Tutti gli uomini per un presidente

(Con il ritiro, ormai ufficiale, di Silvio Berlusconi dalla corsa per il Quirinale, la destra è rimasta orfana di un nome di spessore da proporre per la più alta carica dello stato: i leader di quella galassia politica si troveranno in queste ore, dunque, a riflettere su quei nomi, provenienti da un passato non più così prossimo della storia repubblicana, che nelle scorse settimane sono stati sussurrati così tante volte da finire sui giornali; nomi che avranno gettato nell’incertezza sia i giovani, che non possono ricordarseli, sia gli anziani che, almeno in parte – e qualche maligno potrebbe dire che questo è il caso migliore -non riescono a ricordarseli.

Per cavare questi confusi concittadini d’impaccio, ho deciso di raccogliere qui dei brevi profili biografici dei politici i cui nomi ho sentito più spesso fare negli ultimi giorni, nella speranza che ciò possa essere di qualche utilità nell’orientamento.

Buona lettura).

Pierferdinando Casini: Casini (che L’Avvenire definiva qualche giorno fa “il candidato ombra che può soddisfare tutti”) è, attualmente, il politico con la più lunga esperienza tra quelli presenti alla Camera ed al Senato, avendo iniziato la sua carriera di parlamentare nel 1983; a lungo deputato, dal 2013 è accasato a palazzo Madama. Alle ultime elezioni politiche, quelle del 2018, questa sua posizione è stata confermata, nel collegio uninominale di Bologna, col sostegno del Partito Democratico; ciò, nonostante una lunga militanza tra le fila del centrodestra che lo portò anche, nel quinquennio 2001-2006, a rivestire la carica di presidente della Camera durante i governi Berlusconi II e III: impresa notevole, se si considera che il partito da lui guidato allora, il Centro Democratico Cristiano, conquistò alle elezioni del 31 maggio del 2001, per altro in collaborazione con i Cristiani Democratici Uniti di Rocco Buttiglione, poco più del 3% dei voti. Personalmente, ricordo di aver conosciuto Casini grazie ad una battuta di Daniele Luttazzi, che riporto per puro dovere di cronaca e senza condividerne necessariamente i contenuti:

100% di coerenza e lealtà (il riferimento è ad un manifesto elettorale per le già citate elezioni). Casini, giovane democristiano, nei primi anni Ottanta era il delfino di Bisaglia, non so se ricordate, Bisaglia vuol dire la cassaforte veneta della Democrazia Cristiana. Enrico Berlinguer si sentì male durante un comizio davanti agli operai e come sapete morì. Qualche giorno dopo anche Bisaglia moriva, a bordo del suo yatch. Questo per capire la differenza. Bene, Casini diventa allora il delfino di Forlani. Ogni volta che Forlani veniva intervistato in tv, c’era la faccia di Casini sulla sua spalla, come un pirata col suo pappagallo. Poi Forlani ha delle traversie giudiziarie, non so se avete saputo, e Casini entra nell’orbita di Berlusconi. Insomma, coerente. Non gli interessa chi non ha soldi.


Franco Frattini: a leggere la sua biografia, Franco Frattini sembra essere un oscuro burocrate della politica, passato (in ragione della sua competenza, pare riconosciuta dai suoi colleghi magistrati) da incarichi prestigiosi come quello di ministro (della funzione pubblica, degli esteri), ad altri meno “altolocati” ma comunque di tutto rispetto (è attualmente presidente del Consiglio di stato); certo, un uomo di destra, ed anzi berlusconiano (gran parte delle sue fortune politiche sono dovute al Cavaliere), ma comunque terzo e con un profilo abbastanza “di rispetto” da divenire capo dello stato.

Le dichiarazioni da lui rese durante la sua “epoca d’oro” politica fanno tuttavia intendere una sostanziale continuità tra la linea di pensiero del Cavaliere e la sua: ad esempio, da ministro degli esteri appoggiò l’intervento italiano in Iraq (che Berlusconi sponsorizzò, a sentir lui, in ragione dell’amicizia personale che lo legava a George W. Bush), sia pure dopo che l’invasione americana aveva avuto termine ed era iniziato il periodo dell’occupazione militare, ed anzi lo definì “legittimo” benché, come oggi sappiamo (e come allora già si sospettava), esso era stato sostenuto dalla falsa notizia che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa, ed inquadrato nel contesto della lotta ad al Qaeda che col dittatore iracheno aveva poco a che fare; notevole, in altro ambito, anche il fatto di aver detto, alcuni mesi prima del G8 di Genova, che il governo stava “lanciando importanti segnali di incoraggiamento al dissenso pacifico”, essendo noto in che modo, poi, in quell’occasione vennero trattati i manifestanti pacifici (che erano la nettissima maggioranza, come dimostrano gli eventi che precedettero l’insensato assalto al corteo di via Tolemaide il 20 luglio, primo atto della catena che portò alla morte di Carlo Giuliani). Inoltre, Frattini fu l’ispiratore di una delle leggi più controverse dei governi Berlusconi: la 215/2004 (detta appunto legge Frattini), nominalmente intesa a risolvere il problema del conflitto d’interessi evidente di Berlusconi e che, invece, gli consentì di continuare a mantenere e la carica politica, e la proprietà delle sue aziende.

Secondo me, bastano questi semplici dati per porsi un quesito: perché Frattini dovrebbe essere meno divisivo di Berlusconi?


Letizia Moratti: la carriera politica di Letizia Moratti (che porta, come ho scoperto con questa ricerca, il nome del marito Gian Marco Moratti) inizia da lontano. Già nel primo, effimero tentativo governativo di Berlusconi (risalente al 1994 e terminato con un’ingloriosa sfiducia votata dall’allora Lega Nord), alla Moratti venne assegnato un ruolo chiave: fu, infatti, presidente della RAI e, in questa veste, chiarì fin da subito che voleva “liberarla” dal ruolo di concorrente della Fininvest. Esistono opinioni contrastanti riguardo la sua imparzialità in questo ruolo; il Corriere della sera, in data 09 luglio 1994 (quindi prima della sua entrata in carica)­ la definì preventivamente “interprete del verbo berlusconiano”; inoltre, in almeno un’occasione il presidente della repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro, la convocò per discutere della “situazione par condicio” in Italia (tema che, nel ’96, non era ancora così “caldo” come divenne nei primi anni 2000): ad ogni modo, la carica le fu confermata dal successore di Berlusconi, Lamberto Dini, che governò con Forza Italia ed alleati all’opposizione. Berlusconi, comunque, non fu l’unico “conoscente” a cui la Moratti fu accusata di riservare un trattamento di favore: è stato ad esempio contestato il comportamento tenuto nel ’94 dai telegiornali delle reti RAI nei confronti di Vincenzo Muccioli, il controverso fondatore della comunità di San Patrignano, cui i Moratti contribuirono con significative donazioni.

Riporto questi eventi perché meno noti rispetto all’opposizione assai “partecipata” alla riforma del sistema istruzione su cui la Moratti mise il nome e “la faccia”, e che ebbe l’indubbio demerito di introdurre, forse non per la prima volta, ma in un modo pervasivo quanto mai prima, l’idea che la scuola servisse a formare lavoratori già belli e pronti per finire nell’industria (non a caso, la riforma Moratti fu apprezzata da Confindustria); e meno noti, pure, delle traversie della Moratti come sindaco di Milano, che si sono concluse con una condanna della Corte dei Conti e con un maldestro tentativo di rielezione che diede origine ad una burla divenuta ormai proverbiale: alcuni “provocatori” chiesero infatti alla Moratti cosa ne pensasse dell’apertura di una moschea nella periferia di Sucate, ipotesi a cui il sindaco uscente si dichiarò contraria con forza; senza sapere che Sucate, in realtà, non esiste.

Le vicende che la vedono protagonista come assessore al welfare lombardo, invece, e che pure sarebbero degne di nota (vedi ad esempio una sua proposta, poi comunque smentita, di far dipendere gli approvvigionamenti di vaccini anti-Covid al PIL) sono state inghiottite dal grottesco generale che avvolge la politica, ed in particolare quella lombarda, dai tempi in cui la pandemia è iniziata.


Marcello Pera: scopro con sorpresa, preparando questo articolo, che la pagina Wikipedia a lui dedicata, e che pure si intrattiene a lungo a parlare della certo invidiabile carriera accademica di Marcello Pera, che ricoprì la seconda carica dello stato tra il 2001 ed il 2006, non accenni neppure alle dichiarazioni che, ai tempi, hanno reso maggiormente famoso Marcello Pera, che fino al ventuno agosto del 2005 era apparso, almeno nel mio ricordo, come un integerrimo rappresentante delle istituzioni, non “inficiato” da opinioni personali e da convincimenti discutibili.

Quel giorno, intervenendo al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, infatti, Pera dichiarò che la causa principale della crisi dell’Occidente era il relativismo (grande avversario anche del Papa di allora, Benedetto XVI), ossia, ad un’analisi più profonda delle sue parole, il rispetto che alcuni ritenevano si dovesse agli immigrati che in quei tempi iniziavano a divenire una presenza consistente sul nostro territorio nazionale; non in altro modo, infatti, si possono interpretare le frasi in cui l’allora presidente del Senato lamentava il fatto che in Europa si diffondesse “l’idea relativistica che tutte le culture hanno la stessa dignità etica”, e la paura con cui accennava alla possibilità che l’immigrazione ci facesse divenire “meticci”. In questo modo, Pera (che si dichiarava non credente) si poneva sulla stessa linea di opinionisti come Giuliano Ferrara e Oriana Fallaci, i quali avevano pronunciato parole a volte molto dure contro la religione islamica (considerata tout court al minimo “pericolosa”) e, nel farlo, avevano proposto un recupero dei valori religiosi cristiani, con la stessa parabola di quei pensatori che in America sono stati definiti teocon o, con un termine sprezzante, “atei in ginocchio”.

D’altronde, il pensiero di Pera era sempre stato tanto complesso da ammettere al suo interno svariate contraddizioni: per dire, tra il 1992 ed il 1993, pur militando nel Partito Socialista (è sempre Wikipedia ad informarmene), appoggiò decisamente l’azione del pool di magistrati che iniziò Mani Pulite; ciononostante, in seguito, entrò in politica con Silvio Berlusconi, che di quei magistrati fu fierissimo avversario.

C’è da dire che, per quei tempi, Pera aveva già avuto modo di mutare giudizio in proposito.

8 thoughts on “Tutti gli uomini per un presidente

  1. Al di là dei nomi, il mio augurio è che possa finalmente venire eletta una donna al Quirinale.
    Credo sia quasi impossibile, ma la speranza rimane.
    Nessuno è “privo di macchia”, per cui non starei a sottilizzare troppo.
    Scelgo un nome: Casellati.

    • Anche tra i peccatori si può fare una gerarchia, sono d’accordo. Ma più che di una “classifica” io parlerei di una “soglia”: oltre un certo grado ci si è compromessi troppo, per una carica come quella di capo dello stato.

  2. Ieri non ne voleva sapere. Chissà, forse il server non condivide il mio punto di vista politico…
    Ebbene, questi quattro signori ho avuto modo di seguirli a lungo. O meglio, Frattini e Pera li avevo misericordiosamente dimenticati, e non saprei dire chi dei due mi agghiaccia di più al pensiero. Moratti è stata (come tutti) un’orrida ministra dell’Istruzione ma ha una certa qual capacità organizzativa, perché al suo arrivo magicamente cominciarono a pagare le supplenze annuali sin dal primo mese e le convocazioni per dette supplenze cominciarono ad essere fatte in tempi sensati e ragionevoli. Peccato che per fare il Presidente della Repubblica non serva la capacità organizzativa quanto quella politica.
    Casini invece lo seguo ormai da diversi decenni e trovo che sarebbe adattissimo – tra l’altro è un grandissimo paraculo, dote assai preziosa in politica come altrove. La Destra però lo detesta e difficilmente lo voterebbe, purtroppo . Ma più ci penso e più mi convinco che sarebbe la soluzione migliore. Ma non lo dico in giro ai miei amici perché mi sbranerebbero.

      • No, non è di destra, qualsiasi cosa si intenda per destra. E’ un uomo di centro, e per questo motivo nei vari Poli e Assembramenti per la Libertà si trovò malissimo e litigarono molto, anche se all’apparenza avrebbero dovuto andare d’accordo. E’ un cattolico, questo sì – e per un presidente della repubblica sembra un valore aggiunto, non so perché.

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