Il visionario (I venerdì del libro, dopo tanto tempo ed ovviamente non di venerdì)

Quando durante una conversazione a proposito di uno dei suoi (ottimi) post sulla Storia di Bulawhar e Budasf, gli ho detto che stavo leggendo Il visionario, il mio amico bortocal mi ha risposto:

Mi sono informato via Google. Ho visto chi se ne è occupato di recente ed è stato certamente il tuo tramite.

In effetti, aveva ragione: sono venuto a conoscenza di quest’opera di Friedrich Schiller, usualmente considerata minore, grazie al mio mentore Mariano Tomatis, che ne ha curato l’ultima edizione in ordine di tempo (questa, che è ovviamente quella che possiedo anch’io) insieme a Fabio Camilletti, professore dell’università inglese di Warwick e profondo conoscitore della letteratura gotica tedesca (che in questo romanzo trova la sua fondazione). Senza voler sminuire i meriti di Mariano e del professor Camilletti, o l’intuizione di bortocal, bisogna ammettere con sincerità che il breve scritto di Schiller sarebbe riuscito ad attirare la mia attenzione chiunque fosse stato a parlarmene, perché si tratta di una creazione che tratta di illusionismo e, dunque, che si muove sul, e gioca con, il confine tra il reale e l’irreale o, com’è meglio dire in questo caso e com’è più o meno equivalente, tra il casuale ed il provocato.

L’opera, pubblicata in volume nel 1789 ma uscita a puntate negli anni precedenti sulla rivista Thalia, è dai più ritenuta incompiuta: non condivido questo giudizio, se non in un senso che dirò poi. La sua trama ruota attorno alle vicissitudini di un anonimo (in ogni senso) Principe tedesco, interessato, più per noia che per reale curiosità, a tutto ciò che ha a che fare con ciò che oggi chiameremmo paranormale; un principe che, come si vede, incarna lo spirito dei suoi tempi: alla data in cui Il visionario venne stampato, anche grazie a, o per colpa di, personalità come Schiller, si stava infatti abbandonando l’ubriacatura illuministica per gettarsi nella tossicodipendenza romantica (posto che queste due correnti di pensiero possano davvero essere considerate antitetiche come i libri di filosofia e letteratura pretendono di farci credere). Una sera il nostro protagonista, nella cornice di una Venezia travolta dal carnevale (e quindi, non per caso, dalle maschere) incontra un misterioso individuo (che chiama l’Armeno), il quale gli preconizza che, di lì a qualche giorno, verrà a sapere della morte di qualcuno, avvenuta precisamente alle ore nove di sera. I tentativi del Principe di avere maggiori informazioni si rivelano vane, ed anzi il profeta scompare nella folla di persone in costume che affollano calli e campi, né a nulla valgono i mezzi dispiegati per ritrovarlo. Una settimana dopo, puntualmente, il Principe riceve una missiva che lo informa che, sette giorni prima, alle nove di sera, suo cugino è morto, e che ora è lui l’erede del piccolo stato che doveva essere invece acquisito dal parente defunto.

Come si immagina, il fatto desta una certa impressione nel Principe che, accompagnato dal conte d’O*** (narratore in queste prime pagine), decide di distendersi i nervi con una gita nella campagna veneta: qui una festa popolare viene bruscamente interrotta dal suo arrivo, ed una giovane contadina va a deporre ai suoi piedi la corona di fiori che portava in testa salutandolo come futuro re. Gli eventi di colore sovrannaturale si susseguono, e culminano con la proposta fatta al Principe, in una locanda, da un losco figuro (noto come il Siciliano), di evocare il fantasma di un suo vecchio amico, morto in battaglia tempo prima. L’opera medianica viene approntata in ogni particolare e, proprio quando sembra che stia per riuscire nel suo intento, il Siciliano viene scoperto per ciò che è, ossia un truffatore che fa uso di trucchi dozzinali, da uno degli ospiti della locanda, il quale si rivela essere il redivivo Armeno; esso dimostra ancora una volta la sua sfuggevolezza, scomparendo dopo aver assicurato il presunto paragnosta alla giustizia. Tradotto in carcere, il Siciliano svela al Principe, che ha molto insistito su questo punto, tutti i mezzucci utilizzati per carpire la sua fiducia ed ingannarlo; si dice tuttavia sicuro che l’Armeno, da lui conosciuto durante una precedente “avventura”, sia davvero in possesso di poteri extrasensoriali. Il dialogo tra il Principe ed il Siciliano è, senza dubbio, la parte più interessante del Visionario, che si trasforma poi, nel Libro secondo, in un insipido romanzo epistolare che sembra irrisolto più che incompiuto: Schiller conduce in effetti la sua storia ad una conclusione, ma lo fa con una superficialità ed un’approssimazione tale da far credere che il Principe non gli interessi più (ed è un peccato, perché la seconda parte del romanzo avrebbe potuto essere quella che trasmetteva il messaggio più potente); ad un certo punto, addirittura, ho iniziato a sospettare che un artificio letterario utilizzato dall’autore celasse invece una verità assai concreta: nel Libro secondo, il narratore non è più il conte d’O***, ma il barone di F***; e se questo “cambio di punto di vista” fosse una specie di confessione?, mi sono chiesto. Se Schiller ci stesse rivelando, qui, che queste pagine le ha fatte scrivere ad un ghost writer assai meno dotato di lui? Tali sono gli effetti che produce un’opera che oscilla continuamente tra il vero ed il falso.

Ad ogni modo, l’apice del Visionario è, come accennavo, la confessione del Siciliano; essa cela infatti (come dimostra una delle ottime appendici a firma di Tomatis) un trattato dell’arte illusionistica del Settecento, che non può non incuriosire un appassionato della materia quale io sono, ma è anche importante per le riflessioni narratologiche che dischiude. Il Siciliano, ad un certo punto, racconta che la prima volta che ha incontrato l’Armeno è stato alla corte di un marchese napoletano (sì, ci sono troppi nobili, in questa storia…), il cui figlio era scomparso durante una tempesta; avendo, ad un certo punto, alcuni membri della corte avuto interesse a dimostrare che il marchesino fosse ormai morto, le arti del Siciliano erano state chiamate in causa e questi, nonostante tutti dessero per scontato che il giovane fosse annegato, aveva deciso di farlo comparire con la gola tagliata: egli giustifica questa scelta argomentando che in questo modo la sua opera, proprio per la mancanza di verosomiglianza, sarebbe stata più interessante e, quindi, più facilmente stata creduta per vera: questo perché, si potrebbe concludere, il processo di definizione della verità, spesso e volentieri, passa non per procedimenti razionali, bensì emotivi.

Purtroppo per lui, però, il Siciliano è più bravo ad esporre questa tecnica, che non a servirsene (e d’altronde si sa che i migliori teorici sono spesso pessimi pratici): da certe incongruenze e, soprattutto, dal fatto che esso sia troppo bello e perfetto, il Principe sospetta che il racconto del Siciliano sia in larga parte fittizio, e che lui e l’Armeno siano in combutta; la messinscena della locanda (su cui per altro il Principe si mostrava scettico fin dall’inizio), seguita dal “salvataggio” dell’Armeno, era funzionale ad aumentare ulteriormente la fiducia del Principe nei suoi confronti, a renderlo una figura realmente magica che potesse soddisfare il suo desiderio di sovrannaturale e farlo cadere in una trappola. È divertente notare come qui Il visionario diventi, forse suo malgrado, una sottile critica del romanzo gotico che, pure, sta contribuendo a far nascere, attraverso la messa in ridicolo di quelle coincidenze che saranno un elemento chiave di quel genere letterario, e di cui si mette in luce la natura il più delle volte artificiosa (per altro, il Principe compie anche un’importante riflessione sul caso, durante le ultime battute del Libro primo); è invece desolante rendersi conto di come esse siano il preludio ad una clamorosa occasione persa.

La seconda parte del romanzo, infatti, descrive la progressiva discesa del Principe in una spirale di credulità che lo condurrà, infine, ad essere completamente irretito da una cricca di personaggi (probabilmente capitanati dall’Armeno stesso), i quali lo convinceranno addirittura a convertirsi al cattolicesimo (che è, evidentemente, la peggior sventura che un tedesco di fine Settecento sapesse immaginarsi): questo progressivo abbandonarsi all’irrazionalità avviene nonostante il Principe abbia dimostrato di sapersi ben servire del lume della sua ragione per far luce sulle tenebre della superstizione; nonostante il Principe, in altri termini, abbia dimostrato di saper essere un provetto illuminista. Anzi, argomenta Camilletti nell’Introduzione, il Principe questa sua disposizione l’aveva dimostrata già in precedenza, quando aveva deciso di interessarsi ai fenomeni che sfuggono alla comprensione umana: d’altronde, non ha scritto Kant che il motto dell’illuminismo è “Sapere aude!”, abbi il coraggio di sapere, di servirti della tua intelligenza? Eppure, aver scoperto che ci sono dei truffatori che fanno finta di saper aprire il confine tra il nostro mondo ed un mondo altro al Principe non è bastato; il Principe ha bisogno (come tutti gli esseri umani) di qualcosa che vada oltre la sua comprensione, ha bisogno di istinti, fantasie, falsità. E se queste gli vengono precluse dalla cultura “ufficiale”, che ritiene che il suo compito sia semplicemente spiegare che il sasso cade dal tetto perché è in azione la forza di gravità, allora lui andrà a cercarsele nella cultura “non ufficiale”, quella che oggi si chiamerebbe “alternativa”, andrà a cercarsele nella setta del Buccintoro o in una chiesa cattolica: insomma, andrà a cercarsele dove ci sono più probabilità che qualcuno cerchi di fregarlo.

Ecco perché ho scritto che le ultime pagine del Libro primo sono un’occasione persa: perché se quelle che le seguono fossero scritte appena un poco meglio, costituirebbero un’eccezionale dimostrazione di come il debunking non basti, per altro redatta duecentocinquanta anni prima che la parola debunking venisse inventata e diventasse fastidiosamente ubiquitaria; e come tali potrebbero essere lette e, soprattutto, essere fatte leggere a chi ritiene che una volta infranti i sogni (leciti e sacrosanti) di tante persone, queste naturalmente  (d’altronde, non era la natura un feticcio illuministico?) inizieranno a farsi vaccinare o a comprendere la meccanica quantistica, illuminati (o forse accecati?) dalla conoscenza di color che sanno.

2 thoughts on “Il visionario (I venerdì del libro, dopo tanto tempo ed ovviamente non di venerdì)

  1. “grazie a, o per colpa di, personalità come Schiller, si stava infatti abbandonando l’ubriacatura illuministica per gettarsi nella tossicodipendenza romantica (posto che queste due correnti di pensiero possano davvero essere considerate antitetiche come i libri di filosofia e letteratura pretendono di farci credere).”
    spunto laterale molto acuto e interessante: la visione scolastica del periodo si è dovuta inventare infatti il cosiddetto pre-romanticismo per far quadrare i conti di due movimenti culturali che dovrebbero essere contrapposti e invece sembrano quasi nascere l’uno dall’altro, vedi Rousseau, ma anche Schiller, appunto.

    ancora più interessanti le pagine finali sul bisogno umano di non credere a ciò che distrugge consolidate credenze.

    • Ma basterebbe anche solo vedere il debito che i grandi filosofi idealisti avevano con Kant; d’altronde, “il cielo stellato sopra di me” non è già un ideale romantico della natura? Non capisco perché la storia della filosofia debba essere raccontata sempre come un derby.

      Non volevo dire esattamente quello: quello che intendevo è che è inutile distruggere la meraviglia di una credenza se non se ne da un’altra, anche diversa. I “narratori” della scienza hanno un’idea molto arida della scienza stessa, spesso, e sembra che credano che il compito della scienza sia quello di rendere tutto misurabile e controllabile. Ma la scienza, come ho raccontato anche su queste pagine, offre straordinarie occasioni di meraviglia, anche senza credere all’astrologia o agli Illuminati.

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