Brividi narrativi

Il post che state leggendo potrebbe sembrarvi singolare. Esso, infatti, dando seguito ad un proposito che avevo assunto nel Mattarella annotato (articolo che immediatamente lo precede), tratterà delle parole di quello che, almeno a voler prestar fede alle sue dichiarazioni (che su questo tema sono per altro state numerose e tutte concordanti), sarà presidente della Repubblica ancora per due mesi al massimo: appunto, Sergio Mattarella.

Ciò potrebbe sorprendere i miei lettori più affezionati. Se, per motivazioni note a voi soli, mi seguite da qualche tempo, vi sarete infatti accorti che, per quanto attiene la mia attività da blogger, non sono uso a rispettare le promesse ed a tener fede agli impegni presi: a dimostrarlo, stanno le pressoché infinite rubriche che, lanciate con un entusiasmo degno di miglior causa e presentate come destinate ad un lungo e florido avvenire, sono poi state brutalmente “uccise in culla”, dimenticate a marcire nell’elenco dei tag inutilizzati di questo sito, spesso e volentieri dopo una singola “puntata” di vita. Il caso più eclatante, in questo senso, è Absit iniuria verbis, serie di post che avrei voluto dedicare al commento del “contratto di governo” siglato tra Movimento 5 Stelle e Lega e “responsabile” della prima ascesa a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte, e che mentre attendeva che facessi onore alla bellissima denominazione che ero sorprendentemente riuscito a trovarle venne abbondantemente sorpassata dalla storia (posto che la storia possa passare dal Papeete di Milano Marittima).

Se, tuttavia, l’incipit di questo post è stato motivo di sorpresa, debbo rassicurarvi: la mia fama di autore pigro ed inaffidabile (che, almeno per quanto riguarda i testi seriali, è ampiamente meritata) è decisamente al sicuro. Sì, è mia intenzione commentare qui alcune parole pronunciate dal capo dello stato, ma tale analisi (se pure così si può chiamare) sarà breve, in certo qual modo propedeutica (perché altri sono gli argomenti che ho intenzione di trattare), e dunque totalmente diversa da quella che ho tentato di portare avanti nel Mattarella annotato; per di più, essa sarà incentrata non sul suo discorso di fine anno (l’ultimo della sua “carriera”), bensì su alcune dichiarazioni rilasciate una decina di giorni prima, e che bacchettavano i media per aver dato troppo risalto ai NoVax.

Opinione che ritengo condivisibile: non fosse che essa è troppo limitativa.

Come risulta evidente dal contesto in cui sono state pronunciate e da altre, simili sue esternazioni, le reprimende dell’inquilino del Quirinale in scadenza di contratto volevano infatti riferirsi ad un segmento specifico dei mezzi di comunicazione: e cioè, a quell’ampio gruppo di pubblicazioni (di vario genere: editoriali, televisive, radiofoniche, accasate su Internet) che probabilmente si riconoscerebbero nella categoria degli “alternativi” e che hanno offerto al variegato sottobosco complottista e fascistoide che si raggruma attorno al rifiuto del vaccino (e, a volte, anche al rifiuto dell’esistenza del SARS-CoV-2) una tribuna da cui emettere proclami spesso deliranti e, quel che è peggio, enormemente dannosi. Viene infatti da chiedersi: il famoso “Mauro da Mantova”, che telefonava alla Zanzara per vantarsi di essere andato in un centro commerciale a “fare l’untore” con trentotto di febbre, si sarebbe forse comportato in maniera diversa, se Giuseppe Cruciani non gli avesse fatto ripetere talmente tante volte le sue idee palesemente errate a proposito del Covid? Se “uno importante” non gli avesse dato l’impressione di credere che lui avesse ragione (perché se “uno importante” ti porta in più occasioni a parlare di quello che pensi è perché ritiene che tu abbia ragione… giusto?). E, badate, scrivendo “in modo diverso”, non intendo dire (non solo, almeno) che forse non sarebbe andato a rischiare di infettare altre persone: intendo dire che forse avrebbe cercato l’aiuto dei medici prima di finire in gravissime condizioni all’ospedale di Verona; dov’è poi morto, a poco più di sessant’anni.

D’altronde, quegli stessi proclami li hanno pure rilanciati, a più riprese ed a volte in prima pagina, anche media decisamente più “istituzionali”; a vergare in punta di penna arguti commenti su di loro (come se ci fosse bisogno di commentare uscite come quelle a cui ho accennato nel capoverso precedente) sono state anche firme del giornalismo che si ritengono evidentemente (ed in qualche caso anche esplicitamente) la “parte buona” dell’informazione italiana: la loro intenzione era quella di deriderli, certo, ma non si può dire che abbiano contribuito alla loro diffusione meno degli “altri”, e nemmeno che abbiano fatto meno danni. Esiste, infatti, solo un modo peggiore per rinforzare nella mente di un credente l’idea che quel che pensa sia vero (o, per meglio dire, che quel che pensa sia il Vero), rispetto a dirgli che ha ragione, ed è dirgli che ha torto; soprattutto se glielo si dice con la sicumera che solo un editorialista del Corriere o di Repubblica (faccio per dire) è in grado di esprimere. Se oggi, infatti, c’è un solco insanabile tra i “buoni” ed i “cattivi”, tra i “burionisti” ed i “cinquegisti” (solco di cui mi lamentavo già ad ottobre 2020), è perché l’informazione che ha deciso di appoggiare le scelte governative ha presentato tutti coloro che esprimevano un dubbio sulle modalità in cui veniva applicato il lockdown, sulla strategia vaccinale, sull’obbligo del greenpass, come degli imbecilli analfabeti che credono che nei vaccini ci sia un microchip e che il Covid sia la punizione inviata da Shiva, che intendeva punire l’umanità per aver decretato il successo di Dove e quando (ed infatti, qual è stato il primo paese europeo su cui si è abbattuto il morbo?). Con il bel risultato che il movimento che per semplicità potremmo chiamare “dei dubbiosi”, a furia di sentirsi etichettare come un tutto omogeneo ed omogeneamente folle, ha finito per diventarlo, un tutto omogeneamente folle: se non altro, a livello mediatico, dove ormai gli unici autorizzati a parlare in pubblico sono i personaggi più “folkloristici” o, a voler essere più cinici, quelli che fanno vendere più copie. E si sa come funzionano queste cose: se racconti tante volte una storia, ad un certo punto quella storia diventa vera; se ripeti in modo martellante che i NoVax sono tutti uguali, tutti irrecuperabili, tutti deficienti, gli irrecuperabili deficienti finiranno davvero per conquistarlo, quel movimento (posto che un movimento NoVax esista davvero, cosa di cui dubito).

D’altronde, non posso negare che, almeno in parte, trovo il comportamento dell’informazione al minimo comprensibile: l’ala più “dura” del vasto movimento che nega una o più delle cose che possono essere negate riguardo il Covid (la bontà dei provvedimenti introdotti per prevenirlo, l’efficacia delle vaccinazioni, la loro sicurezza, l’esistenza stessa del virus…) è senza dubbio quella narrativamente più affascinante. Quando, durante i miei primi anni universitari, scoprii Jorge Luis Borges, che presto sarebbe dovuto diventare il mio scrittore preferito, pensai che un bel modo per vivere la vita sarebbe stato immaginare che i suoi racconti fossero veri; solo in seguito, quando ho letto L’arte di stupire di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema (un libro che, come ho scritto più volte, mi ha cambiato la vita) ho capito che per essere costantemente stupiti dal mondo bisogna invertire la prospettiva, e vivere la vita come se fosse uno degli affascinanti, autoreferenziali, assurdi, surreali racconti venuti fuori dalla penna del grande letterato argentino (cosa che, va detto, il mondo spesso è). Ebbene, questo è esattamente quello che fanno i “complottisti” di varia specie, ed in particolare quelli che hanno trovato una ragion d’essere nelle (ormai innumerevoli) ondate pandemiche, sia pure, ricavandone rabbia (il più delle volte maldiretta), e non meraviglia; al punto che, più di una volta, mi è venuta la tentazione di scrivere un piccolo racconto su di loro: un racconto che, ovviamente, vorrei fosse affascinante, autoreferenziale, assurdo, surreale come quelli di Borges. E, perché no, anche un briciolo inquietante.

Me lo immagino, più o meno, così: un vasto gruppo di negazionisti del Covid si raduna in un albergo della periferia milanese per dimostrare, numeri alla mano, che l’epidemia che da ormai due anni sta falcidiando vite in tutto il mondo, in realtà, non esiste (e non stupitevi che ciò sia possibile, con i numeri si può dimostrare qualunque cosa: Ramanujan, ad esempio, dimostrò che la somma di tutti i numeri naturali è -1/12). Il loro raduno non diverge significativamente dalla festa in maschera organizzata dal principe Prospero ne La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe; di giorno, i convenuti discutono del modo in cui il governo li inganna, di notte, si danno al divertimento, con cineforum a tema, serate danzanti, giochi di società e via dicendo. Con grande soddisfazione di tutti i presenti, al terzo giorno di lavori si traggono le conclusioni di quel proficuo incontro; mentre un improvvisato presentatore enumera tutti i risultati raggiunti, accade.

Qualcuno inizia a tossire.

Lascio decidere a voi come questa storia potrebbe finire.

6 thoughts on “Brividi narrativi

  1. Comunque bisogna sempre indagare la “soglia” che un dubbioso è disponibile a raggiungere prima di ammettere di avere torto. Ne conosco molti per i quali la soglia è talmente alta da non essere raggiungibile nemmeno dalla Peste bubbonica. E’ che statistica dovrebbe essere insegnata nel primo biennio delle Superiori, come materia fondamentale.

    • Non servirebbe: il problema non è la potenza dei numeri, è la pochezza comunicativa. Ed il palese disinteresse “umanitario”, ampiamente superato dall’interesse economico, di chi dovrebbe “convincerci” di certe cose.

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