Cinque motivi per cui Indiana Jones e l’ultima crociata è un gran bel pezzo di cinema

Cinque anni fa, più o meno in questo periodo dell’anno, stavo vivendo una fase particolarmente significativa della mia vita, sia dal punto di vista meramente “esistenziale”, sia da quello più strettamente professionale; e, forse, è giunto il momento in cui io accetti che, per chi fa il medico, i due aspetti non possano mai essere completamente distinti.

Solo pochi mesi prima, con un processo che ricordava molto da vicino un’eutanasia e di cui, onestamente, non mi sono mai pentito, era morto Neurosurgery Kid; giusto alcune settimane prima della fine dell’anno, nelle sue ceneri aveva emesso i primi vagiti quel curioso dottore che, alcuni anni dopo, avrebbe scritto uno dei miei testi preferiti, tra quelli che sono usciti dalla mia penna: How (and why) to save a life. Che forse spiega quella metamorfosi forse più di ogni parola che potrei scrivere ora, “a cose fatte”.

Fu forse in ragione del particolare stato psicologico in cui mi trovavo, ed anche sulla scorta di alcuni eventi “esterni” che tuttavia avevano avuto un’influenza piuttosto pesante sul mio “ambiente interno” (in quell’anno erano morti Umberto Eco, Alan Rickman, Dario Fo: in altre parole, i tre quarti della mia infanzia e della mia adolescenza), feci allora una cosa che ben di rado ho fatto su queste pagine: scrissi un post che assomigliava molto da vicino ad una pagina di diario; di più: ad un bilancio della mia vita fino a quel punto. A distanza di un quinquennio, rileggo quel post e lo trovo troppo lungo, banale, disordinato, tutto sommato insignificante; d’altro canto, non sono del tutto pentito di averlo scritto: intanto, si tratta di una testimonianza preziosa di quel momento, che è stato forse il più cruciale della mia vita; in secondo luogo, con esso sono riuscito ad avere successo in un’attività per cui, di solito, non mostro alcun talento: dare un titolo alle cose che scrivo. L’articolo in questione, in effetti, è verosimilmente quello che ha il titolo più forte(Gaber Ricci e il mondo che verrà) tra le centinaia che ho scritto da quando, il primo marzo del 2014, feci per la prima volta la mia comparsa su queste pagine (posto che la persona che scrisse Io sono Bart Simpson, e tu chi diavolo sei? possa davvero essere considerata la stessa che vi sta parlando adesso): fosse anche solo per questo motivo, di tanto in tanto ho meditato sulla possibilità di scriverne di simili, a ridosso dell’anno nuovo. Ammetto di non essere andato a controllare se ho mai dato seguito a quest’intenzione; e, dato il titolo di questo articolo, potete mettervi tranquilli: non l’ho fatto neppure quest’anno.

O no?

La fine del 2021, pandemia a parte, assomiglia straordinariamente, almeno per quel che mi riguarda, ai giorni che conclusero il 2016. Come allora, ho lasciato una città (ed una “tana”) in cui sono stato “stanziale” per lungo tempo, per trasferirmi in un’altra, di cui ancora non conosco spazi e segreti (anche se devo dire che lasciare Verona è stato assai meno traumatico che lasciare L’Aquila, considerando quanto ho amato la seconda e quanto poco la prima); come allora, c’è stata una frattura nella mia identità: fino al dicembre (in realtà al novembre) del 2016, io ero stato Gabriele, lo studente di medicina, e tale ero rimasto anche dopo la laurea, e durante il mio futile tentativo di farmi aspirante neurochirurgo; fino al dicembre di quest’anno, io sono stato Gabriele, lo specializzando in medicina d’emergenza, ed ora devo trovare i modi ed i tempi per divenire lo specialista di medicina d’emergenza che le carte che ho in mano sostengono che io sia. E forse questo passaggio è più difficile di quello che vissi cinque anni fa, perché se allora era chiaro quello che io e gli altri ci aspettavamo da me, se allora era chiaro dove dovevo andare e cosa dovevo cercare, non così è in questo momento; non c’è una mappa, non so dov’è il tesoro e, a dirla tutta, non so neppure se c’è, un tesoro. Certo non aiuta il fatto che gli altri non abbiano un’idea ben definita di cosa fa, un medico dell’emergenza, così come (lo confesso) non ce l’avevo neppure io quando, prima del Covid, del governo gialloverde, di Trump presidente degli Stati Uniti, dell’invasione del Campidoglio e di tantissime altre cose che non credevo avrei mai visto (e che invece sono capitate, in qualche caso, a “pochi metri” da me), mi iscrissi a quella scuola di specialità.

Dunque sì, ora lo sapete: il titolo di questo post è menzognero; d’altronde, non credo ci sia un mio post il cui titolo non lo sia almeno un poco: mentiva, tanto per fare un esempio, un altro curioso articolo che ho scritto qualche settimana fa e che come questo fingeva di parlare di cinema per parlare, in realtà, anche di medicina e, in ultima analisi, di me stesso; mentiva, a ben vedere, anche Gaber Ricci ed il mondo che verrà, che non voleva cercare di indovinare quello che sarebbe stato, ma raccontare quello che era già stato: cercando così di trovare un senso al passato, affinché chi lo stava scrivendo potesse credere di vedere una fiammella brillare nell’oscurità che c’era davanti a lui. D’altronde, il nostro cervello è una macchina costruita per generare senso, e forse è a questo scopo che ci mettiamo a scrivere blog.

Ma ad ogni modo, questo post i cinque motivi per cui Indiana Jones e l’ultima crociata è un gran pezzo di storia del cinema, e probabilmente il migliore della trilogia (perché lo sappiamo tutti che Indiana Jones ed il regno dei teschi di cristallo è stata solo un’allucinazione collettiva) dedicata all’archeologo, li contiene davvero, e li trovate poco più in basso; menzognero sì, ma non bugiardo fino in fondo. Solo, nello scegliere quali sono, non ho seguito un criterio oggettivo, non mi sono soffermato sulle finezze della trama e sulla maestria della messa in scena; no, ho cercato invece di scovare le motivazioni per cui io ci sono così affezionato. Avendo scelto questa strada, era inevitabile che questo post diventasse un’occasione per fare il punto su tutto ciò che è stato; ovvero, su chi sono io (perché a quel film sono affezionato per la persona che sono, e sono la persona che sono perché assommo ciò che c’è stato prima di me). D’altro canto, come accennavo nel breve post che precede questo e che ha chiuso una rubrica per me (anche se, come al solito, non per l’Internet) molto importante, era giusta la legge del Trismegisto, ed il microcosmo ed il macrocosmo sono la stessa cosa; e quindi è chiaro che, alla fine dell’anno, io mi serva della più grandiosa delle storie su Indiana Jones per cercare di guardarmi dentro (cosa che usualmente non faccio mai, perché ho paura di quello che potrei scovare): in fin dei conti, ho visto per la prima volta Sean Connery con addosso i panni larghi del professor Henry Jones Senior il 31 dicembre di un anno che non so più qual era, e quel film, come me, ha visto la luce nel 1989.

Vorrei quindi correggermi: il passaggio che sto vivendo adesso non è più difficile rispetto a quelli che ho dovuto affrontare finora; è solo più avventuroso.

Come una storia mai scritta di Indy.

(Ed alla fine ce l’ho fatta, ad andare contro le consuetudini scrivendo un testo in cui l’introduzione è più lunga del testo stesso).

Cinque motivi per cui Indiana Jones e l’ultima crociata è un gran bel pezzo di cinema

  1. Perché ci ricorda che i cattivi sono i nazisti;
  2. Perché Steven Spielberg ebbe il coraggio di chiamare ad interpretare il padre di Jones a Sean Connery, che la saga l’aveva ispirata: e dunque, di dimostrare che talvolta si può giocare coi propri sogni senza farsi male;
  3. Perché contiene le risposte pronte che tutti noi vorremmo avere: “Cosa dice a lei questo libretto che a noi non dice?” – “Che gli imbecilli che fanno il passo dell’oca come voi dovrebbero leggerli i libri, e non bruciarli”, tanto per fare un esempio.
  4. Perché ricorda che non tutti gli uomini hanno bisogno del santo, ma nessuno può fare a meno del sacro;
  5. Perché, alla fine, il Graal Indiana non lo porta fuori dalla grotta in cui è nascosto e, anzi, se avesse provato a farlo sarebbe morto nel tentativo: dimostrazione ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, che ad andar per tesori si rischia di finire uccisi. Soprattutto se quei tesori divengono ossessioni.

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