Ad ogni morte di papa (oppure, ogni sette anni)

Alcuni mesi fa, su queste stesse pagine, commentando un’intervista della Stampa a Giorgia Meloni, scrivevo che

il problema principale della gestione della pandemia così come impostata dai Governi Conte e Draghi [è] quello della responsabilità. O, per meglio dire, della mancata assunzione della responsabilità.

Il surreale teatrino sorto in questi giorni attorno alla scelta del nuovo presidente della repubblica mi ha confermato in quell’opinione, ed anzi mi ha spinto a credere che il problema non sia particolare, ma generale; che non riguardi cioè soltanto i governi Conte e Draghi, per quello che concerne la gestione della pandemia, ma la politica nel suo complesso, per tutte le decisioni che è chiamata a prendere: di cui, come dimostra l’indegna cascata di schede bianche che sono finite nelle urne per l’elezione del capo dello stato, nessuno vuole assumersi la responsabilità (ed ecco che il cerchio si chiude). Nel caso in specie: non la destra, che pure, come sempre, prova ad assumere la posa della forza decisionista, che continua a far proposte che “gli altri” non vogliono accettare (sfido, finché si chiede di affidare la prima carica dello stato a Marcello Pera o a Letizia Moratti); non il centrosinistra, che continua a giocare di rimessa in attesa che a qualcuno venga una geniale idea per sbloccare un impasse che rischia di durare per settimane: fino a quando, cioè, Sergio Mattarella non si convincerà ad accettare la stessa eccezione alla norma tradizionale (ma non formale: la costituzione non prevede nulla, in questo senso) già accettata, e di buon grado, da Giorgio Napolitano, ed a farsi rieleggere; o fino a quando tutti gli attori in campo non avranno ottenuto da Mario Draghi le rassicurazioni che stanno aspettando da lui per farlo ascendere al Colle, liberando così il ruolo di presidente del consiglio per nuovi, imprevedibili sviluppi. Resta sempre aperta (perché l’erba cattiva, si sa, non muore mai) l’ipotesi che tutte le forze politiche ad un certo punto si rassegnino ad esaudire il desiderio senile di Silvio Berlusconi, ed a mandarlo al Quirinale: ipotesi che, devo essere sincero, non mi trova del tutto contrario, dal momento che sarebbe al minimo interessante assistere al primo discorso di fine anno del presidente Berlusconi, trasmesso da Canale Cinque ed accompagnato al piano da Umberto Smaila.

D’accordo: la sto buttando in caciara; d’altronde, a volerla dire con un abusato luogo comune, la situazione è critica, ma non seria. Lo dimostra la levità con cui, nei giorni scorsi, i leader dei principali schieramenti politici hanno accolto i risultati delle prime, inconcludenti votazioni: in particolare, si è distinto per potenza della retorica Enrico Letta che, dapprima, ha chiesto ai suoi principali alleati, Giuseppe Conte e Roberto Speranza (e fa ridere già così) di riunirsi in “conclave”, e poi ha allargato l’invito anche alla destra, offrendo ai suoi rappresentanti di “chiudersi [con loro] da qualche parte a pane e acqua e di buttare via la chiave”, finché non riusciranno a trovare un nome su cui far convergere i voti. Chiariamoci: la proposta di Letta potrebbe pure funzionare; in fin dei conti, è così che i cittadini di Viterbo riuscirono a convincere i riottosi cardinali a scegliere un papa, dopo un’indecisione durata tre anni, nel 1271. D’altro canto, il giorno dopo quella proposta la destra ha votato non dico in massa, ma quasi, Guido Crosetto: segno che il consesso dei porporati (che per altro non si è mai svolto) non è stato illuminato dallo Spirito Santo.

Scherzi a parte, comunque, io credo che le parole utilizzate da Letta siano meritevoli di un’analisi più approfondita, e forse bisognerebbe riconoscere loro il dono della sincerità, sia pure involontaria. Personalmente, a farmi riflettere sul fatto che esse, forse loro malgrado, descrivevano con sorprendente precisione la realtà, è stato un articolo pubblicato alcuni giorni fa dal mio amico bortocal. In esso, Mauro lamentava che

queste ripetute schede bianche sono un messaggio chiarissimo: facciamo quel cazzo che ci pare, e il presidente uscirà di nuovo da conciliaboli, accordi, trame segrete, di cui voi elettori non saprete mai niente, tanto non siete un cazzo.

È inutile negarlo: tutti noi sospettiamo che questa frase rappresenti in maniera pressoché perfetta lo stato dei fatti (ma, proprio perché Mauro ha ragione, non sapremo mai se siamo nel giusto oppure no); d’altronde, non posso fare a meno di notare che essa ha due difetti: uno, non comprendo la decisione dell’autore di censurare, nell’originale, il turpiloquio; due, la mancanza di sintesi. Quel che dice Mauro, infatti, Letta l’ha detto con molte meno parole: perché l’opacità qui descritta accompagna non solo lo svolgimento delle attuali elezioni presidenziali, ma anche le modalità in cui si tiene, appunto, il conclave, fin da quando fu istituito nel 1274 (proprio in conseguenza dell’indegno spettacolo offerto dalla curia a Viterbo tre anni prima).

Questa “scoperta” mi spinge ad un’ulteriore elaborazione: e cioè, che bene ha fatto Enrico Mentana a chiamare, nel corso della sua infinita, noiosissima maratona che va avanti pressoché ininterrottamente da ormai cinque giorni, l’attuale partita politica con il nome di “romanzo Quirinale”. Di fatti, proprio la somiglianza tra le trame politiche in corso a Roma ed il conclave fa assumere alle “grandi manovre” un certo fascino narrativo; tutti noi, quando muore un papa, guardiamo con curiosità quasi morbosa a quello che succede all’interno della Cappella Sistina dove i cardinali si sono riuniti, e perché? Perché quella riunione è preceduta dall’extra omnes, dal “tutti fuori”, che avvolge di mistero la riunione dei cardinali e ci porta a riempire i vuoti che non vediamo con la nostra fantasia. Cosa si diranno, in quelle “segrete stanze”? Di cosa sarà testimone, l’occhio severo del Cristo giudice dipinto da Michelangelo, si dice, proprio per ricordare ai porporati che avrebbero dovuto rendere conto delle loro decisioni?

Allo stesso modo, in questi giorni tutti noi non possiamo fare a meno di chiederci, anche se non ce ne frega niente perché abbiamo capito che Mauro dice il vero: che cosa si diranno, Letta e Salvini, quando si incontrano nei bagni di Montecitorio? Di cosa discuteranno, alla buvette, davanti ad un latte macchiato, la Meloni e Speranza? Quando Giuseppe Conte si avvicina alla Casellati, come la approccia? “Ho avuto un’idea geniale per venire fuori da quest’assurda situazione”? E poi? Cosa le propone?

Le risposte a queste domande sono, verosimilmente, assai banali; ma noi siamo una specie a cui piace raccontarsi storie, di più, che ha bisogno delle storie: e siamo capaci di inventarcele su qualunque argomento, perfino sull’elezione del presidente della repubblica. Ed infatti, io stesso posso testimoniare di aver letto almeno un paio di racconti (il più delle volte, di fantascienza) che erano incentrati su un modo, apparentemente paradossale, in cui si sceglieva qualcuno per “fare qualcosa” (a questo proposito mi viene in mente l’inquietante e bellissimo La lotteria di Shirley Jackson): e, chissà, forse mentre noi “non li guardiamo” Letta, Salvini, Conte e la Meloni stanno usando esattamente uno di quei metodi, per decidere chi salirà al Colle. In Diritto di voto di Asimov, ad esempio, è un computer che, per mantenere una parvenza di democrazia, seleziona un’unica persona che debba andare a votare per tutta la nazione: quel voto sarà quello determinante. Ecco, magari i “grandi elettori” continuano ad inserire allo stesso modo tantissimi dati in un calcolatore, perché questo tiri fuori un nome: ma non perché quella persona salga al Quirinale, no; perché decida chi sarà a doversi assumere (rieccoci) quella responsabilità.

Per parte mia, ritengo che, se proprio si deve scegliere una modalità alternativa a quella “tradizionale” (che per altro, in un parlamento eletto con una legge ormai dichiarata incostituzionale, non so quanto possa ancora adombrarsi di democraticità), ad essere preferibile sia quella proposta, molti anni fa, da Daniele Luttazzi nel corso di una puntata di Satyricon (ed è già la seconda volta, in questi post sull’elezione presidenziale, che cito Luttazzi: credo voglia dire qualcosa). Riflettendo sui costi che avrebbero avuto le elezioni politiche del 2001, infatti, il comico romagnolo disse:

paghiamo una cartomante, ce lo dice lei chi ha vinto!

Ecco, in piazza Vittorio a Roma, sotto i portici, c’è una famosa cartomante che da anni predice il futuro a romani e turisti. Visto che ormai si fanno i nomi di chiunque, perché non provare a coinvolgere anche lei? Magari la sua consulenza sarà inconcludente ma, sempre per citare Luttazzi: Casini non ha ancora vinto. Frattini non ha ancora vinto. Lasciamo le cose così. È meglio.

6 thoughts on “Ad ogni morte di papa (oppure, ogni sette anni)

  1. 🙂 grazie, naturalmente.

    la critica di “prolissità” la accetto volentieri (da che pulpito…), soprattutto perché la ritengo non un difetto, ma un pregio, se stiamo parlando non di scrittura sbrodolata, ma di complessità ed articolazione degli argomenti.
    ma non la accetto per la frase che citi, e che caxxo: è una delle più sintetiche che ho mai scritto.
    e quanto al turpiloquio mascherato, che tu hai voluto restituire alla luce del giorno, mi pare che il turpiloquio inclini pericolosamente a quella stringatezza del pensiero, a quel cortocircuito dell’argomentazione, che credo vadano maneggiati con molta cura e circospezione.
    comunque hai dato un ottimo esempio di quali risultati possa dare un pensiero situazionista, che va a spasso tra gli argomenti senza mettersi fretta e senza darsi una meta, ma alla fine trovandola, forse proprio per questo.

    (sulle modalità di scelta democratica di un capo – la migliore proprio il conclave – non ripeto qui argomenti già sviluppati sul mio blog, e li conosci benissimo).

  2. Proporrei una “elezione alla Stevenson”: mettiamo in fila 52 grandi elettori, a chi capita l’asso di picche diventa presidente, a chi quellondi fiori ha facoltà di assassinarlo durante il settennato.

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