Senza parole

Alcuni giorni fa, senza eccessiva sorpresa, mi sono reso conto di come, da qualche tempo, tendo ad ignorare ciò che le persone che stimo scrivono a proposito del Covid-19 (quindi sì, se ultimamente avete trovato un mio commento in coda ad un vostro articolo che conteneva una ricetta infallibile per arrestare la pandemia, far ripartire l’economia e anche salvare l’aye-aye dall’estinzione, ora sapete che non potete contare sulla mia stima. Credo che sopravviverete lo stesso, comunque).

Le ragioni di questo mio comportamento, adottato dopo un periodo (molto breve, lo confesso) in cui una discussione sul tema anzi la ricercavo (forse perché grande era la confusione dentro di me), le ho spiegate, in un certo senso preventivamente, in un post che ho scritto nove mesi fa, il quale ruotava tutto attorno all’impossibilità di mantenere, riguardo il Sars-CoV-2, quella che, con una facezia che avranno capito solo i colleghi e gli abilitati al primo soccorso, chiamavo posizione laterale di sicurezza; in altri termini, in quel post mi lamentavo del fatto che, sul tema, non si potesse essere terzi, non si potesse sfuggire alla dicotomia scientisti/no mask, governativi/populisti: opinioni diverse da “il Covid è un’invenzione per imporre la dittatura sanitaria e iniettarci il 5G coi vaccini” e “il governo fa tutto bene quando chiude i parchi e lascia aperte le fabbriche”, mi pareva (e mi pare ancora), erano non solo inesprimibili (perché a nessuno sarebbe interessato riceverle), ma proprio inconcepibili, in senso letterale; nel marasma di messaggi emessi per raggiungere una popolazione bisognosa di certezze e semplicità, infatti, non esisteva alcuno stimolo che conducesse ad elaborare pensieri complessi.

In conseguenza di questo stato di cose, mi proponevo ai tempi di non pubblicare più alcuno scritto che avesse per argomento centrale il Covid-19; se mi avete seguito nell’ultimo anno, saprete benissimo che questo buono, ed anzi ottimo, proposito non l’ho rispettato affatto: potrei trovare parecchie scusanti per aver mancato a questa promessa fatta a me stesso e a voi: ad esempio che, nei momenti più bui della seconda ondata, quella malattia rappresentava una fetta considerevole della mia vita lavorativa ossia, in tempi di lockdown sostanziale, della mia vita tout court, ma non sto scrivendo questo articolo con l’intento di giustificarmi. Quello che mi interessa, qui, è sottolineare come è stato forse per controbilanciare questa palese dimostrazione della mia incapacità di starmene zitto, che ho voluto adottare almeno la risoluzione di starmene cieco riguardo quello che gli altri ne scrivevano/dicevano/pensavano. Anche perché sapevo bene che, se non lo avessi fatto, presto mi sarei ritrovato a non leggerli più del tutto, quegli “altri”: ed infatti, è credo più di un anno che, dopo una discussione sul Covid in cui non avevo trovato “all’altezza della situazione” né le mie domande, né le loro risposte, ho abbandonato la lettura del blog dei Wu Ming; con mio grande rincrescimento, lo ammetto, ma non avrei più sopportato di sentir risuonare dentro la mia testa, mentre leggevo le loro parole, una voce che diceva: ma, in fin dei conti, mi sembra non troppo diverso da quello che dice Salvini… (e badate: il fatto che io abbia scelto proprio questa immagine dovrebbe bastare a dimostrare che è colpa mia, che sono io che sono incapace di sfuggire a quella stessa follia di cui parlavo nell’articolo linkato su, quella della dicotomia manichea).

L’abbandono è stato doloroso: devo ai Wu Ming molto della mia formazione e politica, e personale; per dirne una, senza di loro non avrei mai conosciuto l’illusionismo ed il mio maestro in quest’arte, Mariano Tomatis. Senza di loro, non avrei mai avuto la possibilità di dare uno sguardo all’importantissimo (ma oltremodo specialistico) lavoro sul mito di Furio Jesi, ed in particolare al concetto, da lui elaborato, di idee senza parole, che credo siano un oggetto di cui la comunicazione contemporanea, ed in particolare quella politica, si serve tanto, troppo spesso: anzi, oserei dire praticamente sempre.

Le idee senza parole (sintetizzo male l’intuizione di Jesi) sono quei concetti che sono stati ormai svuotati di qualunque significato sostanziale e che vengono usati esclusivamente in ragione delle emozioni (o forse sarebbe meglio dire degli istinti) che possono suscitare in chi le subisce; sono quegli artifici retorici di cui si servono capopopolo e duci wannabe, privi di qualunque reale messaggio, con l’intenzione di compattare i propri adepti, di dar loro qualcosa in cui riconoscersi e per cui, eventualmente, sacrificarsi. Patria è l’epitome perfetta dell’idea senza parole; ma molte, negli ultimi tempi, ne sono state coniate, ovvero molte sono diventate tali dopo un passato in cui ancora significavano qualcosa: crescita, ad esempio, è un’idea senza parole, un’entità di cui nessuno saprebbe definire esattamente né cosa sia, né perché sia auspicabile, ma a cui si guarda comunque come ad un’immagine della madonna di Lourdes che debba regalarci un miracolo (in cambio del quale siamo disposti ad offrire molto, ed anzi tutto); sicurezza è un’idea senza parole, soprattutto nel momento in cui un assessore teoricamente demandato ad occuparsene uccide a colpi di arma da fuoco un povero malato psichiatrico che aveva la sola colpa, appunto, di essere povero; ed è un’idea senza parole, ovviamente, anche l’espressione dittatura del politicamente corretto, che anzi è forse l’idea senza parole di maggior successo nella contemporaneità.

Tra parentesi, essa occupa poi una posizione peculiare, rispetto agli oggetti di cui stiamo parlando: ho scritto poc’anzi, infatti,  che le idee senza parole sono concetti svuotati di qualunque significato sostanziale; a voler parlare più semplice, si potrebbe dire che sono concetti che hanno perso il loro significato: ma dittatura del politicamente corretto è un’espressione che non ha mai designato alcuna situazione reale; in nessun posto del pianeta è mai esistita una dittatura del politicamente corretto, ed a dimostrarlo sta non solo il fatto che la nostra società sia ancora saldamente nelle mani di una manciata di maschi, bianchi e ricchi, che fanno a gara per esporre nei media la loro famiglia (rivendicando così la loro eterosessualità come se fosse una virtù), ma anche che costoro possano permettersi a cadenza praticamente quotidiana di insultare chi sta meritoriamente mettendo in discussione il convincimento che per il solo fatto di possedere quelle caratteristiche, per il solo fatto di essere nati nell’emisfero “giusto” del mondo, essi abbiano il diritto di dominarlo, quel mondo.

Per altro, questa è la vera ragione per cui quell’espressione è stata inventata: presentare la lotta contro i movimenti per la liberazione della donna, delle minoranze sessuali e di quelle etniche, non come una manovra reazionaria atta a mantenere alcuni in una posizione di privilegio, ma come un atto libertario animato dallo scopo di a garantire la libertà di poter dire quello che si vuole senza essere censurati dalla “polizia del pensiero”. Questo fine viene perseguito attraverso la popolare tecnica del “fare caciara”: si raccontano storie insignificanti, “vite distrutte” a causa di una “battutina” presa troppo male da alcune persone, proteste palesemente mal dirette contro questa o quella “provocazione”, e poi se ne evince che “non si può dire più niente”, che “i neri vogliono distruggere la storia”, che “gli omosessuali cercano di imporre la loro agenda”. Ora, intendiamoci: alcune volte anche io ho guardato con disapprovazione ad alcune campagne palesemente ingiuste, che andavano a colpire bersagli che avevano cercato di introdurre la complessità in un ambiente ormai asfitticamente semplificato (ed ecco che ci torniamo); ma, a parte che iniziative come queste sono spesso “comandate” da persone che nulla hanno a che fare col femminismo, l’antirazzismo, l’attivismo LGBT (e purtroppo le azioni demenziali di questo tipo si moltiplicheranno man mano che i movimenti prenderanno piede e tanti politici e giornalisti cercheranno di servirsi di loro per rifarsi una verginità), queste rappresentano una netta minoranza rispetto alle sacrosante azioni portate avanti dal Black Lives Matter o dai molti collettivi femministi che sono presenti anche nella nostra penisola.

I quali, chiariamolo una volta per tutte, non vogliono impedirvi di continuare a coltivare le vostre schifose, piccole idee razziste (ed utilizzo il termine nel senso più ampio possibile); anzi, vi dirò di più: nessuno, qui, vuole nemmeno impedirvi di esprimerle, quelle schifose, piccole idee razziste. Quello che vogliamo (sì, mi ci metto anche io) è che si smetta di affermare che possa esistere una qualche forma di dialogo politico con chi afferma (faccio per dire) che le donne dovrebbero occuparsi solo della riproduzione, che convinzioni come questa siano “solo” opinioni, rispettabili come tutte; quello che vogliamo è che esse vengano qualificate per quello che sono, delle schifose, piccole idee razziste. Che, come tutte le idee razziste, non possono avere agibilità politica: la storia di Yoshiro Mori, ex primo ministro giapponese ed ex presidente del comitato organizzatore delle olimpiadi in corso a Tokyo, che ha dovuto abbandonare il ruolo dopo aver detto che aumentare il numero di donne nel comitato stesso avrebbe prolungato la durata delle riunioni perché le donne tendono a parlare troppo, non è la storia di uno che viene sacrificato per non essere stato politicamente corretto, come ho sentito dire da un cronista Rai durante la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici. È la storia di un uomo che viene chiamato ad assumersi le sue responsabilità per aver espresso una posizione (“ci sono categorie di persone che non sono biologicamente adatte alla vita politica”) che è contraria ai principi di uno stato democratico: e se non riusciamo a capirlo, è perché siamo convinti che a difendere Mori stiamo facendo qualcosa di grande, addirittura di eroico, che ci stiamo battendo contro una dittatura orwelliana che vuole impedirci di fare il cazzo che ci pare (cioè magari di proibire a nostra moglie di lavorare e di picchiare nostro figlio quando ci viene a dire che è omosessuale).

Allora, facciamo una bella cosa: chiarito una volta per tutte che la “dittatura del politicamente corretto” non esiste, diamole un altro nome; chiamiamola, che so, repubblica del rispetto. Vi sentite ancora così fighi, a combattere con la repubblica del rispetto?

19 thoughts on “Senza parole

  1. ciao gabriele, dedico forse la metà dei post che scrivo a riflettere sulla pandemia in corso, come ben sai, visto che mi leggi e commenti abitualmente – tranne che su questi miei post; e quindi la prima parte di questo tuo post mi riguarda molto da vicino, o almeno così io sento, in maniera forse egocentrica.
    certamente mi consola almeno sapere di non avere nessuna ricerca infallibile per arrestare la pandemia e dunque di potermi considerare almeno fuori dal primo cerchio più ristretto dei tuoi obiettivi polemici; ma è anche vero che considero l’isolamento sociale (nella forma cinese oltretutto) come la via maestra per una lotta alla diffusione di una malattia contagiosa, e quindi posso rischiare di rientrarci, ma sono perfettamente consapevole che essa non è applicabile nel contesto europeo per le caratteristiche della nostra cultura e della nostra vita economica (che sono poi due modi diversi per dire la stessa cosa: la pervasività del modello vita del capitalismo consumista).
    tu giustifichi il tuo rigetto con l’inevitabilità della dicotomia manichea scientisti/no mask e governativi/populisti. però io sono sicuro di non rientrare in questo schema per quel che penso e scrivo sul tema; anche se devo ammettere che gli scientisti governativi stanno diventando così pericolosamente para-fascisti nel loro modo di argomentare e soprattutto di operare che il mio spirito di opposizione nei loro riguardi fatica a mantenere quell’equilibrio che mi ha portato finora a criticare ANCHE i populisti noi mask con durezza perfino maggiore.
    non so i Wu Ming, dato che non li seguo, tranne che quando me li segnali tu, e magari invece te la stai pigliando solamente con loro, ahah.

    sono invece convinto che la causa profonda del tuo silenzio sul tema non sia diverso da quello che porta a non parlarne quasi mai un sito come il sito dei compagni di Brescia Anticapitalista e a misurarsi poco con questo tema tutta quella parte generosa e purtroppo molto minoritaria di giovani che vive la propria opposizione al sistema capitalistico attuale dentro il carcere di quelle forme di interpretazione del presente.
    la pandemia in corso mina alla radice la lettura marxista del mondo, ribalta la scala delle priorità, sostituisce al mito del futuro radioso di progresso dell’umanità la cruda realtà biologica di una umanità fragile come specie, e smarrita e confusa nell’arroganza antropocentrica della sua visione del mondo.
    in poche parole distrugge la visione religiosa della realtà offerta dal marxismo, che ancora dirige i pensieri di chi si oppone allo stato presente del mondo in nome del comunismo come nuova religione; e dunque chi resta all’interno di questa visione delle cose chiude gli occhi, rifiuta di considerare quello che sta succedendo attorno a lui, semplicemente perché non sa interpretarlo se non cambia il suo modo di vedere il mondo e non accetta invece la realtà, che, quando smentisce palesemente la fede, è insopportabile per ogni credente.

    rimando ad un secondo commento altre osservazioni su altra parte del post, così teniamo le idee ben chiare e distinte, eheh.

    • Ma io me la sto pigliando anzitutto con me stesso, perché io prima degli altri sono incapace, FRUENDO dei vostri contenuti, di sfuggire a quella dicotomia. E siccome mi piace pensare di non appartenere a nessuna delle due parti, finisco con l’essere in disaccordo con tutti, per idee che condivido solo in parte.

      Il marxismo per me è uno specchio attraverso cui vedere il mondo, certo, ma rifiuto di essere considerato un marxista religioso. Il marxismo mi serve per capire il presente, non per prevedere il futuro.

      • inspiegabile per me come io non abbia visto questa risposta, pur essendo passato un paio di volte a vedere se c’era: qualche confusione mia senile nel ricercarla, probabilmente.
        il problema che poni sulla utilizzabilità attuale del marxismo è immenso e temo che finiremo con l’accapigliarci discutendone troppo. è molto giusta l’idea che dici, di utilizzare il marxismo come strumento di interpretazione del presente e non di previsione del futuro. in questo modo se ne salva l’essenza critica, che è il metodo. però lo stiamo anche falsificando storicamente, facendo così, e temo che non sia troppo facile separare dal metodo di analisi della realtà la visione complessiva del mondo che il marxismo ha proposto, cioè in poche parole le sue radici hegeliane, per liberarsene.
        vorrei poi introdurre una distinzione sottile, che spero non ti appaia capziosa: i no-vax non sono sovranisti in quanto tali, ma derivano da una costellazione di forme di pensiero più allargata; sono i sovranisti che in parte sono no-vax, ma si tratta di schieramenti più magmatici e meno definiti, perché ci sono anche sovranisti vaccinisti.
        insomma sul tema covid i vecchi schieramenti politici saltano tutti: ci sono forme di vaccinismo fortemente fasciste, come anti-vaccinismi degni delle SS e che esplicitamente vi si richiamano.
        è su questo che insisto da tempo: il virus provoca anche la distruzione delle tradizionali categorizzazioni politiche. distrugge il nostro mondo proprio perfino nelle sue radici ideologiche. chi è più legato alle ideologie non ne parla anche per questo: perché non sa come porsi davanti ad una realtà completamente nuova. chi è meno ideologico si barcamena con le analisi come pu, ma sentendo bene la difficoltà dell’interpretazione. e vecchi filosofi come Agamben e Cacciari in misura appena meno compromessa mostrano bene la difficoltà delle vecchie categorie del pensiero a interpretare il mondo.
        nello stesso, per quanto posso ricordare, c’è molto di confusamente sessantottino nell’opposizione alle scelte di contrasto alla pandemia della politica occidentale, e non è strano, dato che il Sessantotto originario, aldilà di tutte le mitologie successive, era altrettanto confuso.

        ciao,e scusa il ritardo di questa risposta.

      • Ma io rivendico il mio diritto di utilizzare di un determinato strumento solo quello che mi serve. A me prevedere il futuro non è mai interessato, e nemmeno che qualcuno mi dicesse che nel futuro tutto sarebbe andato bene. Sono altri gli aspetti interessanti del marxismo, per me… e non per caso sono marxista (credo: molti marxisti non sarebbero d’accordo) e fortemente anti-hegeliano.
        Rispetto al Covid… sì e no. Certo le ideologie si stanno riplasmando. Ma non mi pare affatto siano scomparse, anzi.

  2. Il Pensiero Unico. Hai dimenticato di parlare del Pensiero Unico – che di solito è quello che contraddice qualche singola scemenza e che dunque, per ciò stesso, tanto tanto unico sembrerebbe non essere.
    E certo che gridare alla dittatura perché le minoranze pretendono di avere diritto di parola è un contorcimento mentale davvero degno di nota, e nel mio cuore quello di cui (a torto) davvero mi meraviglio è il totale sprezzo del ridicolo di chi accetta di appoggiare una posizione del genere.
    “Questa gente che si lamenta di essere discriminata ci opprime, perché ci vuole impedire di discriminarla ancora in nome di un fantomatico politically correct che ci sta impedendo di esercitare liberamente la NOSTRA dittatura del pensiero”.
    Basta, mi cheto. Ma, davvero, per certi discorsi ci vorrebbe una formale denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

  3. secondo commento: trovo molto acuta tutta la seconda parte della tua riflessione (non che non lo fosse a suo modo anche la prima) sulle idee senza parole, o magari parole senza idee, come patria o crescita, anche se per la verità ritengo che questa seconda espressione indichi chiaramente la crescita del PIL e dunque del profitto dei privilegiati, usato come arma di ricatto, dato che solo garantendoglielo alle masse comuni può essere garantito il diritto al lavoro e alla vita. però l’identificazione senza parole è quella tra questa idea di crescita (climaticamente suicida) e la felicità di quelle stesse masse.

    ma non è questo l’oggetto del mio commento, ma il fatto che tra queste parole senza idee (correggo ancora a modo mio) tu metti anche la dittatura del politically correct.
    mi sembra un artificio retorico mal riuscito, dato che chi usa il politically correct come espressione è esattamente chi usa anche quelle di patria o crescita, e dunque ti trovi a passare dall’altra parte della barricata senza quasi accorgertene.
    in altri post hai mostrato invece, secondo me in modo molto più corretto, che la propaganda di sistema sul politically correct è una strumentalizzazione distorta di una battaglia giusta contro le discriminazioni per distrarre dalla discriminazione più sostanziale che è quella del potere e della distribuzione della ricchezza.
    l’esempio che fai è quello sui licenziamenti e gogna social imposta attorno alle olimpiadi di Tokyo – di cui mi sono occupato qui: https://corpus2020.wordpress.com/2021/07/26/le-olimpiadi-e-la-dittatura-degli-idioti-non-solo-giapponesi-345/
    come possiamo dire che qui abbiamo idee senza parole? non solo ci sono parole, ma ci sono fatti, fatti molto concreti; c’è un licenziamento perché qualcuno ha osato dire che le donne sono piuttosto chiacchierone (e anche io lo sono, senza essere una donna, ma avrei orrore se qualcuno venisse licenziato per averlo detto).
    mi permetto di dirlo sorridendo anche io, e ovviamente con questo ti autorizzo a dirlo anche tu di me, dopo questi due commenti fiume… ma perché non dirlo? ahah

    • Ma infatti il mio punto è che non esiste un “politically correct”, se non negli usi di certo centrosinistra che vuole far dimenticare che il suo programma politico è prettamente sovrapponibile a quello della destra (e vuole condurre alle conseguenze da te citate). I movimenti non chiedono il politically correct: chiedono il rispetto (appunto) e l’equità. Che è anche essere trattati come i maschi bianchi etero ricchi che comandano, e che quando ritengono di essere offesi non solo lo dicono e chiedono, anzi, pretendono che non succeda più, ma intentano milionarie cause per diffamazione.

      Ma Mori non ha detto che Mauro è chiacchierone in quanto Mauro: ha detto che le donne sono chiacchierone in quanto donne, e quindi non dovrebbero far parte dei comitati organizzatori dei giochi olimpici. Una discriminazione del genere non è accettabile, provenendo da un uomo delle istituzioni di un paese che si proclama democratico.

      • tu non pensi che quella di Mori fosse una battuta?
        non ti stai accorgendo della morte dell’ironia, dell’umorismo, della leggerezza?
        mi batterò con tutte le mie forze, per quel che posso, contro questa nuova forma di morte della civiltà.
        anche chiacchierando molto, perché altro al momento non posso fare… 😉

        è tragico e segno di una subordinazione politica sostanziale, che poi dei movimenti civilissimi di lotta alle discriminazioni pensino di utilizzare gli strumenti che usano “i maschi bianchi etero ricchi che comandano, che intentano milionarie cause per diffamazione”.
        mi pare che Marx avesse bena altra idea dei modi di condurre una lotta sociale.

      • Il significato della battuta rivela l’orizzonte ideologico di chi la fa. Se fai una battuta sessista, sei sessista. Se invece che di donne e chiacchiere si fosse parlato di neri e stupro, sarebbe stata lo stesso solo una battuta?

        Ma nessun collettivo ha intentato milionarie cause per diffamazione. Se poi vuoi dirmi che ci dev’essere una “dittatura del femminismo”, oh, be’…

  4. Vorrei semplificare all’osso rubando a Massimo Troisi da Ricomincio da tre: forse la colpa è tutta del grammofono.

    E mi spiego, vanificando la semplificazione: credo che la frammentazione dello scontro, o per essere più precisi il suo frattale, tra la classe dominante e quella dominata, é da far risalire alla più larga diffusione delle idee figlia della seconda rivoluzione industriale, dove anche il contadino nella valletta più sperduta si rincuorava del fatto che non era il solo in quella condizione, e che la soluzione esisteva ed era condivisa in tutto il mondo, a cui anche lui poteva dare un contributo. Col tempo però la polarizzazione iniziale si è persa, facendo seguito ad infinite sfumature di comprensione del problema e della soluzione più efficace, e di cui non sempre c’era un entità terza d’aiuto.
    La pandemia non ha fatto altro che spingere e comprimere fino alla rottura questo stato di cose, isolando e quindi allontanando le persone dalla discussione critica delle idee; probabilmente, per motivi non troppo dissimili, é quello che é accaduto a cavallo tra la caduta dell’impero romano e l’alto medioevo.

  5. A mio parere uno dei tuoi posti più belli, con concetti espressi chiaramente e che condivido in toto.
    Non ho la tua stessa padronanza di linguaggio, ma il tuo “fare chiarezza” tra “politicamente corretto” e “valoro democratici” sarebbe degno di divulgazione.
    Così come chiarire una volta per tutte che le opinioni non sempre sono semplici “opinioni”, ma sempre più spesso sono “schifose, piccole idee razziste” che come tali dovrebbero essere viste. Non come semplici opinioni.

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