Divisione Partigiana Garibaldi (Senza casa)

In Italia esistono una via Brigata Garibaldi a Livorno ed una a Tortona. L’intitolazione di queste strade è in parte scorretta: durante il periodo della Resistenza esistettero infatti in Italia le Brigate Garibaldi, bande partigiane organizzate dal Partito Comunista Italiano, che costituirono alcune tra le unità più importanti del Comitato di Liberazione Nazionale.

In nessun comune italiano, invece, esistono vie che ricordino la quasi omonima Divisione Garibaldi, formatasi in Montenegro nel dicembre del 1943, ma i cui membri aprirono le ostilità con i nazisti, cannoneggiando una loro colonna a Nikšić, fin dal 9 settembre 1943: ossia, dal giorno successivo il cosiddetto “proclama Badoglio”, che rese pubblico l’armistizio firmato cinque giorni prima dall’Italia con gli Alleati e, dunque, la fine della sua alleanza con la Germania nazista (almeno ufficialmente: molti italiani combatterono sotto le bandiere della Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio, con a capo Benito Mussolini, creato dal Terzo Reich nell’Italia centro-settentrionale, ed alcuni si resero complici di stragi efferate compiute nel nostro paese dall’esercito hitleriano).

A formare la Divisione Garibaldi furono, per scelta volontaria, i militari appartenenti al Regio Esercito italiano (per la precisione, alle Divisioni Taurinense, Emilia e Venezia, nonché alcuni appartenenti al Gruppo artiglieria Aosta, responsabile del cannoneggiamento di Nikšić a cui si è accennato prima), i quali avevano partecipato al processo di invasione della Jugoslavia operata dalle forze congiunte della Germania nazista e dell’Italia fascista a partire dal 1941. Questo non è che uno degli elementi che rendono assai controversa la storia della Divisione; si può poi aggiungere che nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre le truppe della Divisione Venezia confluirono si unirono brevemente ai cetnici, forze serbe monarchiche e nazionaliste che combattevano in territorio jugoslavo in contrasto con l’Esercito di Liberazione comandato da Josip Tito. I cetnici perseguivano un ideale di supremazia serba nell’area balcanica e si resero colpevoli di crimini contro la popolazione croata e musulmana, che, viste in retrospettiva, sembrano essere delle “prove generali” di quelli, tristemente famosi, che caratterizzarono la guerra combattuta nella stessa area negli anni Novanta; inoltre, benché il loro obiettivo fosse quello di liberare il paese dallo “straniero invasore”, alcuni gruppi si schierarono addirittura, più o meno apertamente, al fianco dei nazisti.

Le conseguenze della decisione del comando della Divisione Venezia furono paradossali e drammatiche, poiché essa, nei primi, convulsi periodi seguiti al proclama Badoglio, finì per scontrarsi con altri militari italiani che invece avevano fatto una scelta di campo diversa: la compagnia comandata dal capitano Mario Riva, che già nell’ottobre di quell’anno perderà la vita in combattimento, ad esempio, aveva deciso fin da subito di schierarsi con l’Esercito di Liberazione; in cui, alla fine, confluirà tutta la Divisione, che combatterà inquadrata in esso fino al termine della guerra.

La Divisione Garibaldi divenne un punto di raccolta per i soldati italiani sbandati in Montenegro; giunse a contare fino a 20000 uomini effettivi con un numero di perdite complessivo (tra morti accertati e dispersi non più rinvenuti) stimabile tra le 8500 e le 10000; di tutti coloro che combatterono in essa, nel 1945 rientrerà in Italia, in armi, un contingente di circa 3000 uomini. Il suo ultimo comandante fu Carlo Ravnich (o Karlo Ravnić, secondo la grafia adottata nei documenti jugoslavi), che guidava il Gruppo di artiglieria Aosta che si rese responsabile della prima resistenza ai nazisti, a cui abbiamo accennato prima, e che dunque aveva immediatamente deciso di passare con i partigiani nonostante fosse un militare di carriera dell’esercito italiano (aveva partecipato alla guerra d’Etiopia e, maggiore al momento di quell’evento, fu promosso tenente colonnello quando assunse il comando della Garibaldi, il 21 giugno 1944) ed un’incrollabile fede monarchica che, per altro, continuò a manifestare anche dopo la fine della guerra. La memoria dei combattenti italiani è ben viva in Montenegro, tanto che nel 1983, a Pljevlja, città dove la Divisione venne fondata, è stato loro dedicato un monumento, inaugurato alla presenza di Sandro Pertini.

Abbiamo visto come la storia della Garibaldi non sia esente da zone d’ombra; potrebbe dunque sembrare che sia “pericoloso” dedicarle una strada. Non di meno, far entrare il suo ricordo nella “memoria collettiva” potrebbe controbilanciare un discorso pubblico sul confine orientale italiano che, fin dall’introduzione della Giornata del Ricordo, sembra descrivere quel che accadde in quelle zone come una deliberata aggressione da parte degli “slavocomunisti” contro gli italiani che “avevano sempre vissuto lì”: intanto, perché dimostra che erano stati gli italiani ad invadere la Jugoslavia, per altro spingendosi assai oltre i territori in cui avrebbero “sempre vissuto”; in secondo luogo, perché mette in luce come nell’area si muovessero non solo i partigiani di Josip Tito, ma anche altri gruppi, ad esempio i cetnici, nazionalisti serbi dalla moralità assai dubbia (senza voler parlare degli Ustaša di Ante Pavelic); infine, perché mostra chiaramente come italiani e “slavi” (mi si scusi l’utilizzo di questo termine) siano stati capaci di collaborare, in quest’area, anche appianando divergenze d’opinione personali ed “odi etnici” che, nella narrazione dominante, dovrebbero essere stati inconciliabili: a dimostrarlo, sta proprio la storia del tenente colonnello Ravnić che, come il nome dimostra chiaramente, aveva origini istriane ed al cui fianco, nonostante questo, i partigiani comunisti di Josip Tito combatterono.

5 thoughts on “Divisione Partigiana Garibaldi (Senza casa)

  1. ho messo un like, ben meritato, ma mi è scappato un sorriso, arrivato a questo punto: “slavi” (mi si scusi l’utilizzo di questo termine).
    hai voglia a predicare contro il politically correct e la cancel culture! ma che altro termine avresti potuto usare?
    e poi dire “slavi” è un’offesa? allora anche “italiani” lo è, e molto peggiore.
    e in effetti nel mondo tedesco capita a volte di sentirla pronunciare con grande disprezzo.
    ma possiamo definirci in qualche altro modo, forse?

      • vero che da slavo deriva schiavo – abitante della Schiavonia, cioè slavo: trovi la voce relativa in wikipedia tedesca, non in quella italiana.
        ma è anche vero che da schiavo deriva poi ciao, il saluto affettuoso.

      • Tra l’altro passando dal veneto: so la storia :-). Ma “slavo”, soprattutto nel “vocabolario” quotidiano, è un termine usato in senso dispregiativo; in più, esprime veramente poco, riferendosi ad un insieme di popolazioni che va dai russi ai serbi, dai bulgari ai cechi, dai polacchi agli sloveni.

  2. Pingback: miei fuoriblog dal 28 agosto al 3 settembre 2021- 418 – Cor-pus 2020

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s