Wladimir Baranoff-Rossiné (Riflessioni parigine)

La visita del Museo di arte moderna e contemporanea ospitato agli ultimi due piani del Centre Pompidou mi ha confermato in una serie di luoghi comuni sul tema che, come tutti i luoghi comuni, sono senza dubbio errati, ma di cui, un giorno o l’altro, mi deciderò comunque a parlare, forse. L’opera di Wladimir Baranoff-Rossiné, nato nel 1888 a Cherson (oggi in Ucraina, all’epoca parte dell’impero russo), ha tuttavia colpito la mia attenzione e, soprattutto, la mia fantasia: e, come la mia, anche quella di molti altri, sospetto.

Benché meno famoso di altri, Baranoff-Rossiné è stata una figura importante nel mondo delle avanguardie artistiche: a vent’anni partecipò alla prima esposione d’arte moderna dell’impero russo e, dopo essere emigrato in Francia nel 1910, divenne amico di Marc Chagall, di Kandinskij, di Robert Delaunay e di sua moglie Sonia Terk. Spostatosi in Scandinavia nel 1914, e quindi tornato in Russia (nel frattempo divenuta Unione Sovietica), Baranoff-Rossiné continuò la sua attività artistica divenendo anche professore al VKhUTEMAS (Vysšie CHUdožestvenno-TEchničeskie MASterskie, Laboratori artistico-tecnici superiori) di Mosca. All’avvento dello stalinismo, passò di nuovo in Francia, forse in conseguenza della scarsa considerazione (a voler usare un eufemismo) in cui Stalin teneva l’arte “non realista”; non trovò pace nemmeno nella casa della sua giovinezza: i nazisti, occupato il paese, scoprirono le sue origini ebraiche e lo deportarono ad Auschwitz, dove morì nel 1944.

Le amicizie intrattenute da Baranoff-Rossiné testimoniano del suo percorso artistico che, iniziato nel solco del cubo-futurismo russo e dell’imitazione di Cezanne, si avvicinò poi progressivamente al cubismo orfico e, infine, all’astrattismo; le sue opere più famose restano oggi le composizioni astratte dipinte durante il primo periodo francese ed una serie di “sculture non oggettive” da lui realizzate mettendo insieme vari materiali, in alcuni casi di scarto: in Sinfonia numero 1 (opera in esposizione permanente al MoMA di New York), ad esempio, utilizzò gusci d’uova. Come il titolo di quest’opera rende evidente, Baranoff-Rossiné fu grandemente interessato alle teorie sulla sinestesia, ovvero sulla possibilità di unire due sensazioni provenienti da campi sensoriali diversi (la vista e l’udito, ad esempio), che d’altronde avevano influenzato entrambi gli ambienti in cui visse, quello francese (basti pensare alle poesie simboliste) e quello russo (Aleksandr Skrjabin componeva con un particolare sistema che fondeva i colori che il compositore associava alle note musicali); questo, insieme ad una sua caratteristica peculiare, quella di essere un inventore (creò una macchina per stimare la purezza delle gemme ed un distributore di bibite), fu probabilmente ciò che condusse alla nascita del piano optofonico.

Era questo uno strumento (di cui l’originale è purtroppo andato perso: quello in mostra al Centre Pompidou è una copia recente, ricostruita sulla base dei progetti dell’artista), simile ad un pianoforte, che tuttavia quando viene suonato produce una serie di immagini astratte, costituite da luci e colori in movimento, che interagiscono ed in qualche modo integrano la musica prodotta. L’invenzione di Baranoff-Rossiné mi ha grandemente impressionato, credo, perché mi ha ricordato l’olofono, strumento musicale (in questo caso a fiato) presente nel mondo di Futurama (serie comica a sfondo fantascientifico creata da Matt Groening), e per altro protagonista di una delle sue puntate più belle (la 4×18, Musica dal profondo), suonando il quale si possono produrre delle immagini che, insieme con la musica, raccontano una storia.

Ora, io dubito fortemente che Ken Keeler, autore della puntata in questione, abbia la più pallida idea di chi fosse Baranoff-Rossiné a cui, come detto, la fama non arrise (anche se una sua opera è al decimo posto delle più costose mai vendute); d’altronde, se così fosse, il fatto che la sua invenzione “finzionale” sembri citare quella “reale” è ancora più affascinante: Umberto Eco, se non vado errato in Sulla letteratura, notava come non è necessario conoscere l’opera di qualcuno, per citarla. Certe idee, certe riflessioni sono, per così dire, nell’aria, e le persone “sensibili” (come sono, di solito, gli artisti e coloro che scrivono le puntate di Futurama) possono coglierle anche senza un contatto diretto.

E penso che questa considerazione, questo dialogo tra due persone che non si sono mai viste (ed anzi non avrebbero mai potuto vedersi, visto che credo che quando Keeler nacque Baranoff-Rossiné fosse stato da tempo assassinato dai nazisti), mi renderà ancora più piacevole, da oggi in poi, la visione di Musica dal profondo: perché essa mi sembrerà, oltre a tutto il resto, anche un omaggio bellissimo, per quanto involontario, all’opera di un genio artistico misconosciuto.

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