie di fede; e che è tutto sommato per risolverle, o per cercare di risolverle, che le religioni hanno inventato la categoria delle verità di fede, ossia di tutte quelle verità che, per citare Tertulliano, vengono credute non benché siano assurde, ma perché sono assurde: in questo ambito, è pacifico che solo chi è in possesso di un dono (o di una maledizione, a seconda dei punti di vista) può venire a patti con la propria ragione ed accettare quanto quest’ultima rigetterebbe. Io credo, tuttavia, che discorsi analoghi a quelli che ho fatto nel paragrafo precedente potrebbero essere estesi anche ad ambiti non necessariamente “sacri”, e che il problema, quando si affronta la dicotomia del “vero o falso”, sia appunto quella di considerare questi due termini come dicotomici e mutualmente esclusivi: ma, per rubare la terminologia alla fisica, queste due categoria non sono discrete, ma continue; non esiste solo il tutto vero ed il tutto falso, ma esiste anche l’un po’ vero e l’un po’ falso. Hanno dovuto accorgersene i matematici che, quasi cento anni fa, hanno creato la logica fuzzy, ossia la logica in cui, appunto, il valore di verità di una proposizione può assumere non solo i valori 0 e 1, come nella logica classica, ma anche tutti quelli intermedi; e dovremmo accorgercene anche noi che quotidianamente litighiamo a mezzo social network e, qualche volta, anche di persona, convinti che se una cosa per noi è evidentemente vera, allora chi lo nega dev’essere o stupido, o in malafede. Soprattutto perché vero e falso non solo possono coesistere, ma possono anche rafforzarsi l’un l’altro. Sono proprio storie come quelle del tesoro di Gisela, accettando che esso sia almeno in parte un falso, a dimostrarlo.

Supponiamo infatti che esista un falsario, abile ma non infallibile, che sia riuscito a riprodurre in maniera quasi perfetta un tesoro medievale, e che voglia venderlo ad un imperatore tanto bisognoso di materia da propaganda, quanto severo con chi cerca di fregarlo (l’imperatore Guglielmo, in effetti, non andava famoso per la sua clemenza). Come fare per dare quella “spinta in più”, per far assumere alle sue creazioni, nel complesso, un aspetto di genuinità che, prese singolarmente, esse non avrebbero? Un primo passo potrebbe essere, appunto, quelle di riunirle in gruppo, e questo già ci dice qualcosa di interessante: che molte falsità, messe insieme, possono al minimo sembrare una verità; un passo successivo potrebbe essere quello di includere, se possibile, anche un oggetto, magari di scarso valore, realmente medievale nella collezione, in modo che l’evidente originalità di quest’ultimo espanda, come dire, la sua aura anche sui falsi che lo circondano. Potrebbe essere questo quello che ha fatto il “compilatore” del tesoro di Gisela; ha creato (o forse semplicemente raccolto) un insieme di gioielli falsi, e poi ad esso ha aggiunto uno o due reperti autentici, così da convincere l’acquirente (il quale era per altro piuttosto propenso a credergli) che tutti lo fossero.

Mi rendo conto: potrebbe sembrare che questa mia ricostruzione sia la sinossi di un avvincente romanzo (purtroppo, ancora tutto da scrivere), ma che, nel mondo cosiddetto reale, nessuno sarebbe capace di riuscire in un “colpo” tanto azzardato; in verità, colpi del genere riescono tutti i giorni a coloro che scrivono quelli che, quando facevo le scuole elementari, si chiamavano testi argomentativi, e che nel tempo ho imparato a conoscere con altri nomi (saggio breve, tesi, editoriale…); in altri termini, a coloro che scrivono o parlano con l’intenzione di convincerci di qualcosa, e che fanno proprio questo: mescolano verità, omissioni, imprecisioni e, qualche volta, vere e proprie bugie, eppure riescono magnificamente nel proprio scopo. Lo aveva già compreso Noam Chomsky negli anni settanta, quando scriveva (purtroppo, non ricordo dove), che il New York Times è molto più pericoloso della Pravda: almeno, della Pravda, sai che ogni notizia che pubblica è una bugia; nel New York Times, invece, c’è una parte di menzogna ed una parte di verità, e distinguere l’una dall’altra può essere non solo difficile, ma pericoloso.

Oggi, tuttavia, non voglio essere eccessivamente severo con chi svolge questo lavoro, ingrato ma forse necessario all’umanità: io stesso, in questo articolo, non ho scritto sempre la verità. E, forse, potrebbe essere divertente, per voi, provare a scoprire dove.

11 thoughts on “Fuzzy

  1. mi ero ripromesso di tacere, me l’ero giurato, convinto di non risultare sempre opportuno con i miei commenti. (ma trovo un po’ sciocco commentare per dire quanto il post mi sia piaciuto; hanno già pensato i social a fare in mondo che basti cliccare sul like per dirlo; poi ci cliccano anche i molti che passano soltanto di fretta e molto spesso soltanto per segnalarti che anche tu devi fare altrettanto, ma pazienza. e commentare per dire la propria sembra spesso un voler fare le pulci allo scritto altrui, più che un desiderio di discussione, a volte frustrato).
    però la tua domanda finale, che è quasi una sfida, mi costringe a dire la mia anche questa volta.

    c’è un punto che è nota stridente in questo bellissimo post, quasi un pugno in bocca – almeno per me; sono infatti quasi sicuro che non è questo il falso che pensi. ma visto che parliamo di falso e vero soggettivi e perfino gradualmente disposti in una scala di valore, penso di potere rischiare di dirlo qual è il punto dove non dici la verità:
    “la Sindone di Torino, come è stato dimostrato in modo praticamente incontrovertibile e storicamente, e chimicamente, non è mai esistita prima del 1300” e, peggio, molto peggio “La Sindone non mise mai piede in Terra Santa (e questo dovrebbe essere sottolineato all’inizio di ogni convegno di sindonologia che non voglia passare per un raduno di ciarlatani)”.
    quando ci sono prove, dovrei dire incontrovertibili anche io, ma non lo dico, che la Sindone fu costruita in India e rimase a lungo in Palestina.
    peggio, molto peggio, la Sindone DIMOSTRA che il corpo in esso contenuto non era morto.
    affermazioni, le mie, che in una scala di verità da 1 a 10 metterei tra il 6 e il 7, mentre la tua la metterei tra il 3 e il 4.
    ma qui mi fermo e continuerò (temo molto a lungo) nel mio fuoriblog settimanale di venerdì.
    ciao!

  2. “provare a scoprire dove”
    Non ci riuscirei mai.

    Sul vero/falso ho una mia idea.
    Non è importante che l’oggetto sacro sia concretamente “vero”, quanto che simboleggi qualcosa cui noi crediamo a livello di fede. La sindone non avvolse Cristo? Amen.
    L’importante è che simboleggi il vero sudario di Cristo, e che ci ricordi la sua morte ed ascensione in cielo.
    IMHO.

    • Sono d’accordo, pur non avendo fede. Alla fine del film “Basta guardare il cielo”, il protagonista dice: secondo la leggenda, Artù non è morto, ma dorme in attesa che qualcuno abbia bisogno di lui. Che sia vero o no non importa: l’importante è che ci sia qualcuno disposto a crederci.
      Penso che sia più o meno la stessa cosa.

  3. Pingback: miei fuoriblog dal 12 al 18 giugno 2021 – 274 – Cor-pus 2020

  4. cavoli ma tutto il commento che avevo scritto su questo post si è volatilizzato? la cosa più drammatica è che era uno di quelli lunghi come i tuoi post 😆 e vabbè, riassunto in tre righe, delle associazioni di idee stimolate dal tuo testo. la prima: i falsi versione contemporanea: “the shed”, il locale di londra dove se prenoti non trovi posto prima di sei mesi ma non è mai esistito, è stato tutto “inventato” sui social. la seconda, il giornalista tommaso debenedetti e le sue false interviste ai nobel: la stampa controlla se stessa? aggiungo: sull’arte, dei falsi ho un ricordo divertente (che ti avevo già scritto in passato, se non ricordo male), quello delle teste di modigliani a livorno e della battuta all’assessore scritta in vernice nera da parte a parte della piazza.
    infine: se anche tu non l’avessi scritto alla fine, sarei stato praticamente (e pericolosamente! 😛 ) certo che aversti inserito un “falso d’autore” nel testo. punto sulla storia della nonna.

    • La storia del “The shed” non la conosco, ma è interessante e me la cercherò. Tra l’altro, irride un vezzo tipicamente contemporaneo: quello dell’hype.
      La stampa controlla se stessa? No. Rilancio: e la stampa scientifica?
      La storia delle teste di Modigliani è leggendaria (ci ha scritto anche una canzone Caparezza!), ma secondo me lì è lecito chiedersi: chi ha scolpito quelle teste e deciso di fare quella burla (ma è davvero uno scherzo, poi?), non ha forse fatto un’opera d’arte?
      Sull’ultimo punto: ritenta, sarai più fortunato :-P.

      • La stampa scientifica direi ni. Esempi virtuosi, fortunatamente, rimangono.
        Le teste erano assolutamente delle opere d’arte (era Picasso, ricordo bene?, che diceva che la più grande qualità di un’artista è sapere copiare?)
        Sull’ultimo punto allora non insisto, pensavo fosse quella, sul resto sparerei a caso. Attendo, se la darai, la soluzione.

      • È una frase variamente attribuita (probabilmente perché qualcuno l’ha rubata a qualcun altro…), la versione che so io è “gli artisti copiano, i geni rubano”.

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