Non sai mai cosa entrerà da quella porta

La scorsa settimana, durante una breve vacanza a Roma (da cui mancavo da molto, troppo tempo), sono andato a vedere, al Chiostro del Bramante (che si trova a poca distanza da piazza Navona e che meriterebbe più fama di quella che ha) una mostra su Banksy che non sono ancora riuscito a decidere se mi sia piaciuta, oppure no.

Di sicuro, quando ho varcato la porta d’ingresso e sono entrato nella prima sala, ero tanto curioso quanto perplesso: ritengo infatti che sia in qualche modo contraddittorio dedicare un’esposizione formalead una persona che ha fatto del rifiuto della formalità la sua cifra stilistica, e che lavora e si è costruito una reputazione per strada; in più, vicende significative come quella che vide protagonista a Bologna, qualche anno fa, Blu (artista di strada che, coerentemente, distrusse le sue creazioni piuttosto che cederle ad un museo, dove sarebbero divenute materiale per magliette da gift shop) mi portano sempre a sospettare che dietro iniziative del genere ci sia la volontà di monetizzare un nome noto, il quale avrebbe tra l’altro parecchie difficoltà a far valere i suoi diritti avendo sempre dovuto agire, per necessità, nell’anonimato. Ironicamente, uno dei pannelli esplicativi della mostra ricordava come, ad un certo punto, Banksy sia stato costretto suo malgrado a depositare il suo nome come un marchio registrato, avendo alcune imprese tentato di sfruttarlo a fini commerciali.

I miei dubbi si sono acuiti nel momento in cui ho constatato comel’esposizione (che puntava ad essere una specie di “biopic” sulla vita e la carriera dell’artista inglese, ed i cui organizzatori, fortunatamente, non hanno staccato le sue opere dai muri per farle vedere solo al pubblico pagante) era stata allestita, e francamente ho smesso di ascoltare l’audioguida quando questa ha cercato di darmi ad intendere che Banksy possedesse “un umorismo british”, e che i molteplici ritratti di Elisabetta Windsor da lui realizzati sottintendessero che “prova affetto per la famiglia reale inglese”; non di meno, la mostra è stata l’ennesima occasione per constatare, nelle parole della mia amica Anita, che mi ha accompagnato, la potenza comunicativa dello street artist di Bristol, ed ho trovato davvero interessanti le varie stazioni in cui si ricostruiva il making of di alcune delle sue “azioni” più famose (ad esempio, la distruzione premeditata della Bambina con palloncino che stava venendo battuta all’asta presso Sothesby’s); inoltre, ho apprezzato anche le fotografie che ritraevano i suoi lavori e, soprattutto, l’ambiente per cui sono stati concepiti (perché l’arte di Banksy, come quella di Bernini, che poco più in là ha realizzato trecentocinquant’anni fa quello che ho definito il più grande gioco di prestigio di tutti i tempi, e cioè la Fontana dei fiumi, ha poco senso, se non si conosce il contesto in cui si inserisce); inoltre, è stato quasi commovente rendersi conto che, a dispetto delle molte, sferzanti, necessarie critiche al mondo in cui viviamo, Banksy non ha dimenticato che il compito precipuo dell’artista è quello di parlare alle persone, e che, proprio quando l’apocalisse sembrava imminente ed io, come tanti altri, rischiavo di soccombere non alla stanchezza o alla paura, ma all’incertezza (e ci torneremo), lui abbia trovato il tempo di parlare anche a me, disegnando il Game Changer.

Si tratta di una piccola tela, se non sbaglio realizzata in carboncino, che potrei anche descrivervi, ma un’immagine vale più di mille parole.

Banksy ha regalato quest’opera al pronto soccorso di Southampton nel maggio dello scorso anno, quando a dispetto delle rassicurazioni di Johnson sull’immunità di gregge i contagi da Covid-19 stavano accelerando e lavorare nell’ambito dell’emergenza si stava trasformando nella follia che era stato farlo in Italia nei due mesi precedenti, e vi ha allegato una semplice nota che diceva: “Grazie per quello che state facendo. Spero che questo illumini un po’ l’ambiente, anche se è in bianco e nero”. Mi era già capitato di vedere il disegno (ed è davvero necessario che vi dica che mi era piaciuto?); ignoravo totalmente, invece, questa dedica: e probabilmente, più dell’opera in se, è stata questa a parlarmi: era parecchio tempo (da marzo dello scorso anno, più o meno), che nessuno mi diceva grazie per motivazioni professionali. Anzi.

Ho accennato prima al contesto in cui viene prodotta un’opera d’arte; a farmi provare determinate emozioni di fronte al Game Changer ed al testo che l’accompagnava è stato invece, probabilmente, il contesto in cui l’ho ricevuta: solo il giorno prima, un giornalista (per fortuna, non ricordo al servizio di quale testata) aveva apostrofato me e tutti i miei colleghi con l’epiteto “i cosiddetti eroi del Covid”, attribuendoci in blocco, come categoria, la colpa della morte di Camilla Canepa, la diciottenne di Sestri Levante deceduta dopo essersi sottoposta al vaccino AstraZeneca in conseguenza della patologia più alla moda negli ultimi tempi, la trombosi trombocitopenica indotta da vaccino (VITT, nel caso faceste parte della chiesa che adora utilizzare acronimi incomprensibili per ogni cosa); pochi giorni prima, qualcuno aveva fatto più o meno la stessa cosa in seguito al decesso di Michele Merlo, il cantante ventisettenne ucciso da una leucemia fulminante che gli aveva causato un’emorragia cerebrale. Qualcuno potrebbe dire che è bello che, almeno noi, stiamo tornando alla normalità: prima della breve ondata di popolarità vissuta nelle fasi iniziali della pandemia (di cui, lo dico chiaramente, non avevamo alcun bisogno, e che ha fatto molto male a numerosi colleghi) episodi di malasanità, o di pretesa malasanità, accaduti nei corridoi del pronto soccorso andavano a finire in televisione o sulle prime pagine a cadenza praticamente quotidiana, e ben di rado qualcuno ricordava che la colpa di uno non è la colpa di tutti, e che, ad esempio, del sovraffollamento noi operatori siamo vittime, e non artefici; e anche l’estate scorsa, quando il SARS-CoV 2 sembrava essersene andato in vacanza pure lui, ha avuto un successo considerevole una certa letteratura che cercava di dimostrare che non ci avevamo capito niente, che era evidente che il Covid-19 era una malattia vascolare e non respiratoria, che eravamo stati degli incompetenti a ventilare persone che avevano livelli di ossigeno nel sangue che all’università ci hanno insegnato essere incompatibili con la vita…

A queste critiche si può rispondere in molti modi, me ne rendo conto; il modo peggiore è, probabilmente, quello di “sfogare in un ultimo grido l’amarezza degli offesi lamenti”, ed affermare arrogantemente che noi siamo gli esperti dell’emergenza, che noi sappiamo quali sono gli esami giusti da chiedere ai nostri pazienti, che noi sappiamo quale paziente può andare a casa e quale no, che noi siamo piuttosto bravi a farlo, se è vero, com’è vero, che a fare notizia (quindi, ad accadere molto meno di frequente) è il paziente che va a casa e muore, e non il paziente che va a casa e sta bene. Ma questa, ripeto, sarebbe la strategia più deleteria, perché alimenterebbe precisamente quella retorica da “uomini che non sbagliano mai” che è alla base della reazione ai nostri errori (che cela la malcelata soddisfazione di chi dice: ecco, vi credevate Dio in terra, ed invece fate cazzate anche voi), e che noi per primi dovremmo rifiutare; dopo la prima elementare, per altro, tutti noi dovremmo aver fatto pace con l’idea che vivere un’intera vita senza sbagliare neppure una volta non è possibile e, forse, neppure augurabile. Viceversa, dovremmo vedere uno psichiatra.

Certo, mi rendo conto che un nostro errore è particolarmente grave, perché significa che stiamo facendo del male ad una persona; ma credo e spero che sia chiaro per tutti che, se lo facciamo, non è né per dolo, né, nella maggioranza dei casi, “per incompetenza, negligenza o imperizia”: è perché fare il nostro lavoro significa, essenzialmente, essere sempre a contatto con l’incertezza. In pronto soccorso, ogni giorno, entrano dalla porta centinaia di pazienti; tutti loro lamentano dei sintomi che possono essere dovuti a patologie banali (e, in qualche caso, non essere sostenuti proprio da nulla) o, al contrario, essere spia di una malattia che potrebbe portare a morte o a disabilità grave la persona che ce li riferisce. Ogni giorno questi pazienti noi li visitiamo e sappiamo (o dovremmo sapere) che nulla di quello che faremo potrà escludere con una certezza assoluta la seconda possibilità: possiamo chiedere tutti gli esami del sangue che vogliamo, sottoporre il paziente a radiografie e TAC total body, invocare il consiglio di chiunque, essere rassicurati da tutti i risultati che riceviamo e, comunque, dimettere un paziente che arriverà alla sua auto e morirà. Di più: sappiamo che, mentre andiamo alla ricerca di indizi per escludere condizioni potenzialmente mortali, potremmo anche fare del male al nostro paziente: i macchinari di ultima generazione sono molto più sicuri, d’accordo, ma una TAC cranio espone comunque le persone ad una certa dose di radiazioni, ed il mezzo di contrasto può essere causa di reazioni allergiche anche gravi; alla luce di ciò, avrebbe senso che noi sottoponessimo tutti quelli che si presentano in pronto soccorso lamentando cefalea dopo la vaccinazione (che sarebbe a dire, in periodi in cui la paura mediatica è particolarmente elevata, tutti i pazienti che hanno ricevuto di recente una vaccinazione) ad una TAC cranio? Quanti danni da radiazione e quante reazioni avverse a mezzo di contrasto avremmo provocato noi in questo modo, per cercare qualcosa di assai raro soprattutto in certe condizioni?

Con ciò, non sto esprimendo un’opinione sul lavoro di chi ha avuto in cura Camilla Canepa e Michele Merlo; neppure, voglio fare della difesa lobbystica della mia categoria professionale: ci sono molti motivi per cui non siamo e non siamo mai stati eroi; ci sono molti motivi per cui spesso ci meriteremmo un rimprovero. Ma attribuirci le morti (drammatiche) di due ragazzi, per non aver saputo riconoscere, in mezzo ad una marea di confondenti, così, a prima vista, servendoci di quell’occhio clinico di cui faremmo bene a non fidarci mai, due patologie rare (una delle quali, per altro, non esisteva prima che un’azienda farmaceutica creasse un vaccino per un’infezione virale che, a sua volta, nessuno di noi aveva mai visto fino ad un anno e mezzo fa), è, al minimo, ingeneroso: ancora di più, pretendere di esprimere delle opinioni sul sistema dell’emergenza italiano basandosi su questi due casi così specifici.

C’è un programma che va in onda su Cielo, intitolato Affari di famiglia, che racconta delle vicissitudini che avvengono all’interno di un banco di pegni a Las Vegas. All’inizio di ogni puntata, il suo proprietario dice: “non sai mai cosa entrerà da quella porta”. Ecco, questo è precisamente il motivo per cui io amo lavorare in pronto soccorso; ma è anche il motivo per cui farlo può diventare intollerabile: qualche volta, da quella porta, entra una ragazza di diciotto anni che ha una trombosi cerebrale e tu, per quanto abbia studiato, per quanto ti sia aggiornato, per quanto ci stia mettendo tutta l’attenzione di cui sei capace, non la riconosci.

E vi dico un segreto: nessuno è capace davvero di costruirsi addosso un’armatura alla dottor House. Quando succede, di non riconoscere un paziente, ci stiamo male anche noi.  

11 thoughts on “Non sai mai cosa entrerà da quella porta

  1. Mi rimane una domanda a cui ancora non ho dato una risposta univoca: quando è nato il “dogma dell’infallibilità pretestuosa” della medicina occidentale.
    P.S. sabato sera ho visto (con un po’ di difficoltà a causa del buio, per la verità) il mio primo Banksy originale – a cui, appunto, la città ospitante non ha regalato nemmeno una luce di illuminazione notturna (ma forse per lui è bello così)

  2. Purtroppo la vostra, la tua, non è una scienza “esatta”, nel senso matematico del termine.
    Un sintomo può avere una determinata causa, ma anche no.
    Un esame potrebbe chiarire un dubbio, ma creare un problema.
    E molti non lo capiscono affatto.

    Tra l’altro, polemica tutta mia generata dalla conoscenza diretta di alcune persone di tal guisa, c’è anche chi evade le tasse in modo continuativo, e poi si lamenta della sanità “con tutto quello che ci costa”. Il mondo è pieno di ipocriti.

  3. La mia opinione in merito é: se non lavori, non sbagli. Più precisamente: se non hai alle spalle una decina d’anni di teoria, tra università e specializzazione, e qualche anno di ritmo circadiano a puttane tra turni indefiniti, mangiare se c’è tempo e l’ultima visita del turno che magari finisce la mattina dopo col chirurgo che sta richiudendo il paziente, puoi permetterti di dire ogni tipo di puttanata possibile, perché tale resta, almeno per me.

  4. Se ho imparato qualcosa dai film dell’Ispettore Callahan, è che se ti chiamano “eroe” è per fregarti ora e, se necessario, usarti come capro espiatorio domani.

    Non abbiamo bisogno di eroi, abbiamo bisogno di decuplicare la spesa sanitaria.
    Finanziandola, naturalmente, dissanguando i miliardari, non i redditi da 1300 euro.

    E se poi potessimo commissariare e limitare alle produzioni essenziali una SpA o due, sono sicuro che gli azionisti sopravviverebbero anche senza dividendi per un annetto.

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