Cosa sta succedendo?

Mentre lo psicocineta veniva portato fuori dallo studio in barella, alla presentatrice, che fino all’ultimo, anche quando non era ormai più in onda, aveva tentato di attenersi scrupolosamente al copione deciso all’inizio della stagione, e che ormai recitava da diverse settimane, sfuggì un involontario: “Speriamo di rivederlo ancora”. Non si preoccupava per la sua salute, figurarsi; ma dopo quello che era successo, dubitava che qualcuno avrebbe ridato un qualche spazio allo psicocineta, foss’anche per pubblicizzare un detersivo per il cesso.

E dire che il pomeriggio era iniziato all’insegna della più rassicurante normalità: lo psicocineta si era presentato in studio e, come ogni domenica, aveva annunciato di aver rinvenuto, nella sua “biblioteca mistica”, un testo sumero (l’ultima volta era stato ittita, e prima ancora accadico) in cui si spiegava il segreto della bilocazione, ossia la capacità di essere in due posti diversi nello stesso momento; il comico di punta del programma, quello a cui toccava il monologo prima del telegiornale delle venti, aveva chiesto a quel punto se la bilocazione aveva qualcosa a che fare con la bizona di Oronzo Canà, e tutto il pubblico in studio, che per fortuna aveva un’età media abbastanza elevata per ricordarsi i vecchi film di Lino Banfi, aveva riso. La presentatrice era allora intervenuta, pretendendo di star trattenendo un sorriso, e l’aveva bonariamente rimproverato; si era quindi rivolta allo psicocineta, chiedendogli se per caso quel testo sulla bilocazione non fosse più affidabile di quello che una settimana prima avrebbe dovuto schiudere, “il pubblico forse se lo ricorda”, i misteri della chiaroveggenza, e che invece si era dimostrato assai impreciso. Lo psicocineta si era detto sicuro delle sue fonti, ed aveva aggiunto che era pronto ad una “dimostrazione” immediata dell’efficacia di quelle tecniche, purché gli si fosse lasciato il tempo per un’adeguata “preparazione”.

La presentatrice aveva consentito, anche perché quella era senza dubbio la sua parte preferita di tutto il lungo tour de force che era il programma per famiglie della domenica pomeriggio: non doveva far altro che starsene lì seduta, fingendo un’espressione di nervoso interesse, mentre lui recitava formule astruse, lanciava invocazioni improbabili, buttava in alto le braccia come se fosse al Bolscioi a ballare Il lago dei cigni e, in definitiva, si rendeva ridicolo; sarebbe poi passato ad interpretare uno di quei due o tre tipi di trance che gli avevano insegnato (a quel punto, se voleva, lei poteva lanciare un piccolo urletto) e, alla fine, si sarebbe alzato dal pavimento su cui era caduto (una volta aveva sbagliato e si era quasi rotto un braccio), affinché il pubblico potesse constatare che non era riuscito in nulla di quanto promesso, e ridere di lui. Di solito, in quel momento lei provava un filo di tristezza ma, be’, se a lui stava bene guadagnarsi da vivere così…

Lo psicocineta aveva per l’appunto appena iniziato a contorcersi sul pavimento (perché poi qualcuno avrebbe dovuto pensare che questo dimostrava che si era spostato altrove?), emettendo per buon conto anche una discreta quantità di bava dalla bocca (diavolo, s’era detta la presentatrice, non starà esagerando?), quando una voce dall’alto dei cieli (era così che, scherzando, chiamavano gli interventi in diretta della regia) era calata su di loro e aveva detto:”Dobbiamo dare la linea al telegiornale”. La presentatrice si era alzata di botto, come se qualcuno le avesse acceso il fuoco sotto il culo; stava per chiedere cosa cazzo fosse successo (magari non così, certo), quando nello schermo alla sua destra vide comparire il faccione del giornalista del momento e, immaginando che non si sarebbe scomodato alle sedici e trenta della domenica pomeriggio se non ci fosse stato qualcosa di grosso, lo domandò direttamente a lui.

“Ma cosa sta succedendo?”.

Lui aveva appena finito di rispondere: “C’è stata una sparatoria a Londra, di sicuro ci sono molti feriti e probabilmente sono coinvolti degli italiani”, che lo psicocineta cominciò ad urlare. La presentatrice, sul cui volto sconvolto una telecamera indugiò un secondo di troppo, guardò in cerca di aiuto il direttore di studio, che si strinse nelle spalle con indifferenza, quindi si avvicinò allo psicocineta e, sperando che il microfono non cogliesse quello che stava per mormorare, gli si inginocchiò vicino per dirgli: “Basta con queste cazzate, non hai sentito?”. Per tutta risposta, lui diede in una convulsione talmente violenta che istintivamente lei fece un salto indietro, scivolando sui tacchi e cadendo a sua volta al suolo. Con fastidio il giornalista, che non aveva interrotto il suo discorso, consigliò, o per meglio dire comandò: “Forse è il caso che chiudiate, prevediamo un’edizione straordinaria piuttosto lunga”. Lei assentì col capo, mentre un inserviente la aiutava a rialzarsi; fu una decisione provvidenziale perché, giusto l’attimo dopo che la luce rossa sulla telecamera che aveva davanti si fu spenta (segno che avevano ceduto la linea), lo psicocineta si voltò ed inondò la prima fila con un impetuoso getto di vomito. Poi giacque immobile, nello stesso esatto punto in cui era caduto non più di dieci minuti prima.


I medici conclusero che doveva essere una manifestazione, alquanto particolare, di un disturbo post-traumatico da stress: ma, per parte sua, Andrea era sicuro di quello che diceva. Era appena uscito dalla stazione della metro, a Piccadilly, quando quell’uomo aveva preso la pistola ed iniziato a sparare; aveva abbattuto subito la vecchia signora giapponese, poi aveva colpito alla coscia quell’uomo alto che aveva tentato di fermarlo, quindi aveva puntato l’arma nella sua direzione. Ammazzato a Londra da un pazzo durante la prima vacanza da solo, che modo stupido di morire, aveva pensato Andrea; ma, proprio in quel momento, gli era comparso (non avrebbe saputo quale altro termine usare) davanti quel tizio lì: aveva appena fatto in tempo a riconoscerlo, era quello della tv, quello che ogni domenica cercava di spostare gli oggetti con la mente o di prevedere il futuro, che il colpo di pistola destinato a lui gli aveva fatto esplodere la testa.

Gli avevano spiegato che non era possibile, che il cadavere non era stato ritrovato, che mentre accadevano quelle cose terribili lo psicocineta (che così si faceva chiamare) si stava rendendo ridicolo in diretta nazionale; che quello era un modo (curioso, certo) che la sua mente aveva ideato per metabolizzare il trauma. Ma non era così: quello era lui, lo sapeva, anche se sapeva pure che lo psicocineta era ancora vivo e vegeto e anzi lui gli aveva anche scritto, gli aveva detto che voleva vederlo, per cercare di capire cosa diavolo fosse successo quella maledetta domenica alle sedici e trenta.

Era stata la sua segretaria a rispondergli: “il signore” preferiva non vedere nessuno e, “detto tra noi”, da quella domenica non era più lo stesso.

C’era da comprenderlo: non doveva essere facile, essere contemporaneamente vivi e morti.

5 thoughts on “Cosa sta succedendo?

  1. Ci sono dei particolari inquietanti, che mi riguardano.
    Proprio a Londra, proprio a Piccadilly, anni fa incontrai (giuro) Giucas Casella. Che, in termini televisivi, ha spesso fatto scene incomprensibili talvolta involontariamente comiche.
    Pensavo a lui ad inizio racconto, poi quando hai nominato Piccadilly….

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