Le matte della Salpêtrière (Riflessioni parigine)

Isteria è oggi un termine colloquiale utilizzato per definire il comportamento di persone che hanno un “umore stravagante, irritabile, facile agli scatti nervosi e a reazioni incontrollate, e con tendenze istrioniche” (Dizionario Treccani, alla voce Isterico); fino al 1980, quando scomparve dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, la Bibbia della psichiatria moderna, essa era invece una malattia diagnosticabile, con una lunga e (poco) rispettabile storia; una malattia con una caratteristica particolare: quella di essere prettamente femminile, fin nel nome. Isteria deriva infatti dal greco ὑστέρα (hystera), che significa utero. 

Gli autori antichi ritenevano infatti che l’isteria fosse causata da un “utero migrante”, che, nelle sue peregrinazioni lungo il corpo, andava a “dare fastidio” ad altri organi causando gli inspiegabili, vari, apparentemente sconnessi sintomi della malattia: che spesso non erano neppure sintomi, quanto piuttosto manifestazioni di un disagio o di un’insofferenza che non trovava altre vie per esprimersi. In seguito, il pensiero sull’argomento cambiò, e si ritenne che la problematica fosse da ascrivere ad una mancata “dispersione” del “seme femminile” o, in alternativa, ad uno scarso contatto col seme maschile: in altri termini, si iniziò a credere che l’isteria fosse la malattia propria delle donne che non scopavano. Uno stigma che si è mantenuto fino ai giorni nostri: ad una donna che si ritiene “isterica”, spesso si consiglia di “trombare di più”.

Datosi che la terapia proposta per questa patologia (ossia, il buon vecchio sesso eterosessuale), era scarsamente efficace nel trattare le affette, esse finivano spesso per essere classificate come “malate insanabili”, e per essere rinchiuse in “ospizi” non molto dissimili dai manicomi-prigione a cui eravamo abituati, anche in Italia, fino alla legge Basaglia; di uno di questi mi sono già occupato, en passant, in questa rubrica, quando parlavo di Catherine Théot e del suo “soggiorno” presso l’ospedale della Salpêtrière, oggi “un’eccellenza della sanità d’oltralpe”, ma al tempo (e per lungo tempo) “centro di repressione dei comportamenti ‘devianti’ della componente femminile della società”. Nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare, si manifestò una vera e propria “epidemia” di isteria (non troppo casualmente, in coincidenza con lo sviluppo dei primi movimenti femministi) e, presso l’Hospice de la Vieillesse-Femmes de la Salpêtrière (“ospizio delle vecchie”: un nome di per se assai indicativo) erano ospitate (o forse detenute) allora circa 5000 pazienti, condannate ad una degenza a vita perché ritenute incurabili, e per la maggior parte psichiatriche, epilettiche e, appunto, isteriche. Ce lo testimonia il medico che nel 1862 assunse la direzione della struttura, e che è una figura fondamentale per la concezione “moderna” dell’isteria: Jean-Martin Charcot.

Charcot è una specie di mostro sacro tra coloro che hanno studiato la storia della medicina, anche superficialmente: fu padre della neurologia come oggi la conosciamo, ed anzi inventò il termine per definire la disciplina; chiarì, insieme ad altri autori della “scuola francese”, le correlazioni anatomo-cliniche di alcune patologie nervose (ossia, definì il rapporto esistente tra un danno del sistema nervoso ed i sintomi accusati dal paziente); diede il suo nome a numerose malattie di quel campo (la malattia di Charcot-Marie-Tooth, ad esempio, ma soprattutto la sclerosi laterale amiotrofica, che è nota anche come malattia di Charcot); fu uno dei maestri di Sigmund Freud, che è probabilmente il motivo per cui è più noto tra i posteri “non addetti ai lavori”. Ai suoi tempi, tuttavia, Charcot fu famoso soprattutto per i suoi lavori sull’isteria; ed è curioso che questo aspetto del suo lavoro sia stato in qualche modo rimosso dalla storiografia ufficiale, che gli dedica un peso secondario, considerando che il neurologo francese fu in effetti colui che diede il “giusto” posto all’isteria, che riconobbe che si trattava di una malattia psichiatrica, e non “ginecologica”. Perché?

Una risposta a questo interrogativo può fornirla forse un manifesto che mi è capitato di vedere, a Parigi: questo

Ho scattato una foto al manifesto in questione, che non è quella riportata (proveniente dal profilo Twitter di Cinecritik) perché come fotografo valgo ancora meno che come scrittore.

che ha attirato la mia attenzione per il suo aspetto ottocentesco e che all’inizio credevo fosse la pubblicità di una qualche terapia “alternativa” per i problemi di coppia, ironica quanto “filologica”; ho poi scoperto, leggendo (a fatica) le informazioni riportate in piccolo, che si tratta invece di una campagna di promozione (non so quanto ufficiale) de Il ballo delle pazze, film di Mélanie Laurent ispirato ad un romanzo omonimo di Victoria Mas (Le bal des folles, in originale), e basato proprio sulla storia degli esperimenti condotti alla Salpêtrière da Charcot.

Scrivo esperimenti non a caso: prima di giungere, infatti, alla rivoluzionaria ipotesi che l’isteria fosse una “malattia della rappresentazione” (cioè un “difetto” del funzionamento e non della struttura del cervello), Charcot esaminò ostinatamente al microscopio il tessuto nervoso delle sue (pretese) ammalate, alla ricerca di una lesione in “un’area isterogenica” che ne spiegasse i sintomi; in ciò, chiariamoci, non ci sarebbe nulla di male, se solo a quelle donne fosse stato lasciato il diritto di decidere se essere parte di quelle “considerabili risorse” stipate all’interno di “un museo patologico vivente”: così si espresse Charcot nel 1882, nel suo discorso di inaugurazione della cattedra di neurologia, e questo museo lo spettacolarizzò oltre misura, portando le pazienti alle sue lezioni (riservate primariamente ai maschi: le prime donne vennero ammesse alle facoltà di medicina in Francia nel 1868) ed in qualche modo forzando le loro “crisi” per mostrarle ai suoi studenti. Così incarnando una delle idee-feticcio dell’Ottocento: quella dello scienziato (chiaramente maschio) chiamato a dominare le forze irrazionali della natura (chiaramente femmina); un’idea che fu la spina dorsale di molto pensiero razzista, maschilista, colonialista.

Ed è forse per questo che nessuno parla molto dello Charcot studioso d’isteria: perché significherebbe ammettere che la medicina moderna viene da quella filiazione; e, a giudicare dal comportamento di certi suoi esponenti (anche di spicco), ne sente ancora l’influsso.

2 thoughts on “Le matte della Salpêtrière (Riflessioni parigine)

  1. “una delle idee-feticcio dell’Ottocento: quella dello scienziato (chiaramente maschio) chiamato a dominare le forze irrazionali della natura (chiaramente femmina); un’idea che fu la spina dorsale di molto pensiero razzista, maschilista, colonialista”.
    me la segno…, grazie.

  2. Pingback: miei fuoriblog dal 16 al 22 ottobre 2021- 509 – Cor-pus 2020

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