Appena giusto

Mi sono sempre reso conto che Stefano Benni occupa, nel novero degli scrittori che mi piacciono, una posizione del tutto particolare.

Ho creduto, per lungo tempo, che ciò dipendesse dal suo stile, inconfondibile ed inimitabile; dalla fecondità della sua invenzione, che raggiunge in alcuni casi (vedi ad esempio il suo romanzo che più ho adorato, Elianto) livelli fantasmagorici; dalla maestria con cui è capace di servirsi di ironia e sarcasmo per intessere opere che, come tutte quelle che appartengono al genere fantastico, parlano con incredibile precisione del reale e del contemporaneo, e che anzi, sorprendentemente, continuano a farlo anche ora che quel reale e quel contemporaneo in cui furono scritti sono trascorsi.

Non più tardi di tre giorni fa mi sono accorto di essermi sbagliato; che tutto questo, per quanto corretto, non era il punto. Benni è diverso rispetto a tutti gli altri scrittori che ammiro, che stimo, che amo, certo; ma le motivazioni che ho illustrato poco più su non c’entrano nulla. No, Benni è diverso perché le storie che scrive, nella maggior parte dei casi, finiscono bene; bene nel senso che, alla fine, dopo mille peripezie e, a volte, dopo tremendi sacrifici ed imponderabili (dis)avventure, i buoni vincono. Forse solo per un poco, forse con amarezza: ma vincono.

Capita di rado (anzi, credo che non mi sia mai capitato) che le riflessioni che talvolta condivido con voi abbiano una data ed un luogo di nascita precisi; quella che ho esposto poc’anzi riguardo l’autore bolognese, invece, so per certo essere sorta nella mia mente sabato sera, mentre guidavo sull’affollato viale principale di una cittadina del litorale adriatico: e posso permettermi una simile precisione, temporale e spaziale, perché ricordo (e, probabilmente, ricorderò sempre) che essa mi ha colto mentre tornavo dalla festa di matrimonio dei miei amici A. ed M.; non escludo, anzi, che la cerimonia l’abbia provocata.

Forse non lo ricordate, ma A. lo conoscete anche voi: è stato protagonista (qui e qui, ad esempio) di alcuni degli articoli di questo blog, che per altro non esisterebbe, se lui non mi avesse “ispirato” tentando la via della scrittura su Internet prima di me; di tanto in tanto, compare nella sezione commenti; come forse mi è capitato di scrivere, è uno dei migliori amici che abbia mai avuto, da quel giorno di quasi tredici anni fa in cui, in un’aula che si chiamava D2.30 e che esiste ancora nonostante un terremoto accaduto esattamente sei mesi dopo abbia raso al suolo molte delle cose che le stavano intorno (comprese le belle speranze mie e sue), ci parlammo e ci riconoscemmo. Anche se lui, come mi ha confessato una volta (anche se nei giorni scorsi ha negato), inizialmente non poteva tollerare la mia presenza: faccio quest’effetto, qualche volta.

Di M., invece, credo di non aver mai parlato, ed ho fatto male: anche lei, la conobbi in quell’aula che sembrava ancora una classe liceale (solo, più affollata); anche lei, entrò a far parte di quel gruppo di amici che sembrava dover portare tutti i suoi componenti alla laurea e, quindi, alla gloria, e che invece alcune incomprensioni ed un evento tettonico che nessuno di noi aveva messo in conto (come se per altro si fosse capaci di pensare che esiste un futuro, a vent’anni) finirono per spezzare. Eppure, quando M. mi ha detto che si sposava ed abbiamo iniziato a rivangare i bei tempi andati ed a rimpiangere le occasioni perdute, io sorprendentemente le ho detto “Però dai: siamo vivi e siamo ancora amici. Come diceva Vasco, siamo ancora qua”. Lei mi ha risposto che credeva che io odiassi Vasco, ed io le ho detto che, effettivamente, non lo tollero, ma non sono più così stupidamente integralista come si può essere solo all’età in cui ci conoscemmo. E che per fortuna è così lontana.

Una percezione chiara di quanto lontana sia, quell’età, l’ho avuta quando, vedendo M. avanzare correndo verso l’altare dove A. la stava aspettando con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio, mi sono quasi commosso. A vent’anni, la cosa mi avrebbe provocato piuttosto fastidio; a vent’anni, avrei detto che una coppia che era stata insieme così tanti anni, attraversando così tante traversie, e che anzi era diventata una specie di pietra di paragone per definire che cos’è, una bella coppia, non aveva bisogno di un contratto che certificasse che si amavano. Forse, addirittura, mi sarei rifiutato di andare a quel matrimonio, giustificando questa mia stupida questione di principio con citazioni rimasticate di qualche autore della controcultura degli anni Sessanta.

Ed oggi, invece, anche se le mie convinzioni non sono cambiate (sto invecchiando, ma non così tanto), sono qui a dire che, semplicemente, non me ne frega niente. A. ed M. volevano sposarsi, A. ed M. si sono sposati: hanno cominciato questi tredici anni insieme (ed io auguro loro di viverne insieme tredici volte tanti) superando letteralmente abbracciati un terremoto, ed è stato solo l’inizio di una lunga serie di sfortune ed inciampi che non credo sia opportuno che io racconti. E tutto questo, pur essendo due delle persone più straordinarie che io conosca, pur essendo (ed ecco che come al solito questo post, sgangherato e fin troppo personale, si chiude su se stesso come un uroboro) buoni. Era appena giusto, come avrebbe detto il poeta, che vivessero un giorno in cui la loro unica preoccupazione fosse quella di dire “Sì, lo voglio”; era appena giusto che fossero felici come si può essere (presumo) solo quando ci si sposa con la ferma intenzione di sposarsi. Era appena giusto che danzassero, ridessero, giocassero, come (ne sono sicuro, perché era quello che volevo fare anche io) volevano fare già a vent’anni, prima che la cinica realtà spazzasse via tutto quello che avevano immaginato nelle camerette in cui studiavano per superare un test demenziale come quello che regola l’accesso alle facoltà di medicina.

Era appena giusto, in definitiva, che, almeno per un giorno, loro due, cioè i buoni, vincessero. E sono stato felice di essere lì a testimoniare che, allora, avevo ragione: Benni non scrive racconti fantastici, ma realistici. 

Che cazzo, può succedere davvero. 

Mi ero seduto per scrivere della morte: poi, come al solito, la vita ha fatto irruzione.

(E sappiate che questo post conta come regalo di nozze).

11 thoughts on “Appena giusto

  1. Il tuo post è come una favola vera …!!!
    Nella vita accade che i sogni si realizzino . Accade che si possa viverli . Accade di tutto nella vita ! Mai dovrebbe accadere che il cinismo vinca che la cattiveria vinca .
    Accade troppo che la morte trionfi sulla vita . Assuefarsi a tale realtà equivale ad essere già morti . Accade che non ce ne renda neppure conto.
    Un mondo di auguri ai tuoi amici, a cuore aperto e a piene mani !
    l’Amore di coppia si costruisce insieme, che possano continuare a farlo.
    “Tutto “si può costruire ci vuole impegno ed altri ” ingredienti” e tutto ,in un attimo, si può distruggere.
    Credo di “fiutare”
    che apprezzeranno tanto il tuo dono M. ed A. Che bello !
    Mi sono commossa in modo dirompente ,ti ringrazio .
    Durante il cammino ognuno ha il sacrosanto diritto di cambiare, chissà perché , io provo la sensazione che godi di buona salute nel tuo profondo . Soffia un venticello buono nella riviera adriatica, non per tutti ,certo .
    A me è arrivato il tuo . Saper scrivere bene e sapere fare giungere chiaro e forte il proprio messaggio è un dono . Inventarlo è un’alchimia. Essere buoni dentro è ricchezza totale . Io vivo nella riviera del Conero dove soffia quella brezza che mi accarezza . Più invecchio e più la tiro per le lunghe, perdona l’invadenza. Ciao 😜

  2. Come regalo di nozze non è male, piuttosto che un tostapane…
    A me Benni piace per come gioca con le parole, per i suoi personaggi che la mia fantasia mai si sognerebbe di partorire, per le sue storie che spesso sono surreali ma che hanno piena attinenza con il mondo che ci circonda.

  3. Ai compleanni me la giocavo con i CD pirata a cui ridisegnavo la copertina e la cover, finché un carissimo amico mi disse che con quei CD (Jaco Pastorius, manco pizza e fichi) avevo anche rotto il c***o.

    Non regalai mai più nulla.

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