Colpito dalla mano di Dio

Quando spalancarono la porta di quel tugurio, il professo più anziano, che una ventina d’anni prima aveva risolto con un agguato una di quelle questioni d’onore che interessano solo i nobili (e che quindi era fuggito, più che entrato, nella Compagnia di Gesù), arretrò, disgustato; l’altro, invece, avanzò senza scomporsi, ed anzi quasi allegro: d’altronde, se si era fatto gesuita era stato proprio per non assistere più a spettacoli come quello. E perché, come aveva sentenziato suo padre, con una lingua come la sua sarebbe campato poco da qualunque altra parte.

“E quindi” stava dicendo in quel momento, mentre il suo compagno, stringendosi un fazzoletto sul naso, finalmente varcava la soglia “la signora che viveva qui era una fattucchiera?”

“Sì” rispose l’altro, che pareva aver voglia di parlare meno possibile e che aveva impercettibilmente arricciato il naso a sentir chiamare “signora” l’inquilina di quel luogo.

“E mi stavate dicendo pure” proseguì il più giovane, scansando un mucchio di bende che parevano essere state immerse in un letamaio, o usate per pulire le piaghe di qualche appestato “che i veleni che produceva non li vendeva, ma li regalava?”.

“Precisamente” (avanzò cautamente il piede e scavalcò una cesta, piena di verdura palesemente marcia, come se celasse la porta dell’inferno) “E solo a delle femmine, per di più”.

“A delle femmine che venivano regolarmente battute dai mariti, a quanto ho sentito”. Il vecchio confermò con un verso, e si trattenne per non urlare mentre un ratto grosso come un gatto gli sfrecciava tra le caviglie. “Divertente”.

“Trovate?” rispose l’altro, cercando di infondere nella sua voce quanta più riprovazione gli consentisse la situazione.

“Un poco sì. In fin dei conti, perfino il Santo Padre ha talvolta riconosciuto che fa peccato chi percuote la moglie oltre i limiti della continenza… a volerla vedere in un certo modo, la fattucchiera potremmo dire che è la mano di Dio che punisce i peccatori. Ma risparmiatemi le reprimende, padre” sorrise il più giovane, chinandosi e scoperchiando una botola “credo che abbiamo trovato ciò che cercavamo”.

La morte del cavaliere ***, che la moglie aveva confessato essere stata causata da un veleno che una fattucchiera di Trastevere le aveva procurato, aveva provocato scandalo e, com’è ovvio, interesse a Roma; da un lato, per le motivazioni che avevano spinto la donna all’assassinio (cui si è già accennato), dall’altro, perché, prima che la dama confessasse (e che la fattucchiera, sotto tortura, confermasse), i medici che avevano esaminato il cadavere si erano detti convinti, tutti, che a provocare la morte del “povero cavaliere” fosse stata un’apoplessia. Era stato quel clamoroso sbaglio, pareva, ad allarmare assai il Papa, che non poteva tollerare che nella capitale della cristianità si compissero simili malefici, in cui senza dubbio aveva un ruolo anche il diavolo; e che per questo motivo, aveva chiesto al Generale dei gesuiti di trovargli due frati sufficientemente eruditi (e sufficientemente discreti) per gettare la luce su quell’opera del demonio. Questo, almeno, era quel che si diceva ufficialmente: sull’uso che avrebbe potuto (e voluto) fare il Papa della ricetta del tossico, a lungo si era parlato in tutte le osterie di Roma (e, un poco più seriamente, anche in tutte le sagrestie).

Con metodo, i due gesuiti aprirono dunque i vasi di terracotta che la botola che avevano scoperto conteneva; e fu con sorpresa che si guardarono, quando ebbero completato l’analisi del loro contenuto.

“Erbe” disse infine il più giovane, incapace di trattenere un sorriso “delle più innocue. Non potrebbero mai uccidere nessuno né da sole, né combinate insieme. Sembra che il cavaliere *** sia davvero morto per apoplessia”. Il sorriso divenne una risata. “Sapete come si dice apoplessia in latino, padre?”

“Sì, ictus”.

“Che significa colpo. Perché l’ammalato ne cade vittima…”

L’altro completò la frase per lui: “…come se fosse stato colpito dalla mano di Dio”.

Questo breve racconto non sarebbe esistito senza Marco Camalleri che, qui, ha voluto condividere questo bell’articolo (la cui autrice spero non me ne vorrà, se la cito).

Eventuali anacronismi sono stati compiuti per rendere più interessante la storia. D’altronde, che essa appartenga al genere del fantastico lo dimostra il finale: quando mai (tranne che nel Magnificat) s’è visto un Dio che raddrizza i torti?

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