Sono loro che sono ragazzini

Un sabato mattina di qualche tempo fa ero (miracolosamente) a casa dal lavoro, e non ho potuto fare a meno di notare acusticamente quante auto, in un ridottissimo lasso di tempo, siano passate sotto la mia finestra che, pure, si affaccia su una via non esattamente centralissima. Ho comunicato questa mia osservazione alla mia amica Anita; lei mi ha risposto che, secondo il suo parere, era colpa dell’“effetto zona bianca”, e della volontà di molte persone di evadere, anche solo per un giorno, dai luoghi in cui la pandemia, e le misure messe in atto con l’intento dichiarato di contenerla, le avevano tenute rinchiuse per lunghi mesi; senza per questo, ovviamente, dover stare troppo vicino, come sarebbe stato inevitabile servendosi dei mezzi pubblici, ad altre persone che, come abbiamo dovuto imparare in quest’anno e mezzo (perché quando te lo ripetono i politici ed i virologi ed i mass media e perfino Amadeus, Barbara D’Urso e Jovanotti lo impari anche se non vuoi) sono anzitutto possibili fonti di contagio.

Ignoro se Anita abbia ragione (personalmente, ritengo che altre siano le cause del mostruoso traffico veicolare che interessa il ristretto spazio appena oltre il mio balcone, così come il mondo intero); certo è che da quel sabato ho iniziato a prestare più attenzione al mio “ecosistema acustico” ed al tema del suo inquinamento, nonché a riflettere su tutte le sue possibili implicazioni: queste mie riflessioni hanno preso una piega imprevista quando un altro mio amico, Sebastiano, in una discussione su non ricordo più neppure quale argomento, mi ha detto: di solito i podcast si ascoltano mentre fai altro.

Prima del Covid, mi sfugge purtroppo su quale pubblicazione online, lessi un articolo che parlava dell’horror vacui che ormai proviamo nei confronti del silenzio (ovvero, visto che almeno da John Cage sappiamo che il silenzio non esiste, dell’assenza di suoni a cui possiamo immediatamente attribuire un significato), e della necessità che proviamo di riempirlo costantemente con qualcosa; le parole di Sebastiano mi hanno riportato alla mente quell’articolo, e mi hanno fatto chiedere se anche questa non possa essere una forma, per così dire concettuale, di inquinamento acustico; certo è che essa è una delle motivazioni che hanno consentito la sopravvivenza della filodiffusione radiofonica nei supermercati, mi sono ritrovato a pensare: se non fosse che ormai siamo terrorizzati dall’idea di non sentire nulla di riconoscibile, non avremmo più bisogno di uno strumento pensato per allietare l’attesa di chi è in coda per comprare il salame, ed ormai surclassato e reso obsoleto, in questo compito, dall’onnipresente smartphone, che ci consente di rifuggire la noia (e, dunque, di essere operativi e produttivi sempre) in un’infinità di modi ulteriori.

Chiaramente, continuare a trasmettere la musica del momento, intervallata dagli innocui interventi dei dj che la “lanciano”, ha anche altri scopi, ad esempio quello di rendere meno straniante la frequentazione di un non-luogo quale il supermercato è (girando tra gli scaffali, vi siete mai resi conto che vi muovete tra montagne di spazzatura potenziale, che nella maggioranza dei casi finirà tal quale, senza neppure essere stata tolta dall’imballo, nella pattumiera?); di sicuro, comunque, questo compito sarebbe frustrato se, oltre a battere il piede a tempo sulle note dell’ultimo successo di Baby K e ridacchiare alla battuta sessista del presentatore, qualcuno si mettesse anche ad ascoltare i notiziari che, di tanto in tanto (almeno, nel supermercato che frequento io), interrompono il rumore di fondo che, ormai, ci è necessario per sopravvivere: a me è capitato di farlo la settimana scorsa e, francamente, sono rimasto sconcertato dai toni a tinte fosche con cui l’impersonale voce della radiogiornalista stava ricostruendo l’omicidio della giovane Chiara Gualzetti, che era per altro la notizia di apertura (in tempi di litigi di governo, spaccature nei Cinque Stelle, variante Delta e, volendo, europei di calcio? Davvero?).

Ho già manifestato, altrove, il mio sostanziale disinteresse nei confronti della cronaca nera e quindi, lo ammetto, prima di quel giorno non avevo prestato alcuna attenzione al fatto di sangue capitato in provincia di Bologna, derubricandolo all’ennesima tragedia causata dall’incapacità degli adulti di intercettare il disagio (in questo caso psicologico) degli adolescenti; la crudezza quasi compiaciuta con cui esso era narrato in un radiogiornale che si da per scontato nessuno ascolterà a livello cosciente mi ha tuttavia spinto ad interessarmi al modo in cui quotidiani e reti televisive stavano “coprendo” la questione: è così che mi sono reso conto che è di nuovo uno di quei periodi dell’anno, quello in cui ci si mette d’accordo per propagandare l’idea che i giovani (che, come sottolineavo qui, sono stati fin troppo obbedienti di fronte alla serie di norme quasi beckettiane con cui li si è tenuti rinchiusi in casa dal febbraio scorso, dando per scontato che se c’era il Covid era colpa loro) siano non solo una massa di debosciati scansafatiche che vogliono stare spaparanzati sul divano a godersi i soldi di mamma, papà e pure della previdenza (vedi la recente ridicola polemica su lavoro stagionale e reddito di cittadinanza), ma anche pericolosi spostati che attentano alla vita dei propri simili perché, a furia di stare davanti a Netflix a guardare Lucifer, si sono bevuti il cervello.

Trovo francamente incredibile che, nel 2021, dopo che abbiamo avuto i massacri di Columbine, gli altri school shooters americani, le bestie di Satana, il delitto di Novi Ligure e tutti gli altri casi di cronaca che hanno avuto per protagonisti, nel bene e nel male, degli adolescenti e dei giovanissimi, qualcuno trovi ancora il coraggio di sostenere, pardon, di suggerire (perché i giornali non sostengono nulla, riportano solo le opinioni altrui in titoli ad otto colonne) che uno possa decidere di ammazzare un’altra persona perché glielo sussurra subliminalmente il personaggio di una serie televisiva (o di un film, o di un fumetto, o di un videogioco… o di un’altra di quelle cose con cui i giovinastri perdono tempo invece di cercarsi un lavoro già a dodici anni così da poter essere genitori a sedici); che esistano ancora penne così superficiali da non comprendere che l’assassinio di Monteveglio ha due vittime, quella che l’ha subito e quella che l’ha compiuto, e che se uno non è più capace di comprendere dove finisce la realtà ed inizia la finzione, un qualche tipo di problema doveva averlo di base, e l’ossessione che manifestava nei confronti del prodotto Netflix ne era un sintomo che, scusate, mi ripeto, i grandi non hanno saputo comprendere. Nessuno dei grandi: la famiglia, la scuola (sfido, quando a scuola non ci vai da quasi due anni), tutte le molteplici istituzioni che diciamo di aver messo in piedi per aiutare i giovani in difficoltà. Ed in questo senso, il fatto che un sedicenne abbia ucciso una coetanea è un fallimento della società in toto, ed è per questo che nessuno ve lo racconterà in questi termini: i giornalisti fanno parte dello stesso “segmento sociale” di chi prende le decisioni e dovrebbe quindi assumersi la responsabilità (torno sempre alle stesse parole chiave, lo so) di eventi drammatici come questi; il suo scopo, dunque, è costruire narrazioni giustificazioniste per chi, in questi sedici mesi, ha fatto credere che l’unico problema sanitario in Italia fosse il Covid-19 (mentre i servizi di neuropsichiatria infantile raccontavano tutt’altro): ed in questo senso, non è un caso che questo omicidio venga raccontato così negli stessi giorni in cui, sugli stessi giornali, un pestaggio poliziesco di cui alcuni ragazzi sono stati vittime a Milano diventa una “rissa”, con gli agenti intervenuti solo perché i coinvolti erano stranieri che vengono trasformati quasi in degli eroi per aver messo le mani addosso (in assetto antisommossa!) a dei meno che ventenni disarmati: siamo di fronte allo stesso meccanismo, abbiamo qui il potere che rivendica il suo diritto di ignorare le sue responsabilità mentre esercita al massimo grado l’arbitrio. Mi sono dimenticato dei sedicenni con problemi psichiatrici, ma tanto la colpa è di Lucifer; nelle forze che dovrebbero garantire la sicurezza di tutti (e non solo dei “cittadini che pagano le tasse”) si annidano, e forse in certi contesti sono la maggioranza per ragioni sistemiche, dei fascisti fatti e finiti, ma tanto non sono loro che sono razzisti e violenti, sono gli altri che sono negri. E poi sono ragazzini, e quindi avrò buon gioco a dire che “hanno cominciato loro”.

Che, non per caso, è lo stesso dispositivo retorico che è entrato in gioco nel caso di Santa Maria Capua Vetere: ma, a parte che in entrambi i casi è una marchiana bugia, seppure fosse? I poliziotti hanno quindi il diritto di comportarsi come dei pretesi delinquenti? Quando la vicenda dei marò (recentemente conclusa nel più scandaloso dei “tarallucci e vino”) era appena agli inizi, mio padre sosteneva (spero abbia poi cambiato idea) che era giusto difendere Latorre e Girone, perché “quello che fa un uomo in divisa lo fa lo stato”. Se la sua interpretazione fosse stata giusta… solo io provo la stessa inquietudine che proverei in un supermercato privo di radio, a pensare a cosa ha fatto lo stato, negli ultimi (dieci? Venti? Cinquanta?) anni?

5 thoughts on “Sono loro che sono ragazzini

  1. Per me è come sempre la necessità di semplificare un panorama complesso. Stabiliamo un ente semplice, lineare, depositario della verità e della giustizia – lo stato in questo caso – a cui attribuire compiti e colpe. Perdiamo così di vista che quella cosa è fatta di un complesso sistema di singoli con interessi e necessità spesso contrapposte.
    Nello stesso modo la pandemia – e c’è chi parla di sindemia – che non è solo la replicazione del virus e basta, ha necessità come nella narrazione manzoniana di un untore, un meccanismo semplice che individua il nemico – i ragazzini – e così cancella la complessità di un sistema divenuto il parco giochi della replicazione virale.

  2. Parto dalla fine.
    Quello che hanno compiuto i 2 marò è, a mio avviso, un omicidio preterintenzionale, che la divisa ha solo reso meno “punibile”.
    Riguardo il silenzio… io lo adoro, permette la riflessione, la lettura e, se uno vuole, la preghiera: nessuna necessità di coprirlo con suoni e rumori, quando lo si cerca. Mio figlio, invece, non ama il silenzio, e vuole che resti acceso un qualsiasi dispositivo pur che “si senta qualcosa”.
    Riguardo “Lucifer” e dintorni che dire? Io non credo al fatto che uno possa “sentire le voci” e che queste possano indurlo a compiere omicidi. Però la psiche umana può nascondere verità a me incomprensibili.

  3. Riallacciandomi al discorso del silenzio penso che oggi tutti avremmo bisogno di riflettere su chi siamo e su dove stiamo andando. La maggior parte della gente evita accuratamente i momenti di silenzio per evitare di restare sola con se stessa e magari di scoprire cose che non piacciono.

    Un saluto

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