Tiro due calci ad un pallone e poi chissà

Posso testimoniare senza tema di smentite che la fede interista di mio padre è rimasta incrollabile anche nel lungo digiuno di vittorie durato dal 1989 (vittoria in campionato dell’Inter di Trapattoni) alla squadra di alieni guidata da Josè Mourinho che, prima in Italia, conquistò il Triplete, perché l’iniziazione a quella fede è stata una parte così importante della mia educazione, da essere cominciata ancora prima che io venissi al mondo (sono nato proprio nell’89 e, fossi stato femmina, mi sarei chiamato Serena, come l’attaccante i cui gol portarono i nerazzurri al successo in campionato quell’anno), e da essere proseguita con un rigore tale che mia madre continua a spergiurare che io ho detto “gol” e “forza Inter” prima di “mamma”. Io stesso ho ricordi molto nitidi dei (rari) trionfi e dei (frequenti) tonfi di quella che negli anni Novanta è stata in tutti i sensi la mia “squadra del cuore”: la finale vittoriosa della coppa UEFA del 1998, il fallo da rigore non sanzionato di Mark Iuliano su Ronaldo nello stesso anno, il 5 maggio del 2002, quando proprio insieme a Ronaldo piansi dopo che la squadra di Hector Cuper si fu suicidata all’ultima giornata di campionato, per altro sul “campo amico” della Lazio.

Il credo interista e, più in generale, la passione per il gioco del calcio sono stati una componente fondamentale della mia infanzia: ed infatti, per segnare in modo concreto il passaggio da quella fase della mia vita all’adolescenza, ad un certo punto li abbandonai; più o meno in contemporanea per altro abbandonai la fede cristiana, in cui ero stato parimenti cresciuto e che avevo vissuto con un trasporto non inferiore: non può essere un caso. Fino ai venticinque anni, ho manifestato astio nei confronti dello sport più bello del mondo, atteggiamento necessario per mascherare il fatto che il calcio non solo continuava a piacermi, ma mi mancava. In seguito, man mano che si faceva più chiaro il fatto che ormai bastava la carta d’identità a dimostrare che ero un adulto, ho iniziato a riavvicinarmi al mondo del pallone: e quando l’ho fatto, l’ho trovato assai cambiato. Per carità, me lo aspettavo, visto che, per citare Stefano Benni, “i tempi cambiano, come dice la canzone”. È stato comunque doloroso constatare come avesse ragione il grande scrittore bolognese, quando proseguiva così quella frase: “anche se non sempre i tempi cambiano come vorrebbero le canzoni”.

Certo, mi rendo conto che la mia percezione riguardo il fatto che il calcio sia non solo cambiato, ma peggiorato potrebbe essere viziata dalla nostalgia, un nemico che costantemente mi assedia nonostante i miei pervicaci tentativi di tenerlo a distanza: d’altronde, quest’opinione è condivisa, mi sono accorto, da un gran numero di persone, ed in particolare da quei veri e propri “esperti della materia” che sono gli appartenenti ai gruppi di tifo organizzato; da quelli, per capirci, che vengono definiti (e spesso si autodefiniscono, riappropriandosi di una parola a cui l’uso giornalistico ha attribuito un significato denigratorio che non è obbligatorio che essa abbia) “ultrà”.

A questa categoria appartiene pure, per sua stessa ammissione ed anzi per sua rivendicazione, Pierluigi Spagnolo, giornalista della Gazzetta dello Sport ed autore di Contro il calcio moderno, volume edito da Odoya che affronta esattamente il tema che ho introdotto con la mia consueta incapacità di sintesi; Spagnolo anzi si spinge un po’ più in là, non contentandosi di dire che a lui e a “quelli come lui” il calcio non piace più, ma cercando di comprendere il perché. Perché si stanno disaffezionando a questo gioco proprio coloro che sono disposti a dedicarci tempo e soldi, spesso comprando a scatola chiusa un abbonamento per lo stadio che, in tempi di Covid, non si sa se potranno utilizzare? Perché, non solo in Italia ma in tutta Europa, gli ultrà stanno iniziando a disertare le curve, quando non a fondare delle proprie “contro-squadre” da contrapporre a quelle “ufficiali”? Perché i tifosi “storici”, mettiamo, della Juventus, amano Cristiano Ronaldo meno di quanto abbiano amato Gaetano Scirea, benché il primo sia indubbiamente più forte del secondo?

Ecco, a tutte queste domande, con un approccio dichiaratamente partigiano (che costituisce, intendiamoci, un merito), Spagnolo cerca di rispondere nel suo libro, che ho letto con critico interesse la settimana scorsa, in pochi giorni; le sue parole sono accalorate, e questo è sia un pregio, sia un difetto dell’opera: da un lato, si comprende la passione che le anima, così rara in un calcio che pare interessato solo alle plusvalenze ed alle sponsorizzazioni; dall’altro, a volte mi sono ritrovato a chiedermi perché l’autore non sia stato maggiormente “rigoroso”, soprattutto nei momenti in cui sostiene tesi assai ardite, non sempre supportandole con i dati che affermazioni così forti richiederebbero. Ma forse questa non è una vera e propria mancanza, ma una conseguenza inevitabile della natura del volume e della sincerità di chi lo ha scritto, che non nasconde di essere un ultrà che per ventura è anche un giornalista e non prova, come molti suoi colleghi, ad atteggiarsi da giornalista tentando malamente di celare la sua intima essenza di ultrà (e chiunque abbia letto, negli ultimi tempi, un qualunque scritto redatto da un’opinionstar trasformatasi in groupie di Mario Draghi avrà presenti gli abomini a cui mi sto riferendo). A ripensarci in retrospettiva, l’unico passaggio in cui Contro il calcio moderno non mi è piaciuto è stato quello in cui Spagnolo, vituperando (giustamente) le leggi sostanzialmente speciali approvate dalla politica e messe in atto dalla polizia a danno degli ultrà (leggi che sono state correttamente definite un “laboratorio della repressione”) parla della violenza e del razzismo che si annidano (lo riconosce anche lui) in certe curve, e tenta di minimizzarlicon sconcertante banalità, dichiarando, sostanzialmente, che violenza e razzismo sono connaturati all’essere umano: una scusante che non scusa un bel niente, visto che il semplice fatto che una cosa sia naturale non significa che dobbiamo tollerarla, né allo stadio, né altrove (fermo restando che Spagnolo ha ragione quando dice che altrove spesso e volentieri razzismo e violenza vengono tollerate fin troppo facilmente, e che è assai più grave che una frase come “fino a ieri mangiava banane”, riferita ad un giocatore di colore, la dica un dirigente sportivo, piuttosto che un semplice tifoso).

Tolto questo, comunque, rimane che la tesi di fondo di Contro il calcio moderno è inattaccabile, per quanto tautologica: molti che amavano il calcio non amano il calcio moderno perché non è più calcio; a voler essere sinceri, anzi, non è neppure più uno sport, quanto piuttosto una parte dello show business, uno spettacolo (ecco perché ho detto che questa parola era ambigua), pensato innanzitutto per essere venduto alle televisioni, che rappresentano in effetti l’unico motivo per cui l’elite calcistica mondiale, travolta dai debiti come una larga parte della “grande finanza”, non è ancora implosa. Ed a questo proposito fa riflettere la ragione, riportata da Spagnolo, che ha portato i grandi club di Serie A a completare in fretta e furia la stagione 2019-2020, con partite giocate in estate ogni tre giorni in stadi vuoti: le pay tv avevano minacciato di non versare l’ultima rata dei diritti televisivi che avevano acquistato su quelle partite, se le squadre non fossero tornate in campo e non le avessero giocate. Un calcio schiavo della televisione, che deve aumentare i suoi ritmi e la sua spettacolarità per essere sempre all’altezza dei suoi competitor, che non sono più gli altri sport, ma le serie Netflix e Disney+: un calcio che assomiglia sempre di più al wrestling, lo sport-spettacolo tanto caro agli americani i cui atleti se le danno di santa ragione e sembrano odiarsi (o amarsi) accanitamente, mentre invece i sentimenti che devono provare sono preventivamente decisi dagli sceneggiatori che dettano, con anni di anticipo, la direzione che lo show dovrà prendere.

Questa similitudine, in effetti, mi è tornata in mente parecchie volte, mentre leggevo Contro il calcio moderno: tanto che, ad un certo punto, mi sono chiesto per quale motivo le società calcistiche continuino insistentemente a cercare nuovi “talenti” da lanciare nel mondo del pallone e, soprattutto, in quello della pubblicità, ambito che può apportare molti più guadagni e a loro, e ai talenti medesimi; perché, invece, non li creano? Abbiamo ormai una tecnologia talmente avanzata da poter simulare molte cose: davvero crediamo che non si possa generare artificialmente una partita o, addirittura, un campionato di calcio? Se l’unica cosa che interessa è che il calcio sia uno spettacolo che si può guardare in televisione mentre si mette un like su Facebook o si ascolta un podcast su Spotify, allora perché correre il rischio di affidarne lo “svolgimento” a delle persone in carne ed ossa, che possono infortunarsi, sbagliare, giocare male quando dovrebbero giocare bene o, viceversa, giocare bene quando dovrebbero giocare male? Perché rischiarare di stampare centinaia di migliaia di magliette di una squadra che poi va male e non riesce a venderle? Paghiamo uno sceneggiatore (anche uno scarso: le storie del wrestling non brillano certo per approfondimento psicologico e ricchezza dell’intreccio) ed un paio di computer artist e diamo a loro il compito di creare il prossimo campionato di Serie A: almeno sapremo che nulla andrà storto, che il top player che avrebbe dovuto riportare in auge il nostro campionato non si rivelerà un mastodontico bidone, che la squadretta di provincia non batterà il club blasonato proprio quando invece avrebbe dovuto accontentarsi di un pareggio… che non arriverà il Covid a mangiarci i miliardi che speravamo di fare mentre la squadra che abbiamo spergiurato di aver acquistato “per amore” si indebita sempre di più.

Una simile evoluzione del calcio avrebbe anche il non trascurabile vantaggio di essere molto più onesta di quella che attualmente ci viene propinata per televisione ad ogni ora del giorno e della notte, per altro.

8 thoughts on “Tiro due calci ad un pallone e poi chissà

  1. il testo l’ho soltanto trasvolato, perché evidentemente non ho ancora superato la fase adolescenziale del rifiuto del calcio, ahah, oppure perché mio padre non mi ha trasmesso il tifo sportivo come modello culturale. mi dichiarai milanista nella mia infanzia, per obbligo sociale non convinto, ma poi entrai nell’adolescenza mentale da cui non sono più uscito con la precisa convinzione che sarei stato un anti-conformista e quindi del calcio potevo far capire che non mi interessava né mi coinvolgeva come rito sociale.
    però mi ha incuriosito il finale del tuo post: un gioco del calcio meramente virtuale, tutto giocato da Intelligenze Artificiali, perché no? resta da dimostrare che non sia già sostanzialmente in atto, perché il segreto del suo successo è che, finché gli spettatori paganti saranno fatti dalla vecchia specie degli umani in carne ed ossa, anche i suoi protagonisti nel campo devono essere creduti tali. e dunque tali devono risultare, anche quando di fatto sono già quasi simulacri virtuali.
    si potrà passare a giocatori dichiaratamente virtuali quando anche gli spettatori paganti lo saranno completamente diventati.
    che bello il calcio giocato da computer per il tifo di computer… ci arriveremo presto?
    l’effetto serra del resto costringerà presto a costruire degli umanoidi capaciti di sopravvivere a temperature più alte, che potrebbero prendere il nostro posto per la gioia degli ultimi umani asserragliati in qualche palazzo sotterraneo climatizzato.

  2. Il calcio piace sempre meno anche a me, che con il calcio sono cresciuto e che ancora oggi vivo attraverso il “fantacalcio”. Nonostante l’età.
    Perché in effetti non è più sport da seguire allo stadio, ma spettacolo da seguire in poltrona.
    E non è la stessa cosa, diciamolo.
    E poi mi nausea vedere la sempre maggiore disaffezione degli stessi calciatori per la squadra in cui giocano, attratti solo da cifre di ingaggio che trovo offensive per chiunque.
    E’ un calcio che sta implodendo, con debiti ovunque e un seguito sempre minore, perché le nuove generazioni trovano più interessanti altre forme di divertimento.

    • Che è il motivo per cui il calcio sta spigendo sempre più sugli aspetti che lo stanno facendo morire: deve tenere il passo con Netfli (come ho accennato), nonché con YouTube, Facebook, Instagram, TikTok… il che ci riporta alla mia conclusione.

  3. Ma sarebbe fallimentare! Ti immagino che noia se fosse tutto come in un videogioco? Di cosa parlerebbe il mondo se non del campione che si è rivelato un brocco, della squadra che doveva vincere e non vince… Il calcio vive dell’imperfezione, sangue e arena virtuali non pagherebbero quanto un rigore sbagliato dal Ronaldo di turno.
    Sulla prima parte, niente da dire, ma la conclusione non mi convince…

  4. Pingback: miei fuoriblog dal 23 ottobre al 19 novembre 2021- 547 – Cor-pus 2020

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