Il tesoro è materia magica per eccellenza, e fra le più affascinanti. Se cercassimo una ricetta alchemica per crearne uno, avremmo bisogno di alcuni ingredienti fondamentali. Il primo è il valore, quello scintillio che accende il desiderio. Secondo è il segreto, la consapevolezza che esso esiste senza sapere dove. Il terzo è il tempo, al quale è sopravvissuto, e che l’ha reso libero da ogni possesso: attende chi saprà meritarselo ma non è più di nessuno.

Così leggeva il pirata in un testo che era divenuto il suo riferimento sul tema, e si rattristava. Per tutta la sua vita, aveva sognato non di trovare, bensì di creare un tesoro: e quelle parole, certo veritiere, lo facevano disperare di riuscirci mai. Aveva raccolto cinque o seicento dobloni d’oro, razziandoli ad alcuni galeoni spagnoli (razziandoli? Sarebbe stato meglio dire sequestrandoli: quelli che aveva rapinato su quelle navi gli erano infatti sembrati, in tutto e per tutto, dei suoi colleghi, solo meno onesti), e dunque il valore non era un problema; e sospettava non lo sarebbe stato nemmeno se avesse sepolto, da qualche parte, uno scrigno vuoto, marcito ed insignificante: che aveva imparato che per alcune persone (e tra quelle probabilmente c’era anche lui) la ricerca di un tesoro era un tesoro di per se.

Ma, come fare col segreto? Aveva sentito dire che, sulla terraferma, avevano inventato un arnese che si chiamava Google, che era una specie di stregone che sapeva dare risposta a qualunque domanda uno gli facesse, e per di più senza volere in cambio né il tuo sangue, né la tua anima (il che non significava, riteneva, che infine Google non riuscisse a sottrarli, in qualche modo, a chi, pieno di fiducia, gli si rivolgeva); come fare, in un mondo in cui esisteva un occhio sempre vigile e sempre attento a finanche i movimenti più insignificanti di un essere umano, un guardiano più inflessibile e crudele del peggiore (o del migliore, dipendeva dai punti di vista) del re di Spagna, a trovare un nascondiglio che rendesse il suo tesoro un segreto? E, se non fosse riuscito in questo, come sperare che il tempo trasformasse quei dobloni frutto di saccheggio (di un saccheggio che rivendicava e di cui non si vergognava) in un mito di cui gli uomini avrebbero favoleggiato, qualcosa di cui sarebbero giunti a dire: che importa, se esiste oppure no? Google aveva costruito nel tempo, gli avevano detto, una mappa del mondo intero, che chiunque poteva consultare da casa propria, al risibile (ed intollerabile) costo di sopportare un poco di pubblicità: niente pericolose avventure nei sotteranei infestati da topi di una biblioteca, a Venezia, senza avere mai la certezza di trovare quel che si cerca; uno studio nemmeno troppo accurato dei luoghi di cui questo pirata scrive nel suo diario e zac!, ecco che abbiamo trovato dove ha sepolto i suoi dobloni.

“Eppure ci dev’essere qualcosa che non sai” mugugnò il pirata, tamburellando sovrappensiero sulla pergamena che aveva steso di fronte a se, e che iniziava a temere sarebbe rimasta bianca per sempre…

L’intuizione gli fece spalancare la bocca; lisciò meglio la pergamena e, senza neppure prendere la penna, ci scrisse sopra, con chiarezza inusuale per chi si applicasse all’occultamento, una sola, semplice parola; questa: . Soddisfatto, rilesse quanto aveva scritto; e che ci provasse, Google, a rivelare ai curiosi cosa significava quell’indizio!

Arrotolò la pergamena e la infilò in una bottiglia che affidò ad un mare in cui un tempo, gli pareva, ad alcuni piaceva surfare; ecco, è così che essa è giunta fino a voi.

Dovete questo post (nel caso vi servisse qualcuno a cui dare la colpa) ad un sogno, ad un certo racconto di Dino Buzzati, ed a Mariano Tomatis, che me l’ha fatto conoscere.

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