A kind of magic

Il Bizzarro Bazar Contest è un curioso concorso d’arte che, ogni settembre, il suo ideatore ed animatore Ivan Cenzi organizza per celebrare il compleanno di Bizzarro Bazar, blog dedicato all’esplorazione del sublime di cui, se incrociate a queste coordinate da qualche tempo, sarete stanchi di sentirmi tessere le lodi (ma meglio una volta in più che una in meno, dico io). Le regole di questo contest sono semplici: si può partecipare con opere di qualunque tipo (ed infatti negli anni il Bizzarro Bazar Contest ha ospitato le forme d’arte più disparate, dai dipinti alle canzoni, dai cortometraggi alle bare ed ai reliquiari… sì, davvero), purché abbiano come soggetto la creatura a cui il concorso è intitolato e/o, perché no, il suo creatore. Quelle più “strane, macabre, meravigliose” vengono ricompensate con ricchi premi e cotillons, e comunque tutte si guadagnano un posto in quella camera delle meraviglie che è il post con cui Ivan, di anno in anno, annuncia i vincitori.

Ci sono svariate ragioni per cui devo ringraziare il Bizzarro Bazar Contest, a cui prendo parte da quando ne sono venuto a conoscenza: la prima, e forse la principale, è perché mi ha consentito di ammirare l’impressionante teoria di disegni, sculture, diorami, automi, racconti (e chi più ne ha più ne metta) che esso ha stimolato, e che dimostra (come la stessa esistenza di Bizzarro Bazar, per altro) che, a dispetto di quanto dice la vulgata, si può avere un rapporto non solo sano, ma creativo e fecondo, con l’osceno, il grottesco, il crudele, ed insomma col perturbante, che è l’argomento principale di cui quel blog si occupa. Oltre a questa motivazione di ordine “generale”, dallo scorso anno il contest in questione me ne ha fornite altre tre “particolari”, per essergli grato e provare affetto nei suoi confronti: la prima è stata un terzo posto che, per quanto inaspettato e largamente immeritato, mi ha riempito d’orgoglio, come sapete già anche voi; la seconda, un volume fotografico tanto interessante quanto stupefacente, intitolato Sua Maestà Anatomica e dedicato al museo anatomico Morgagni di Padova; la terza, un incontro in un bar giusto fuori dal cimitero di Vicenza (ci abbiamo fatto già abbastanza ironia da soli) con lo stesso Ivan Cenzi, conseguenza dell’intensificarsi dei nostri contatti “epistolari”, durante il quale, tra le altre cose, l’autore di Bizzarro Bazar mi ha assicurato che, ai suoi occhi, non sono mai risultato né un seccatore, né un fanboy (cosa che mi ha molto consolato). Insomma, considerata la qualità media degli artisti che solitamente partecipano, e considerato quindi che il “piazzamento” dello scorso anno, con i suoi piacevoli effetti, era probabilmente assai più di quanto potessi aspirare a raggiungere, comprenderete che è stato con le aspettative piuttosto basse che ho inviato il mio contributo al Bizzarro Bazar Contest di quest’anno; ed è stato quindi senza eccessiva sorpresa (ma, va confessato, non senza un briciolo di disappunto) che, quando infine l’elenco dei vincitori è stato pubblicato il diciannove settembre scorso, mi sono accorto che la mia opera non solo non compariva tra quelle che avevano meritato il podio, ma non compariva affatto.

Ne ho preso atto, convincendomi che ciò doveva derivare da una mia mancanza nei confronti delle regole (non riuscivo a comprendere quale, però): ignoravo che il Bizzarro Bazar Contest ed il suo “padrino” si stavano preparando a regalarmi una nuova magia.

Il giorno dopo la pubblicazione di quel post, infatti, Ivan mi ha contattato in privato e mi ha spiegato le ragioni della mia “esclusione”; il mio contributo, che consisteva in un breve effetto di illusionismo, mi ha detto, gli era molto piaciuto, al punto tale che aveva deciso di tenerlo separato da tutti gli altri per parlarne in un video apposito, da pubblicarsi sul suo canale YouTube: in questo, ha aggiunto, sarebbe voluto partire dal mio numero per discutere, più in generale, della prestigiazione, illustrando i motivi del suo interesse nei suoi confronti e quelli per cui, al contrario, la trova “repulsiva”, e giungendo infine a parlare(e ad indicare come esempio) di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, i due autori di quello che, a modesto parere di chi scrive, è il più importante testo di magia degli ultimi quarant’anni almeno, L’arte di stupire. Se rileggete le frasi in corsivo, e vi fermate un attimo a considerare l’importanza che quel libro ha avuto per me (non ho mai avuto timore a dichiarare che mi ha cambiato la vita), capirete perché ho bonariamente considerato assai sciocca la domanda che Ivan mi ha fatto alla fine di quella comunicazione: “sei d’accordo?”. Se avessi avuto un po’ più di tempismo avrei dovuto rispondere: sono d’accordo, e spero di non svegliarmi.

Il video in questione ha avuto una lavorazione lunga, primariamente per il desiderio di perfezionismo del suo autore (ed in effetti, ho riflettuto, le mie creazioni non hanno mai una gestazione particolarmente estesa), ed è stato infine pubblicato il sei novembre scorso: si intitola Abracadabra e potete ammirarlo di seguito:

Ho scritto ammirarlo non per caso: come sempre, infatti, Ivan si dimostra qui non solo uno straordinario divulgatore, ma anche un critico dotato di spiccato acume e di incredibile capacità d’analisi, andando a sottolineare, da “profano”, problematiche che sono alla base della scarsa considerazione di cui, almeno in Italia, gode l’arte della magia; problematiche che derivano, tutte, come lo stesso Ivan sottolinea (in maniera più elegante di me), dal fatto che molti maghi sembrano essere interessati non a creare una performance artistica, bensì a mettere in luce se stessi, presentandosi non solo come depositari di un potere “superiore” (ed infatti è capitato non di rado che illusionisti anche illustri abbiano “saltato la barricata” e siano finiti dritti dritti nella categoria dei truffatori fatti e finiti), ma anche come personaggi “d’elite”, che trattano alla pari con magnati, dirigenti d’azienda, ministri, perfino con re ed imperatori: insomma, quello che va in scena in tanti spettacoli di magia non è l’incanto (come consiglia giustamente Alex Rusconi, storico e teorico dell’illusionismo), la meraviglia che colpisce anzitutto il mago, bensì l’ego del performer.

Ritengo di dover aggiungere ben poco rispetto a quanto detto da Ivan, di cui condivido pienamente le opinioni riguardo quelli che dovrebbero essere i fini della magia; mi permetto solo di aggiungere due parole, facendo seguito ad un commento che ho lasciato sotto Abracadabra, riguardo la grande “fissazione” di molti illusionisti e di una fetta non indifferente del pubblico: quella per il trucco, parola verso cui i maghi provano un terrore pari a quello che i loro colleghi del mondo di Harry Potter provano nei confronti di lord Voldemort (in certe comunità magiche, usare quella parola è anzi proibito).

È un dato di fatto che, come tutte le arti, anche la magia utilizza delle tecniche per giungere a determinati effetti; la differenza fondamentale, rispetto a tutte le altre arti (tranne forse la pittura fotorealistica), è che se queste tecniche vengono svelate, l’effetto smette di fare effetto (scusate il gioco di parole): di qui, la necessità che si formi una specie di patto tra illusionista e spettatori, in base al quale il primo cercherà di fare del suo meglio (attraverso l’allenamento e vari altri accorgimenti) per non far vedere il trucco, ed i secondi (se il mago è bravo) cercheranno di dimenticarsi che quello che sta accadendo sotto i loro occhi sta venendo realizzato attraverso un mezzo “terreno”. Ora, questo patto spesso e volentieri viene tradito:  a volte lo tradisce il performer, per stimolare la riflessione del pubblico e per portare la magia ad un nuovo livello (in questo senso spesso ha lavorato il duo Penn&Teller), ovvero perché incarnare la figura del “mago pasticcione” è l’unico modo per avere successo (vedi ad esempio il mago Casanova), più spesso lo tradisce il pubblico, che non di rado “si mette di punta” alla ricerca di quei movimenti o di quelle sbavature che gli consentono di “fregare” il mago che, secondo loro, voleva fregarli. Ed è proprio qui il punto: perché il pubblico è convinto che il mago voglia fregarli? Spesso e volentieri, l’ho già detto su, la colpa è del mago stesso, che pare non avere altro fine, esibendosi, se non quello di farsi dire “Bravo!” (che, per carità, è giusto e sacrosanto: ma non dev’essere l’unico motivo per cui si va in scena); dall’altro, io credo che agisca sugli spettatori una specie di condizionamento sociale, il mito del “funzionalismo” che è probabilmente uno degli aspetti più deteriori della nostra epoca: soprattutto di fronte ad altre persone, non ci si può mai mostrare “deboli”, non ci si può abbandonare alla meraviglia, non si può dimostrare che ci si è lasciati andare e, orrore!, che ci si è divertiti; per divertirsi bisogna pagare caro, andare a vedere film con effetti speciali mirabolanti, immergersi in un mondo altro e, insomma, aver timbrato il cartellino, se mi consentite questo linguaggio: ma, in una situazione “ordinaria”, non ci si può permettere di non essere quelli più “smart” nella stanza, non ci si può permettere di far credere che non si è visto che quella magia per cui tutti gli altri stanno applaudendo è stata realizzata con un mezzuccio, un elastico, un rapido movimento delle mani. E poco male se questo atteggiamento uccide tutto ciò che non è materiale, tutto ciò che non si può comprare, tutto ciò per cui, in fin dei conti, ci alziamo ogni mattina dal letto e sopportiamo i mille rovesci di questa vita ingrata: quel momento di perverso piacere, quell’attimo in cui si vede la delusione dipingersi sul volto e del mago, e del resto del pubblico, vale questo sacrificio. Ho trionfato, e va bene così.

Sarei un ipocrita se trattassi questa tipologia di spettatori con eccessiva severità: io stesso, prima di immergermi nel mondo della magia, l’ho incarnata sovente, ed in fin dei conti non è colpa del singolo spettatore che è stronzo, ma della società che gli dice che solo i vincenti sono stronzi (e, viceversa, che tutti gli stronzi sono vincenti); anche perché, c’è ben poco da essere severi: semmai, direi che si deve quasi compiangere chi si comporta in questo modo, perché ignora che la magia nel mondo esiste eccome. Sto completando gli (infiniti) adempimenti burocratici necessari per specializzarmi; l’altro giorno, mi sono reso conto che mi mancava una firma su un certo documento, e mi sono precipitato in ospedale per cercare la persona (normalmente introvabile) che avrebbe dovuto vergarla: ebbene, quella persona l’ho incontrata proprio davanti la porta dell’ospedale. Fortuna, direte voi; magia, rispondo io, che so che in epigrafe alla mia tesi ho scritto questa frase, ripresa da De André: dopo tanto sbandare, è appena giusto che la fortuna ci aiuti.

In questi giorni, sto preparando per questo sito una serie che ha tanto a che fare con la magia, e mi stavo giusto chiedendo come fare per introdurvela; proprio il giorno in cui quella serie l’ho completata, sul canale YouTube di Bizzarro Bazar esce un video intitolato Abracadabra, che mi offre esattamente questa possibilità. Ed ecco perché amo la magia: perché tutte le volte che vado per sorprendere, in realtà vengo sorpreso.

2 thoughts on “A kind of magic

  1. Chapeau a entrambi, a Ivan Cenzi e a te ovviamente. Ora poi che ho finito di leggere (per la prima volta, ma non credo che riuscirò a tenere il tuo ritmo di una rilettura all’anno…) L’arte di stupire te lo dico con ancora maggior piacere.
    P.S. fammi sapere quando ti specializzi! In anteprima però, eh, non tramite un post 😛

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