Senza forma

INTRODUZIONE (MODERATAMENTE SARCASTICA)

Ho pensato spesso, in questi giorni, di dedicare un articolo “strutturato” a quanto capitato a Greta Beccaglia, la giornalista che seguiva Empoli-Fiorentina a cui un tifoso ha toccato il sedere. Infine, ho rinunciato a questa possibilità, per due motivazioni: la seconda sarà, spero, chiara alla fine di questo post; la prima è che gli articoli “formali” si riservano alle notizie, e quella della molestia subita dalla Beccaglia, in fin dei conti, non lo è affatto: a questo proposito vale sempre, infatti, l’adagio di Joseph Pulitzer, il quale in un’occasione ebbe a dire che “un cane che morde un uomo non è una notizia; un uomo che morde un cane lo è”. La categoria della notizia, insomma, è strettamente legata a quella della novità (d’altronde, sui giornali c’è la sezione Attualità, mica quella Vita di tutti i giorni) ed a quella dell’eccezionalità, e “in Italia le donne vengono molestate dagli uomini” non è, in effetti, né nuovo, né eccezionale: è la grammatica stessa a dimostrarcelo. Nella frase precedente ho infatti scritto che le donne vengono molestate; col verbo al presente indicativo, nella sua forma definita gnomica, che è quella di cui ci si serve per esprimere concetti che sono sempre veri: l’acqua bolle a cento gradi. Il sole sorge ad est e tramonta ad ovest. In Italia le donne si molestano: significa che le si è molestate in passato, che le si sta molestando adesso, che le si molesterà in futuro.

Di fronte ad argomenti del genere, dunque, al di là del sarcasmo reso indispensabile dalle reazioni piccate di certi uomini che, online, hanno espresso la viva convinzione che del “caso Beccaglia” ci si stia occupando un po’ troppo, non si possono fare che considerazioni tanto necessarie quanto banali, in quanto già espresse, in passato, tutte le volte in cui eventi consimili sono riusciti a penetrare quel muro di gomma fatto di “e vabbè” e di “adesso uno non può nemmeno provarci” che noi uomini, come gruppo, siamo così bravi ad erigere tutte le volte che una donna si confessa ferita da un nostro comportamento; e non mi è sembrato onesto dedicare un articolo “fatto e finito” alle tre considerazioni che ho rimasticato fin da quando per la prima volta ho visto il video della molestia, se non altro perché, per quanto esposto in precedenza, esse verosimilmente non sono davvero mie, ma mi sono state insegnate da qualcuno (da una donna, con ogni probabilità: ancora, vedi conclusione di questo scritto): ho dunque deciso di condividerle con voi in un post che ha la forma delle “riflessioni in libertà”, che è quello che leggerete di seguito.

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La prima riflessione è di natura per così dire linguistica: si può correttamente applicare il termine molestia a quanto subito dalla Beccaglia? Molti improvvisati commentatori del Web si sono detti convinti del contrario, e le loro argomentazioni in merito, mi è parso di capire, possono essere riassunte nella forma: ma dai, non l’ha mica stuprata. Argomento specioso e, quel che è peggio, idiota: traslandolo in un altro ambito, si potrebbe sostenere che se uno, senza motivo, ti incontra per strada e ti molla un pugno in faccia, non puoi ritenere di essere stato vittima di una violenza, perché “ma dai, non ti ha mica ucciso”.

Credo che il problema stia qui, oltre che nell’autodifesa preventiva a cui si è accennato nell’introduzione, nell’approccio insistentemente tecnico alla materia; in quello che altrove ho definito “la necessità che su ogni cosa debba decidere un tribunale”: non ci si rende conto che qualcosa può essere moralmente riprovevole anche se non è legalmente vietato (e su questo staremo a vedere). Per me, quello che qualifica la molestia non è l’aspetto esteriore, bensì la sensazione provata da chi ne è stato vittima; non la profondità del gesto, quanto il fatto stesso che esso sia esistito, che la sfera personale di qualcuno sia stata violata e che quel qualcuno si sia sentito vulnerabile in conseguenza di quel gesto. Mettersi a spaccare il capello in quattro, a dire che se la mano è andata lì e non lì allora non vale, che comunque è stato solo per pochissimo tempo, che nessuno ha mostrato i genitali o che l’atto non è stato accompagnato da espressioni verbali tali da rendere evidente l’intento predatorio, e via giuridicheseggiando, significa aver mancato un ulteriore occasione per dimostrare che avete capito una verità fondamentale: a chi è stato vittima di violenza non interessa quanto siete intelligenti voi, ma quanto riuscite ad empatizzare con lui. O, molto più spesso (praticamente sempre), con lei.

Per altro, la stessa giurisprudenza che citate a sproposito vi da torto: la molestia si qualifica giuridicamente, infatti, come l’impossibilità a godere di un diritto in conseguenza dell’azione altrui; e qui è proprio di questo che si sta parlando: della violazione del diritto di disporre del proprio corpo come più riteniamo opportuno.

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Lo confesso: da ragazzino, ho pensato anche io di toccare il sedere di una mia compagna di classe; e quel desiderio mi è tornato in mente, insieme ad un acuto senso di vergogna, quando ho sentito la storia della Beccaglia. Ed a quel punto mi sono chiesto: ma, nella mia stupidità, cosa pensavo mi avrebbe dato, quel breve contatto tra me e lei? Quale piacere pensavo di ricavarne?

Esistono due risposte a questo interrogativo, e nessuna delle due mi piace: da una parte, ne avrei ricavato il piacere sociale di essere accettato da un gruppo di miei pari che non mi considerava abbastanza uomo per sprecare il suo tempo con me, e che mi “avrebbe costruito una statua in cortile” se l’avessi fatto; dall’altro, ne avrei ricavato il piacere psicologico (e lo stesso piacere lo avrebbe ricavato qualunque maschio mi avesse guardato farlo ed avesse appoggiato la mia decisione di farlo) di toccare il sedere ad una persona che non voleva che io lo facessi: in altre parole, ne avrei ricavato il piacere della prevaricazione; un piacere che sarebbe stato anche “prospettico”, nel senso che, dopo averlo fatto la prima volta, avrei pensato che anche in futuro avrei potuto prendermi “con le cattive” ciò che non era stato possibile prendersi “con le buone”.

Che in alcuni contesti sia considerato normale che questa sia una delle “prove” che un essere umano deve superare per essere ammesso al gruppo dei maschi dovrebbe dirla lunga sull’idea di mascolinità che ci viene insegnato.

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Una delle cose che più mi ha sconvolto della molestia contro la Beccagni è che essa è stata commessa in diretta televisiva, davanti ad una telecamera accesa; in altre parole, il molestatore della giornalista ha dato per scontato la sua impunità al punto tale da non preoccuparsi di compiere la sua azione (potenzialmente delittuosa) di fronte ad un numero potenzialmente molto elevato di testimoni; e, anzi, questa certezza della non pena, come potremmo chiamarla, era così radicata che l’uomo, se non vado errato, ha addirittura sorriso mentre allungava la mano e toccava il sedere della Beccagni.

Perché? Da una parte, io credo per un motivo molto semplice: perché la sensazione di potere di cui ho parlato al punto 2 lo faceva divertire; dall’altro, perché forse credeva che anche la sua vittima si stesse divertendo: d’altronde, è un’idea diffusa e spesso ripetuta quella che vuole che alle donne piacciono gli apprezzamenti, da chiunque provengano ed in qualunque forma vengano loro rivolti. Una simile, sottaciuta teoria può spiegare perché noncurante è stato non solo il maschio che la molestia la praticava, ma anche quello, per così dire in posizione di “potere”, che vi assisteva: il collega della Beccagni che, collegato da uno studio televisivo lontano svariati chilometri (e quindi decisamente al sicuro), le ha detto con leggerezza “Dai, non prendertela”.

D’altronde, questo potrebbe essere un giudizio troppo severo; in fin dei conti, è anche tutto sommato comprensibile che un “Dai non prendertela” sia il massimo della reazione che un uomo è capace di imbastire è comprensibile: capita, quando fai parte della metà del cielo che la violenza l’ha sempre agita, e mai subita.

19 thoughts on “Senza forma

  1. perdonami se non leggo il post, perdonami se non ho guardato il video né mai lo farò, perché soltanto guardarlo significa piegare il capo ad una propaganda odiosa.
    la mia domanda è una sola, fermo restando che – a quanto sento – l’azione compiuta è indubbiamente sgradevole e molto ottusa (e chiedo perdono anche perché non riesco ad usare aggettivi più pesanti): il nostro Codice prevede per un gesto simile da 6 a 12 anni di carcere. dodici anni di carcere!
    art. 609 bis, aggiunto il 15 febbraio 1996, governo Dini
    ti sembra appropriato?

    poi ci si meraviglia se la gente si butta a destra…

    • Immaginavo avresti risposto in un modo simile… francamente non mi interessa discutere di quel problema, perché il mio punto è proprio che non tutto deve finire in un’aula di tribunale. E che non può essere solo il tribunale a decidere se una cosa va “bene” oppure no.

      • che non vada bene è abbastanza ovvio, mi pare. c’è bisogno di dimostrarlo?
        che poi la gente finisca in tribunale per queste sciocchezze è cosa su cui non si dovrebbero chiudere gli occhi.
        oppure pensiamo che sia ovvio che i tribunali si occupino della morale?
        oppure che tutto ciò che è immorale debba per ciò stesso essere anche illegale?
        oppure sono domande troppo ovvie e scontate anche queste?
        vedo che sei d’accordo sulle mie prime due domande retoriche.
        allora la vera domanda, per niente retorica, è: che cosa dobbiamo fare per non tornare ai tribunali dell’Inquisizione?
        la risposta mi sembra abbastanza urgente, visto che quei tribunali sono di nuovo tra noi.

        • Posso essere d’accordo come no sulla “giustezza” della pena, ma il punto non è questo: il punto è che stiamo minimizzando la gravità del gesto, empatizzando con chi l’ha commesso invece che con la vittima e chiudendo gli occhi di fronte alla leggerezza con cui guardiamo alle molestie. Perché sì, quella è molestia; e sì, dovrebbe essere punita dalla legge: non è questione morale. Ma anche di questo ho scritto nell’articolo.

  2. Se la giornalista, in barba a tutto il bon ton ed al portamento e tutto il resto, gli avesse dato del cornuto o gli avesse tirato il microfono, a quest’ora sarebbe diventato un meme, e confesso anche piuttosto piacevole.
    Perché purtroppo siamo talmente abituati alla molestia, alla prevaricazione a senso unico, che se accade qualcosa in senso contrario non è per riequilibrio o difesa, ma solo perché il molestatore non è stato abbastanza all’altezza delle aspettative di gruppo.
    Ricordo ancora un improbabile insegnamento dei vecchi da bar delle mie parti: se tradisce il marito, lui è furbo e lei é boccalona, se tradisce la moglie lui è cornuto e lei é zoccola. Stessa azione, diversa percezione.

      • Il tradimento, da ogni parte lo si guardi, é una bugia. E non va tollerato.

        (Ovviamente il mio era un esempio di quanto i “bei vecchi tempi”, tanto anelati da una percentuale di popolazione che varia a seconda del tornaconto personale, siano un che di aberrante.)

          • senza andare tanto lontano: quando ero molto giovane, una volta in autobus il sedere me lo toccò un vecchio e non per darmi una pacca scherzosa; mi infastidì, mi tirai più in là e mi venne anche da ridere; nella mia vita giovanile ci furono anche altri approcci fisici non richiesti, da entrambi i sessi (eppure sono sempre stato bruttino, non certo un Marlon Brando), ma non mi venne mai da pensare che fosse successo chissà che cosa: li rifiutai e basta, quasi sempre, ahaha, a seconda dei gusti. (purtroppo devo ammettere il quasi…)
            vorrei anche dire che chi pensa che le risposte sessuali siano determinate completamente della volontà ha qualche deficit ormonale, scusate, ma non voglio offendere nessuno. ma siccome qui di identifica il tradimento con la menzogna, come se la vita sessuale fosse un fatto razionale, sento il dovere di difendere il mio passato di traditore seriale. la menzogna successiva era un atto di tutela e di pietà; scoperto, non potevo che invocare il mio affetto, riconoscibile proprio nell’azione di occultamento di quello che era successo e nella decisione razionale di non ripeterlo. però anche questa non sempre così facile da portare a termine.
            per fortuna della specie umana biologica, non tutti gli esseri umani, sia maschi che femmine, sono così perbene sessualmente come chi commenta da queste parti, ahaha.

            • Per fortuna, l’evoluzione non gioca nel campetto recintato della monogamia.

              Il tradimento, generalmente, implica la condizione necessaria dell’accordo tra le parti; se, nel caso in questione, si sceglie volitivamente di rincorrere i propri ormoni, non solo non c’è accordo, ma si ammanta di clandestinità ciò che non lo é.

              Personalmente, e senza offesa alcuna, magari sarò così fortunato da giacere fino all’ultimo giorno al fianco della stessa donna, ma cercherò perlomeno di non essere banale.

              • @ jesusunderthebridge
                non posso rispondere in coda al tuo commento: ho chiesto varie volte a gaber di cambiare le impostazioni dei commenti sul suo blog, per permettere delle discussioni articolate, ma non mi ascolta… 😉 🙂 🙂 spero che vedrai comunque questa risposta.
                grazie di avere risposto, prima di tutto e poi vedo che sostanzialmente siamo d’accordo sui punti sostanziali.
                solo un piccolo distinguo: in una coppia aperta il concetto stesso di tradimento è superato, o almeno limitato a quello taciuto e non condiviso. posso dire per esperienza che, per chi è come me, questa è la migliore forma di coppia possibile: monogama e non monogama quando va.
                il tradimento è possibile anche qui, ma quando la relazione esterna viene nascosta. forse la faccio troppo semplice, perché le tensioni sono sempre possibili anche qui e a volte affiorano, nessuno è perfetto, come dice Marilyn in A qualcuno piace caldo…
                e non tutti e non tutte sono in grado di sopportarle: direi che è una scelta per pochi.

                ma il punto più importante è che credo che dobbiamo rinunciare ad una morale universale; universale, in una comunità, può essere soltanto la legge; ma appunto la legge non coincide con la morale, deve essere più ristretta, proprio per ché le morali soggettive sono diverse e il compito della legge è trovare nel gruppo sociale una regola di comportamento che possa essere ampiamente condivisa, senza sovrapporsi alla morale,
                quando era giovane, il tradimento, o meglio un rapporto sessuale fuori dal matrimonio, era il reato di adulterio e la legge ammetteva come attenuante perfino il delitto d’onore, che oggi diventa il femminicidio, se commesso da un maschio (se lo compie una femmina, pare sia un po’ meno grave).
                vivevamo come sotto i talebani, anche se con molte tollerate eccezioni.
                la società si è evoluta, per fortuna: il Sessantotto ha cambiato la mentalità comune. ora è in atto un movimento mediatico coordinato che sta cercando di riportarci a quei tempi di repressione civile e di obbedienza cieca. io non ho molta voglia di vivere sotto dei nuovi talebani cattolici. sotto di loro quel tipo sciocco e volgare sarebbe stato lapidato seduta stante senza processo. io continuo a pensare (e vedo di non essere solo neppure qui) che uno popolano sganassone sarebbe stata la soluzione migliore.

                in ogni caso abbiamo tutti la tendenza a considerare la nostra privata morale come la migliore possibile, e soprattutto da giovani, quando ce la stiamo ancora formando; da vecchi si diventa molto più indulgenti.
                a me non dà fastidio la tua felice monogamia, semmai la guardo con una punta anche di invidia.
                mi piacerebbe vivere in un mondo dove le scelte diverse di altri suscitassero lo stesso tipo di reazione e non una riprovazione violenta, che del resto è soltanto la proiezione di conflitti interni all’io, come la psicoanalisi ci insegna.

                • La tua riflessione apre un orizzonte accidentato.
                  Il ruolo del legislatore, per come la semplificherei, é continuare a lustrare, riverniciare e fare tagliandi ad una Ford Modello T ai giorni nostri: nessuno vieta di farlo, sicuramente ai tempi della sua creazione era il massimo dell’efficienza possibile, ma bisogna lasciarla alle spalle. Per la mia percezione della legge, perciò, é non solo necessario, ma anche che sia ben leggibile nero su bianco che per una palpata di culo si possono avere fino a dieci anni perché é la pena peggiore che si possa comminare, magari per evitare che le palpate si ripetano in futuro; però, se un buon avvocato riesce a dimostrare che stavi spegnendo un principio d’incendio nella tasca posteriore dei suoi pantaloni, e che magari hai tante amiche donne e nessuna é stata mai molestata, e dall’altra parte trovi anche un giudice che vuole andare per le brevi, te la cavi con un biglietto di scuse e un multa. Il problema non è nella sproporzione delle pene, ma nella loro nebulosità, nel concetto che in tribunale non è vero ciò che è vero, ma quello che é rappresentato meglio.

                  (Sull’infedeltà fratello caro mi scuserai, ma mi limito prosaicamente ad un “contento te” 😄)

                  • @ jesusunderthebridge
                    appunto! credo che l’atteggiamento migliore sia quello di pensare che ciascuno è artefice e giudice della propria felicità, fino a che non lede quella di qualcun altro; “contento te” dovremmo sceglierlo come criterio universale di giudizio.

                    sui 10 anni di carcere per un pacca sul sedere (femminile o maschile, non farei differenza), ma allora perché non passare addirittura alla lapidazione talebana sul posto? ma no, meglio un processo che duri un decennio per la gioia degli avvocati, seguito magari da una vera carcerazione nelle nostre prigioni sovraffollate.
                    non vorrei essere frainteso: non sono affatto contrario a punire questi comportamenti, ma a me pare che una multa basterebbe: un decimo della retribuzione mensile, per esempio, da pagare entro 30 giorni e comminata dal prefetto su esposto di parte, come qualunque multa stradale, magari con raddoppio ad ogni recidiva, dai…
                    fermo il diritto di chi la riceve di ricorrere contro per via giudiziaria, se proprio ci tiene. sono sicuro che sarebbe persino più efficace. perché l’enormità stessa della pena attuale e del procedimento dissuade le vittime dal denunciare. e poi finire in tribunale, suvvia.
                    un caso tipico in cui si strillano minacce terribile per non farne quasi mai niente: le grida di manzoniana memoria.
                    per inciso, sarebbe anche ora di passare in ogni campo dalle multe uguali per tutti alle multe per quota di reddito o di ricchezza; il sistema attuale rende meno oneroso violare le norme per chi è più ricco, dato che una multa che può mettere in crisi un lavoratore precario è una totale bazzecola per il suo datore di lavoro.
                    irrimediabile dissenso, comunque credo: lo registriamo e la finiamo qui, ringraziando il paziente gaber per l’ospitalità.

                  • La storia delle molte amiche non molestate per altro non dimostra nulla: da un lato perché è tipica proprio di una mentalità maschilista l’idea “le mie donne non le deve toccare nessuno”; dall’altro, perché nessuno era assassino prima di aver ucciso la prima volta.

  3. Ai maschietti che non condannano l’episodio:

    se uno per strada toccasse il sedere a tua mamma?
    a tua sorella?
    alla tua fidanzata?
    a tua figlia?

    Fa sempre tanto ridere finché non capita a te o ad uno dei tuoi familiari.

  4. Questo non fa altro che sottolineare un problema tremendamente radicato nel nostro Paese che non riusciamo ancora a sradicare. Sì, immagino che il molestatore si sentisse potente e al sicuro da ogni accusa quando ha fatto quel gesto. Un gesto stupido e di cattivo che però mostra un brutto lato del nostro Paese. Abbiamo ancora tanta strada da fare.

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