Be like Mike

Nei giorni iniziali dell’Australian Open (poi vinto per la seconda volta in carriera da Rafa Nadal), ha avuto una qualche risonanza, anche fuori dal campo degli “addetti ai lavori” (al quale d’altronde io stesso, che ne sto parlando, non appartengo), l’episodio capitato al termine dell’incontro tra lo slovacco Alex Molcan ed il russo Roman Safiulin, valevole per il primo turno del torneo; episodio che, vi sorprenderà sapere, non ha nulla a che fare con la pandemia di Covid-19 che, pure, in quei giorni, sembrava essere la vera protagonista dell’importante competizione tennistica australiana. In modo meritato, bisogna aggiungere.

La pandemia, infatti, è riuscita in un compito in cui, verosimilmente, nessuno dei partecipanti alla competizione avrebbe avuto successo: eliminare il giocatore più forte del mondo, Novak Djokovic; ed ancora prima che si giocasse l’incontro inaugurale, per di più. Djokovic, notorio novax, è stato infatti espulso dal paese oceanico, dopo esservi giunto, per non aver rispettato la legge australiana che prevede che sul suo territorio (sto semplificando) possano entrare dall’estero solo i vaccinati o quelli che abbiano un valido motivo per esserne esentati, e non ha quindi potuto prendere parte al torneo; e credo non ci sia bisogno di scendere in ulteriori dettagli sulla vicenda, visto che essa ha concentrato in modo così perfetto tutti gli ingredienti della storia giornalistica ideale (argomento polarizzante, evoluzione temporale, coinvolgimento di personaggi famosi…) che qualunque quotidiano, cartaceo o digitale, ne ha scritto con dovizia di particolari, trasformando un braccio di ferro, già di per se stucchevole, in un’indegna telenovela in cui nessuna delle parti coinvolte ha fatto una gran figura. Non Djokovic che, da sportivo, dovrebbe sapere che ad un gioco non si può giocare, se non se ne rispettano le regole; e che, se quelle regole si trovano ingiuste, si ha tutto il diritto di dirlo ed anzi di protestare, ma non tentando di rientrare dalla finestra (contando sulla pesantezza del proprio nome) dopo essere stati cacciati dalla porta. Non le istituzioni australiane, che hanno offerto al tennista serbo svariate occasioni di addivenire ad un compromesso e non si sono volute per lungo tempo assumere la responsabilità di cacciarlo, pur di non perdere la partecipazione di un “volto noto” e dello stuolo di sponsor che si porta dietro: una “clemenza” che qualcuno avrebbe anche potuto trovare giustificabile (e che in effetti sembra essere stata la cifra con cui si è deciso di gestire l’intero torneo, a giudicare dalle dichiarazioni, a volte anche scandalizzate, di chi vi ha partecipato), non fosse che fin dall’inizio l’Australia ha tentato di porre un freno al Covid con metodiche paramilitari tanto ridicole quanto inquietanti che, in ultima analisi, si sono anche dimostrate inefficaci.

Leggere del match tra Molcan e Safiulin e, in particolare, del modo in cui si era concluso, mi ha dunque provocato, almeno inizialmente, un certo piacere, pur non essendo io un grande appassionato di racchette; ecco, mi sono detto, finalmente ci torniamo ad occupare di quanto c’è davvero di importante riguardo un evento sportivo: lo sport e, anzi, la sportività. L’incontro tra i due è stato infatti molto intenso, tanto che, al termine dell’ultimo scambio, Molcan (che ha vinto) è crollato a terra colpito dai crampi: Safiulin, che si era avvicinato per la rituale stretta di mano, a quel punto lo ha aiutato a rialzarsi e ad uscire dal campo. Il gesto è stato molto apprezzato, e dallo stesso Molcan, che ha ringraziato l’avversario sconfitto nell’intervista post-gara, e, soprattutto, dai giornalisti che seguivano la partita: di lezione di sportività ha parlato, per esempio, Fanpage, ma in termini non meno altisonanti (sia pure, con un tono piuttosto sommesso) si è espresso il giornalista che commentava l’evento per Eurosport, il quale ha esclamato This is great sportmanship! (Questa è grande sportività!). Forse è stata tutta questa enfasi a portarmi a guardare all’avvenimento con un maggior grado di sospetto; che, alla fine, si è materializzato sotto forma di domanda.

Ma per quale motivo, mi sono chiesto, questa dovrebbe essere una notizia?

Molcan e Safiulin, in fin dei conti, non si stavano giocando (se non in senso lato) né dei soldi, né la vita; per di più, il secondo aveva già perso e da un eventuale “ko tecnico” dell’avversario non poteva aspettarsi nessun guadagno personale: esattamente, che cosa pare logico che faccia, una persona che si trovi nelle sue condizioni? Che si appoggi alla rete e resti lì a gongolare mentre il reprobo che l’ha appena battuto si contorce a terra dal dolore, magari impedendo anche al personale sanitario di andare a soccorrerlo? In questo senso, credo che nel comportamento da lui assunto non ci sia nulla di sportivo; non si è complimentato con l’avversario per un colpo particolarmente ben riuscito, non ha comunicato all’arbitro che una decisione che lo favoriva era sbagliata. Se proprio devo trovare un aggettivo per definire l’azione di andare ad aiutare uno che non riesce più ad alzarsi ed a camminare da solo, penso che userei l’aggettivo umano; anzi, vi dirò di più: mi sembra che quello che ha fatto Safiulin sia il minimo dell’umanità che ci si può aspettare non solo su un campo da tennis o, comunque, in un ambiente sportivo, ma in qualunque ambito dell’esistenza

Un giornale, ricordiamolo, dovrebbe aderire alla politica “se un cane morde un uomo non è una notizia, se un uomo morde un cane sì”, dovrebbe pubblicare ciò che è news nel senso di inaspettato: se, dunque, uno o più di essi prova la necessità non solo di pubblicare un fattoide del genere, ma addirittura di qualificarlo come gesto di grande sportività, di additarlo ad esempio, credo sia forse il caso di chiedersi cosa esattamente si aspetta, un giornalista che segue un torneo di tennis e, di riflesso, uno spettatore che lo guarda da casa, dai contendenti che scendono in campo: perché, se è lecito attendersi che uno dei due possa davvero covare il desiderio di vedere l’altro stramazzare al suolo, questo dovrebbe provocare sconcerto ed anzi inquietudine, considerando che i tennisti sono in grado di scambiare colpi che raggiungono e superano i duecento chilometri orari.

Faccio dell’ironia, d’accordo. Ma, d’altronde, credo che negli ultimi trent’anni si sia diffusa (e parlo di ogni sport, non solo del tennis) l’idea che per essere sportivi di successo si debba essere competitiviad un grado che non ho paura a definire tossico (posto che esista una competitività non tossica): campioni sportivi diventati delle vere e proprie icone dell’immaginario popolare, da Michael Jordan a Cristiano Ronaldo, sono stati descritti come grandi perché capaci di raggiungere l’obiettivo a qualunque costo (vedi ad esempio le centinaia di articoli sulle diete e gli allenamenti, francamente folli, del secondo); come interessati non solo a sconfiggere l’avversario, ma anche ad annichilirlo, quanto meno a livello psicologico: e questo desiderio di predominio è stato spesso raccontato come qualcosa di non solo positivo, ma addirittura auspicabile. Una famosa pubblicità degli anni Ottanta con protagonista MJ, d’altronde, aveva come slogan Be like Mike. Sii come Mike.

Non che questo mi sorprenda, intendiamoci: è da quando faccio il liceo che so che i campi sportivi non sono camere stagne dove il mondo esterno non entra; ed il mondo esterno pretende da noi che puntiamo unicamente alla nostra realizzazione, che godiamo del fatto che mentre noi stiamo bene (e consumiamo) tutti coloro che abbiamo dovuto calpestare per raggiungere la posizione privilegiata in cui ci troviamo stiano soffrendo.

Questo è il sogno che il capitalismo ci offre: quello di essere dei privilegiati, degli uomini di successo, di essere come Mike. Per farci dimenticare che di Michael Jordan ce n’è e ce ne può essere uno solo: tutti gli altri sono quelli che piangono seduti in panchina.

4 thoughts on “Be like Mike

  1. scusa se mi sono fermato, nella lettura, a questa frase: “l’Australia ha tentato di porre un freno al Covid con metodiche paramilitari tanto ridicole quanto inquietanti che, in ultima analisi, si sono anche dimostrate inefficaci.”
    il resto del post l’ho trascurato, per quanto scritto bene e da te, ma l’argomento tennistico mi fa venire il cosiddetto latte alle ginocchia per conto suo.
    invece quel riferimento ad un articolo del Sole 24 Ore del 31 agosto (!) mi ha colpito, negativamente, come ben puoi immaginare.
    mi sono chiesto: ma perché Gaber lo cita? e senza verificarlo?
    e ho pensato di fare una verifica io:
    https://www.google.com/search?q=morti+covid+Australia&rlz=1C1CHBF_itIT946IT946&oq=morti+covid+Australia&aqs=chrome..69i57.4756j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8

    in agosto, quando è stato scritto, cioè nel pieno della stagione invernale australiana, l’Australia aveva una media al massimo di 16 morti al giorno (su 25 milioni di abitanti).
    quindi quell’articolo che hai citato è un esempio di disinformazione studiata così clamoroso da poter essere considerata quasi criminale, considerando che quel giornale è l’organo ufficiale dell’ambiente industriale e produttivo e della sua lotta contro ogni misura anti-pandemica che possa anche soltanto rallentare la fabbrica dei profitti..
    in tutta la prima fase della pandemia l’Australia è uscita quasi completamente indenne, grazie alle misure contestate dagli industriali.
    il vero problema che l’andamento della pandemia in Australia pone è adesso, da metà gennaio in poi, in piena stagione estiva lì, con una forte crescita del numero dei morti (comunque inferiore in proporzione a quella che consideriamo tranquillizzante da noi), fino ad una punta massima giornaliera di 155 e ad un valore medio arrivato a circa 80.
    non è difficile cogliere che questo è successo proprio in coincidenza con queste aperture cosiddette sportive, ma di business, e per l’abbandono di quelle misure che tu giudichi delle “metodiche paramilitari”.

    giudizio più che lecito, ovviamente: basta sapere che cosa si vuole e da che parte si sta.

    • Hai perfettamente ragione a contestarmi di non aver verificato una fonte che so benissimo essere di parte. Colpa ancora più grave è quella di aver aggiunto il commento sulla’inutilità delle misure, quando sarebbe bastato sottolineare l’incoerenza.

      • caro gabriele, leggo con sollievo questa riposta; temevo che il tono un po’ spiccio del mio commento potesse far pensare a qualche mia animosità di tipo personale che non avrebbe motivo di esistere.
        hai perfettamente ragione di dire che siamo di fronte in Italia a mix improvvisati di misure incoerenti; aggiungo che oggi conosciamo meglio gli sviluppi della pandemia e dovremmo pensare a nuove forme – differenziate per fasce di rischio – delle restrizioni sociali integrative delle scelte vaccinali, che da sole hanno un’efficacia solo parziale. ma i rischi non sono uguali per tutti e dunque è ingiusto prendere gli stessi provvedimenti per chi vive rischi differenti.

  2. Rimango sempre basito quando una azione normalissima viene presa come esempio per tutti noi.
    Non dovrebbe essere normale e naturale porgere la mano a chi ne ha bisogno?

    Come quando viene celebrata la grande umanità, la grandiosità d’animo di un VIP (attore, cantante, sportivo) che si ferma ad aiutare una persona in difficoltà, o dedica 1 minuto ad un fan: cavolo, a me sembra tutto fuorché una notizia.

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