Una memoria che non serve più a niente (Introduzione)

Nell’estate del 2020 (non credo di averlo mai raccontato) ebbi un’esposizione professionale al Covid-19.

Ero allora ancora specializzando e lavoravo in un ospedale della provincia veronese; un giorno (stavo per altro sostituendo un collega in un turno che non doveva essere il mio), si presentò al banco del triage un uomo che lamentava di far fatica a respirare da qualche tempo. L’infermiera deputata ad assegnare i codici di gravità venne dentro e me lo raccontò come “molto brutto”, aggiungendo che gli avrebbe dato un codice rosso e che in quel momento io ero l’unico medico disponibile per visitarlo: afferrai quindi due infermieri di passaggio e li trascinai con me in Sala Emergenza. Insieme auscultammo, palpammo, sbucherellammo, valutammo, trattammo il signore in questione, che era in realtà meno grave di quanto non fosse sembrato inizialmente e che si sarebbe forse giovato di una sospensione dall’abitudine tabagica, visto che la patologia da cui era affetto in quel momento (che aveva poco a che fare col SARS-CoV-2 ed era piuttosto una “riacutizzazione di bronchite cronica ostruttiva”, a voler continuare a parlare in medichese) si correlava significativamente con l’esposizione al fumo di sigaretta: lo sottoponemmo quindi a tutti i trattamenti del caso, compreso un fatale aerosol; fu solo dopo che lui si fu stabilizzato, mentre io stavo pranzando, che venne fuori che il suo tampone era positivo (all’epoca, praticamente non esistevano ancora i tamponi antigenici rapidi, e per sapere se un paziente era positivo o meno ci volevano almeno due ore). Inutile dire che il pranzo mi andò per traverso.

Io e gli infermieri che avevo scelto per condividere con me le decisioni su quel paziente, in virtù dell’aerosol cui accennavo e del fatto che il paziente in certi momenti non aveva tenuto la mascherina (sfido, quando ti sembra di star soffocando), venimmo riconosciuti per “contatti stretti”; allora come ora, la legge prevedeva che gli operatori sanitari in questa situazione potessero comunque recarsi al lavoro (e solo lì). La mia “situazione professionale” era tuttavia al minimo particolare (ripeto che ero ancora solo uno specializzando, quindi non forza lavoro “ufficiale”), ed avrei fatto fatica a spiegare, ad un eventuale controllo, perché stavo scorrazzando nella periferia veronese, quando invece avrei dovuto stare ben al sicuro tra le mura di casa mia: per altro, guidavo allora un’automobile che molto amavo, ma che per qualche motivo risultava piuttosto “sospetta” agli occhi delle forze dell’ordine; già una volta, mi aveva causato dei grattacapi con una pattuglia della polizia. Decisi quindi di osservare una quarantena con tutti i crismi e, per utilizzare una figura retorica cara a certa letteratura gialla, mi chiusi in casa e gettai via la chiave.

I primi tre o quattro giorni (non esistono sulla faccia di questo pianeta persone più ipocondriache dei medici) li trascorsi nel terrore di sviluppare dei sintomi, ed interrogavo continuamente il mio corpo alla ricerca di un qualche segno di malattia (avevo anche comprato un saturimetro che di tanto in tanto mi mettevo al dito); passato quel lasso di tempo, risultò sempre più evidente che, probabilmente, me la sarei cavata: dopo cinque giorni, per altro, il primo tampone di sorveglianza (all’epoca ancora se ne facevano, di tamponi di sorveglianza…) testimoniò che il “virus dell’anno” mi aveva scansato. Alla paura, dunque, si sostituirono una noia ed un senso di vuoto come non ne avevo mai provati: pulii e rassettai ogni angolo un milione di volte, diedi fondo a tutti i romanzi che avevo in casa (finii Riccardino, l’ultimo romanzo della serie di Montalbano, appena uscito, in poco più di ventiquattr’ore), scrissi parecchio (il libro di Camilleri mi diede l’ispirazione per un racconto che avete letto anche voi), mi applicai alla risoluzione di giochi enigmistici, mi impegnai a far ginnastica ogni giorno, studiai ogni argomento mi venisse in mente; ciononostante, intorno alle due del pomeriggio mi ritrovavo sempre ad aver esaurito tutte le attività che potessero impegnare il mio tempo, e da quel momento la giornata si trascinava in un ciondolamento privo di costrutto tra il telefono, la televisione e lo schermo del computer finché, intorno alla mezzanotte, andavo a letto nella speranza di svegliarmi, la mattina dopo, il più tardi possibile. Speranza vana: tra le sei e le sette aprivo gli occhi, ed il ciclo ricominciava.

In retrospettiva, direi che quei quattordici giorni sono stati uno dei periodi peggiori della mia vita (se la battono, credo, solo con i mesi che seguirono il terremoto dell’Aquila, e con quelli in cui vestivo i panni di Neurosurgery Kid); verso la fine della quarantena, vivevo quel senso di sospensione costante in uno stato di alienazione che mi ricordava in modo inquietante quello di cui fa esperienza Jack Torrance, il protagonista dello Shining di Stanley Kubrick, chiuso in un albergo in compagnia dei suoi demoni e del suo senso di inadeguatezza; ripensavo, spesso, alle parole bellissime che, ne La peste, Albert Camus scrive a proposito dei reclusi (e degli esuli), che “hanno una memoria che non serve più a niente”, e mi chiedevo che incubo surreale dev’essere la vita di coloro che sono reclusi per dieci, quindici, vent’anni o, magari, finché morte non sopraggiunga, e se non sia una punizione troppo crudele condannarli ad un simile supplizio, qualunque sia la colpa che possono aver commesso. Infine, quando finalmente potei di nuovo uscire dalla porta come “uomo libero”, giurai a me stesso che mai più, per nessun motivo, avrei permesso a qualcosa di farmi provare quelle emozioni terribili; che, se avessi dovuto ancora una volta avere come unico paesaggio quello asfittico rinchiuso entro la cornice della finestra della mia stanza, avrei adottato tutti i provvedimenti per rendere l’isolamento attivo e consapevole, per non rimanerne vittima. E mi dissi che forse, a questo scopo, avrei dovuto utilizzare questo blog in modo diverso rispetto a come l’ho utilizzato in quel tempo.

Scrivo queste parole per spiegarvi perché, nei prossimi giorni, vi darò aggiornamenti costanti e quotidiani sul mio stato di salute: mi servirà per mantenere una qualche parvenza di salute mentale.

E per non pensare costantemente che il mio tampone di ieri è risultato positivo.

7 thoughts on “Una memoria che non serve più a niente (Introduzione)

  1. Mio figlio è risultato positivo la settimana scorsa, sintomi di febbre alta per un giorno, e mal di gola per 3 giorni.
    Ho l’impressione, anche sentendo i colleghi, che i sintomi del Covid siano tutto sommato – almeno ora – paragonabili a quelli di una normale influenza, anche meno.
    Ti auguro di star bene, ci troviamo qui a raccontarci come sta andando.

  2. carissimo, anche mia figlia è risultata non soltanto positiva, all’inizio di questo mese, ma si è fatta anche un covid regolare, pur se leggero. lo stesso dicasi della coppia di amici con i quali abbiamo festeggiato la mezzanotte di capodanno (dopo regolare tampone loro negativo peraltro, ma due giorni dopo c’erano dentro lo stesso).
    in questo momento l’Italia trabocca di positivi; si diceva un paio d’ore fa che attualmente chiunque conosciamo ha almeno un membro positivo al covid, e spesso anche malato, nella sua famiglia.
    è probabilissimo che tu rientri in questi standard, e forse non svilupperai neppure quel po’ di febbre e maldigola delle persone che conosco io e che dopo 5 giorni erano già negative al tampone. per ora per fortuna non hai sintomi, a quanto capisco.
    quindi anche il tuo isolamento potrebbe essere piuttosto breve stavolta…

    • Devo aspettare sette giorni… Riguardo le “misteriose positivizzazioni” dei tamponi, sto lavorando in un reparto pulito dove i pazienti entrano solo dopo un tampone negativo e dove le visite sono pressoché vietate: e comunque pazienti ricoverati da tre giorni si positivizzano lo stesso.

      • è molto probabile che la tua infezione non sia nata in ospedale, ma fuori; più intrigante capire la situazione dei ricoverati che si infettano lo stesso: ma potrebbe valere anche per loro, se l’incubazione è stata superiore ai tre giorni.
        tuttavia, a questo punto è ovvio che il reparto è già diventato un centro di propagazione del virus per conto suo…

        se devi aspettare sette giorni, allora non avevi fatto il terzo richiamo, e bisogna tirarti le orecchie, ahha.

        • Leggi il commento all’altro post sul richiamo :-). Riguardo il contagio… non so, non ho avuto contatti stretti con tutte queste persone negli ultimi 14 giorni, e quelle che ho visto erano colleghi. Ad ogni modo, penso che in questa fase abbia anche poco senso cercare di fare il contact tracing…

  3. Riesco a leggerti solo ora, giorni pieni. Confesso che ho molta, molta difficoltà a parlare dell’argomento adesso: per varie ragioni che non sto a spiegare qui ho un pochino il dente avvelenato e un profondo disagio. Per riferirmi a un tuo vecchio post, “c’è grossa crisi sul fronte pensiero laterale”, diciamo. Passa buoni giorni, in ogni caso, questo sì.

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