Alla deriva (Riflessioni parigine)

All’interno del già citato Centre Pompidou, oltre ad una serie di opere di arte contemporanea che, come detto, mi hanno fatto sollevare le sopracciglia, ho trovato anche un’ampia sezione dedicata a quei movimenti artistici degli anni Cinquanta e Sessanta, nel complesso detti di neoavanguardia, che fecero da apripista alla controcultura che sarebbe definitivamente esplosa, in tutti i sensi, nel Sessantotto, ed alle cui idee artistiche e politiche (scindere le due componenti in quel contesto è pressoché impossibile) non ho mai dedicato l’attenzione che avrebbero meritato. In particolare, mi ha colpito l’area espositiva dedicata ai situazionisti e, più specificatamente, ad una loro “performance” caratteristica: quella della deriva. Che, riporto da un sito che credo affidabile visto che si chiama situazionismo.it, è 

uno smarrimento volontario della rotta, della direzione, un vagare senza scopo, a pratica di liberazione da dispositivi ambientali percepiti come autoritari.

Essenzialmente, la deriva situazionista costituisce l’attuazione cosciente e politicizzata della flânerie, l’abitudine diffusa tra i bohémien ottocenteschi di aggirarsi senza meta tra le vie di una città essendo guidati nell’esplorazione non dal desiderio di fare o vedere qualcosa, bensì dalle proprie emozioni e dai propri impulsi: ad ogni incrocio si sceglie la direzione verso cui rivolgersi unicamente in base all’istinto ed all’impressione del momento. La flânerie e, di conseguenza, la deriva sono dunque un modo (secondo i situazionisti) per riappropriarsi delle città, per abbattere quell’industria turistica che le trasforma in parchi giochi pieni di attrazioni irrinunciabili che sono messe in vendita ad uso e consumo del turista che vive una città allo stesso modo in cui un operaio vive la catena di montaggio: e cioè, in modo alienante. La deriva, aggiungo io, è forse un modo per viaggiare nel senso in cui lo intendeva (quella frase semplificata di) Proust: non vedendo cose nuove, ma avendo occhi nuovi; o, il che è lo stesso, rivestendo quello che si vede di significati arbitrari, che non si credeva quel monumento o quell’edificio potessero avere.

Ero già inciampato nella deriva, senza eccessivo interesse (mea culpa), ai tempi in cui mi chiedevo se potesse esistere un modo per rendere le città qualcosa di diverso, rispetto alle enormi prigioni che erano diventate al tempo del primo lockdown. Allora, avevo proposto di costruire una specie di “guida turistica fantastica” per le città in cui molti di noi, nonostante la “pestilenza trionfante”, erano costretti per motivi di lavoro ad aggirarsi, tra strade desolantemente vuote e sempre uguali a se stesse: questa guida turistica sarebbe dovuta essere lo strumento per trovarsi a Verona, ad esempio, facendo finta di essere a Parigi. Per un simile fine, riflettevo, si sarebbe potuta leggere o ascoltare nella città scaligera una guida turistica “tradizionale” di Parigi, immaginando che descrivesse Verona; si sarebbe potuta leggere una descrizione del Pont Neuf e fingere che fosse quello, che scavalca la Senna, il ponte che si sarebbe dovuto percorrere in fondo a viale Cristoforo Colombo, e non, com’è nella realtà, il ponte Catena, che si incurva (in modo assai meno affascinante, posso dirlo ora che il Pont Neuf l’ho visto) sopra l’Adige. 

Leggendo il mio articolo di allora, Mariano Tomatis (con cui questa rubrica si è aperta, e con cui è giusto che si chiuda) mi aveva suggerito di informarmi a proposito della pratica situazionista della deriva, che avrebbe potuto darmi parecchie idee su cui riflettere; colpevolmente, non ascoltai il suo consiglio, che invece sarebbe stato fecondo: come, in effetti, è stata feconda la riscoperta di questa pratica all’interno del Centre Pompidou.

Perché è stato mentre leggevo su un pannello espositivo cosa significa, per i situazionisti, andare alla deriva, che mi è tornato in mente un mio vecchio progetto, di cui ho parlato spesso anche su queste pagine: quello di scrivere una guida turistica; una guida turistica di Roma, per la precisione, che in effetti è un qualcosa che già ho fatto, ai tempi in cui pubblicai la (lunga) serie di post che si intitolava A Roma andai, a voi ripensai. Alcuni di coloro che la lessero (e che lessero altre cose che scrissi e che dei viaggi mi avevano ispirato) alimentarono quel mio desiderio dicendomi che, be’, una guida turistica scritta da me magari l’avrebbero anche comprata; ma, francamente, non credevo che una mia “opera” siffatta potesse aggiungere granché, al mercato già ampiamente saturo di questo genere letterario: e per altro, non volevo “collaborare” con un’industria che prende un luogo che è un campo di battaglia come la città e lo fa diventare un cadavere imbalsamato da ammirare senza avvicinarcisi troppo. Non volevo che la mia guida turistica fosse una cosa morta.

Ed è stato così che, davanti a quel pannello espositivo, mi sono chiesto: ma si potrà mai trasformare una guida turistica in uno strumento per la deriva? È dal desiderio di dare una risposta a questa domanda, che nasce il post che state leggendo, ed il pdf che trovate qui sotto.

Esso è composto da due pagine da stampare fronte-retro (la prima pagina è il fronte, la seconda il retro) su un comune foglio formato A4: questo stampato può poi essere ripiegato e rilegato a formare un libriccino, allo stesso modo in cui si può ottenere la storia illustrata Su contu ‘e marzane dal pdf presente sul sito di Angelo Monne (a cui ho rubato quest’idea, e non per la prima volta: nel remoto caso che il diretto interessato mi legga, lo prego di scusarmi), avendo cura di lasciare il riquadro che contiene i QR code in basso a destra, quando ci si inizia ad applicare a questo curioso origami. A quel punto, vi troverete con un libriccino che presenta, su una delle prime pagine, una curiosa serie di tessere del domino:

Ecco, quella è una mappa per la deriva; una mappa nootica, mi verrebbe da chiamarla, prendendo in prestito la definizione dal libro più bello di Stefano Benni, Elianto. La mappa funziona in questo modo: scegliete una città in cui praticare la deriva (che può essere, ma non è necessario che sia, Roma); ad ogni incrocio, prendete la via che più vi piace e, quando trovate uno spazio, o un edificio, o un monumento che vi piace, fermatevi lì e scegliete a caso, nel modo che preferite, una delle tessere (potete farlo facendo una conta, o chiudendo gli occhi ed indicandone una o, il mio metodo preferito, ispirato al Nuovo oracolo delle Signore e Signorine di cui proprio Mariano Tomatis ha parlato, perforando con uno spillo la pagina sul retro ed andando poi a vedere in corrispondenza di quale tessera l’avete bucata). Sommate i valori che si trovano sulle sue due metà e, poi, andate fino alla pagina di numero corrispondente (le pagine sono indicate nella parte superiore di ogni pagina). Leggete la breve descrizione del monumento fornito e, anche se state leggendo, che so, del Colosseo, fate finta che essa si attagli perfettamente a quanto avete davanti; e, se davanti a voi non c’è nulla, chiedetevi: che fine ha fatto il Colosseo che avrebbe dovuto essere qui? Perché è stato abbattuto o, il che è più o meno lo stesso, perché non è mai stato costruito?

Perché questo è lo scopo che vorrebbe avere questa piccola guida: quello di costruire storie che possano dare nuova vita alle città; quello di essere una scusa per perdersi in una città. E, anche se il mio parere conta quel che conta perché è come chiedere al macellaio se è buona la carne, posso dirvi che funziona: perché, altrimenti, non sarei riuscito a scrivere una guida di Roma, mentre pensavo di scrivere un articolo su Parigi.

5 thoughts on “Alla deriva (Riflessioni parigine)

  1. Pingback: la vita di Kandy, tra città e giungla. 25 luglio 2004. Sri Lanka 96 – quando si poteva viaggiare. 180 – bortoround

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