Farsi le domande basta?

Il 7 novembre del 2015, su queste pagine, pubblicai un articolo, intitolato (in maniera stranamente brillante) Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma, in cui riflettevo, ed implicitamente insistevo, sulla necessità di trovare una denominazione (perché una cosa esiste solo quando ha un nome) per quella figura retorica costruita nella forma: io non sono uno [inserire declinazione del fascismo a piacere], ma [asserzione che farebbe impallidire anche il più smaliziato degli esponenti alla declinazione sopraddetta, ed a cui si è spergiurato di non appartenere].

A distanza di quasi sei anni, probabilmente, quel post non lo scriverei più; o almeno, non mettendo al centro quella figura retorica che infine, grazie al geniale suggerimento di Murasaki, decidemmo di chiamare anentia ottativa (vi invito a leggere la sezione commenti di quell’articolo, per scoprire perché): essa infatti non è più diffusa come lo era allora, quando Salvini, che ne abusava, veniva ancora considerato il futuro della politica, nonostante gli oltre vent’anni già accumulati da professionista della materia. Forse, perché oggi dirsi o anche solo dimostrarsi apertamente fascisti (o razzisti, o sessisti, o omofobi: una cosa discende dall’altra) non è più considerato una vergogna o, quanto meno, una “cosa” che non sta bene fare in pubblico, come a quei tempi ancora era, e dunque non si ha bisogno di esplicitare quella “scusante non richiesta”.

Oggi, piuttosto, dedicherei, sentirei il bisogno di dedicare un articolo “linguistico” come quello ad una figura retorica diversa, che forse è figlia di questi tempi che, a seconda dei punti di vista, potremmo definire più sciaguratamente sguaiati o più sbrigativamente sinceri: mi riferisco alla frase che contiene un concetto talmente grosso, o fuori luogo (in qualunque senso), o slegato dal contesto, che, quando viene pronunciata (o scritta) nel corso di una conversazione, provoca alcuni secondi di pesante silenzio. E quel silenzio, badate, non ha il fine di esprimere l’imbarazzo o il disprezzo di chi ascolta; no, la verità è che quel silenzio esiste perché gli interlocutori stanno rivedendo la scena e si stanno chiedendo: oddio, ma l’ha detto davvero? Tale figura retorica, va detto, potrebbe pure non essere affatto una figura retorica: da un lato, è vero, la comunicazione a mezzo social network sembra averci convinto che per avere la meglio in un dialogo basta aver parlato per ultimi, e di solito asserzioni come quelle di cui stiamo parlando fanno passare la voglia di ogni replica; dall’altro, la comunicazione stessa ha ormai raggiunto un tale livello di ipersemplificazione che potrebbero davvero esistere, soprattutto tra coloro che non si sono formati da giovani all’utilizzo dei “nuovi media”, persone che non sono in grado di capire che non ci si sta rivolgendo sempre all’amico su Whatsapp, o commentando la foto che ha postato su Instagram il vicino che conosciamo da una vita, e che le diverse situazioni richiedono vocabolari, registri e codici diversi. Una delle ultime occasioni in cui mi è capitato di sentir utilizzare la “figura retorica senza nome” è stata fondamentale per rendermi conto di ciò.

Alcune settimane fa, la conclusione di un turno straordinariamente complesso mi ha sorpreso mentre ancora non avevo completato tutte le incombenze che essere un medico di pronto soccorso comporta: in particolare, un paio d’ore prima un’ambulanza mi aveva portato una paziente, ed io non avevo ancora parlato con un suo parente (se non vado errato, il figlio) che stazionava nella sala d’attesa più o meno dal momento del suo arrivo. Negli ultimi scampoli di turno, ero finalmente riuscito a farlo entrare nel mio ambulatorio, e gli stavo più o meno spiegando come stavano andando le cose quando la nostra conversazione è stata interrotta dall’arrivo della collega che avrebbe dovuto darmi il cambio: una collega, straordinariamente competente, che ha la ventura di essere anche molto bella. A lei dovevo dare alcune informazioni fondamentali, perché potesse iniziare a gestire una paziente molto difficile di cui era necessario che si occupasse subito; per cui, ho interrotto il dialogo che stavo avendo con il figlio della paziente, mi sono girato nella sua direzione, le ho comunicato tutto quello che ho creduto le servisse e, quindi, mentre lei usciva, sono tornato a rivolgermi all’uomo che tanto mi aveva aspettato, scusandomi per questa nuova sospensione: lui mi ha risposto che non faceva niente, ed anzi che al mio posto avrebbe fatto la stessa cosa perché (e badate che sto molto edulcorando le sue parole, che mi vergogno a riferire letteralmente) in fin dei conti una bella donna è sempre una bella donna. Per alcuni secondi, non ho detto nulla: prima, perché appunto mi stavo chiedendo se quell’uomo aveva veramente detto quanto avevo sentito; poi, perché stavo valutando se non era il caso di far finta di niente e lasciar correre. Infine, mi sono deciso a fargli notare, con una severità che usualmente non mi è propria, l’inadeguatezza del suo comportamento, mentre lui, molto stupito, si giustificava con un argomento che sarà familiare a chiunque si sia mai trovato in queste situazioni: be’, ho solo detto la verità. Evidentemente, senza rendersi conto che, in quel contesto, quella verità non era il caso di sottolinearla (nel modo in cui l’ha sottolineata, poi).

Ed in effetti vi ho raccontato questa storia, tratta dalle molte che si potrebbero raccontare e che suppongo avvengano ogni giorno negli ospedali come in qualunque altro posto, perché essa dimostra che uno dei motivi per cui il maschilismo è un problema è proprio per la percezione diffusa che esso non sia affatto un problema, e che dunque se ne possa far sfoggio sempre ed ovunque; a voler scomodare un termine scomodo, potremmo anzi dire che uno dei problemi del maschilismo è la sua normalità. D’altronde, mi accorgo che esistono idee preconcette riguardo i ruoli che uomini e donne dovrebbero avere nella società, e che non esiste alcuna remora ad esprimerle, ogni volta che i pazienti (non solo i maschi, e non solo quelli anziani) chiamano signorina quella stessa collega, così sottintendendo che solo ai maschi dovrebbe essere concesso essere riconosciuti come dottori; per altro, in un ambiente come quello dove lavoro io in cui le infermiere e gli infermieri (che svolgono un lavoro di importanza almeno pari a quella dei medici, e che dunque meriterebbero uguale se non superiore rispetto) sono in media piuttosto giovani, e dunque spesso laureati in scienze infermieristiche e dottori a loro volta.

Ancora, che sia opinione diffusa che non c’è nulla di male (anzi, che dovrebbe essere considerato un complimento) ad esprimere apprezzamenti evidentemente non desiderati (a qualcuno di voi, esclusi i modelli e le modelle, fregherebbe sentirsi dire che è bello, mentre lavora?) e, quindi, ad offendere una donna nella sua dignità professionale me lo ricordano alcune delle (rare) lettere di ringraziamento che raggiungono il mio pronto soccorso, e che non hanno saputo esimersi dal segnalare la bellezza delle infermiere, o ognuna delle domande insinuanti dei colleghi di altri reparti, che mi chiedono come diavolo facciamo a concentrarci con tutto quel ben di Dio in giro (sì, sono successe entrambe le cose): ma il maschilismo, d’altro canto, significa proprio questo, che c’è un sesso forte che può permettersi di calpestare le regole di convivenza che esistono non in forza di una legge, ma in forza del rispetto che si deve ad ogni essere umano (e non è un caso che il berlusconismo sia stato uno dei movimenti politici più maschilisti di sempre, ed anche quello che con più forza ha portato avanti l’idea che, se qualcosa non è proibito dal codice penale, allora è concesso). Per altro, lasciandosi andare, e senza vergognarsene, a quel “pensiero di lombi”, quell’uomo queste regole le ha infrante due volte: a danno della mia collega, che dopo più di dieci anni di studio (tra laurea e specializzazione) meriterebbe di essere giudicata per quel che sa (ed è tanto), e non per la “curvatura delle sue chiappe” (cit.); ed a danno della sua parente, le cui condizioni (che non erano così gravi: ma questo lui non poteva saperlo, se è vero com’è vero che a casa si era preoccupato al punto da chiamare un’ambulanza) lo mettevano così in ambascia da permettergli di rispondere al richiamo dei suoi ormoni e per di più di farmelo anche sapere. E a ripensarci adesso, a mente fredda, credo anzi che sia stato proprio questo a darmi fastidio: il fatto che lui abbia cercato di coinvolgere anche me e che, quando io mi sono mostrato contrariato, abbia cercato di suscitare una sorta di solidarietà maschile; penso che la sua sorpresa, infatti, non derivasse tanto dall’essere stato ripreso, quanto dall’essere stato ripreso da un altro uomo.

Queste considerazioni, inevitabili, mi portano a farmi una domanda che è (giustamente) cara alla retorica femminista, e che è il vero motivo per cui ho scritto questo lungo post: io sono parte della soluzione, o del problema? Alla fine, dopo alcuni giorni, ho trovato il coraggio di raccontare tutto il fattaccio alla mia collega, che è stata contenta che io abbia preso le sue parti; mentre lei me lo riferiva, però, io non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma sono davvero sicuro di aver preso le sue parti? Quali erano i sentimenti offesi che mi hanno portato a reagire: i suoi, o i miei? Mi sono arrabbiato perché quell’uomo la stava evidentemente considerando niente più che un bel vedere, o perché mi sono sentito squalificato nei miei valori e nella mia cultura (che, evidentemente, considero superiore alla sua) dal sentirmi implicitamente dire: dai, siamo tutti così, anche tu? Sono stato un “paladino” della causa femminile, o ho dovuto solo rimarcare la mia “superiorità”, in modo per altro anche velatamente classista? Ho messo al centro lei o me, come fanno tanti maschi che cominciano le frasi con “non tutti gli uomini”?

Qualcuno direbbe che già porsi i quesiti è un qualcosa. Ma io non so se questo mi basta.

11 thoughts on “Farsi le domande basta?

  1. ho letto con interesse, al solito.
    però ti propongo una lettura che troverai sorprendente dell’episodio che racconti e che ti ha messo a disagio.
    secondo me, se lo osserviamo bene, il centro di quel messaggio – che in modo trasparente si lascia tradurre così: in fin dei conti una bella figa è sempre una bella figa – non sta tanto nel fatto che chi lo pronuncia ha provato un impulso sessuale, contemplando le bellezze della tua collega, ma nel fatto che senta il bisogno di esprimerlo e condividerlo con l’altro maschio che gli sta davanti.
    d’altra parte, da un punto di vista strettamente biologico, l’altro maschio è un contendente, non certo un complice potenziale.
    insomma, alla fine l’impulso omoerotico (perché di questo in ultima analisi si tratta) prevale sull’impulso erotico etero; perché questo, di per se stesso, implica il viverselo per proprio conto e farci i conti da sé. invece quell’interlocutore sente il bisogno di dirlo: perché?
    forse per rassicurarsi in qualche modo della propria identità etero? o forse per il bisogno di condividere con l’interlocutore una fantasia sensuale almeno potenziale?
    ma allora, per entrambe le risposte possibili, una delle componenti del machismo è l’omoerotismo? non avrei molti dubbi, a guardare altri fenomeni tipicamente maschili, come il tifo sportivo o politico.
    questo rende ancora più comprensibile il tuo imbarazzo, che non è dovuto soltanto alla palese inopportunità sociale della battuta (tu hai dato la precedenza alla collega per motivi professionali, non perché fosse sessualmente attraente – almeno credo, ahha, altrimenti l’altro ti ha davvero sgamato…).
    ora io non dico che tutte le forme di maschilismo abbiano questa radice, tutt’altro, ma forse sarebbe bene evidenziare questa componente sorprendente almeno in alcuni casi.

    • È possibile che tu abbia ragione, d’altronde i precedenti storici (pensiamo solo all’hitlerismo) e gli studi psicologici ci dicono che spesso la mascolinità esagerata è “necessaria” proprio a quel fine: ma se così fosse, l’episodio è solo un esempio di quanto diffusa sia l’omofobia (in senso letterale). Insomma, non c’è da esserne molto più felici.

  2. Spesso ad essere “maschilista” non è la persona, ma l’ambiente.
    Immagina: al posto tuo una dottoressa, al posto del tizio una tipa di 40 anni, ed ecco all’improvviso entrare un medico bello (molto bello) professionale ma indubbiamente un gran figo.
    Credi che dottoressa e tipa di 40 anni sarebbero state zitte? O magari sarebbe scappato un “ma che bei dottori avete qui?”
    🙂

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