Dar da mangiare agli affamati

“Ehi, ciao, Billy”.

Vedendolo avvicinarsi, il bastardino pezzato aveva alzato la testa e, quando lui allungò la mano nella sua direzione, tirò fuori la lingua per leccargliela; l’uomo lo lasciò fare per un po’, quindi si chinò e fece scivolare le dita dietro le sue orecchie per accarezzarlo: mentre, in questo modo, si scambiava convenevoli col cane, guardò il suo padrone, che sedeva come un Budda sul marciapiede, malamente avvolto da un vecchio piumone matrimoniale pieno di buchi, sulle ginocchia piegate un cartone su cui stava scritto, con apprezzabile minimalismo: Aiutatemi, ho fame.

“Be’, come è andata oggi?” gli chiese. L’altro si strinse nelle spalle e lo invitò con lo sguardo a dare un’occhiata dentro il cappello sformato che teneva davanti a sé: all’interno, c’era una cifra che poteva oscillare tra i tre e i sei euro. “Davvero niente male per una giornata di lavoro” commentò il primo venuto, mentre Billy proseguiva il sacro rituale dei loro giochi tentando di mordergli amichevolmente un polso, al che lui si inginocchiò, lo rigirò sulla schiena e, mentre faceva finta di percuoterlo sulla pancia, iniziò a dire: “Ma sei un cane cattivo! Chi è un cane cattivo?”.

Da quella posizione, riprese a parlare con l’altro essere umano: “A me non è andata tanto meglio, comunque. In verità sono un paio di giorni che non va tanto bene. Ho fatto abbastanza da comprare qualcosa, però. Toh, facciamo a metà”. Gli porse un angolo di panino col formaggio, ormai già rinsecchito, che venne accettato senza rimostranze. L’uomo seduto strappò via un pezzo di pane, fischiò, lo porse a Billy che si era avvicinato e che lo fece sparire dalla sua mano con un solo boccone; quindi, prese a cenare a morsi microscopici.

“Verranno tempi migliori” commentò filosoficamente il suo collega, rialzandosi. “Dai che questo sindaco nuovo ha detto che siamo una vergogna, e che farà di tutto per non farci avere più fame”. L’uomo a terra alzò la testa verso di lui e gli rivolse un sorriso sarcastico. “Sì, lo so” rispose l’altro. “Lo so che lo fa perché ai suoi cittadini facciamo schifo e perché sennò i turisti…”. Una coppia di vigili urbani, spuntati all’estremità opposta della piazza, interruppe la conversazione: magari era solo un giro di ronda, ma non era il caso di verificare se loro compito, quella sera, fosse di rendere evidente che, con le recenti elezioni amministrative, in città si era aperto un nuovo corso; che il giovane candidato che aveva promesso “nella mia città, queste cose non saranno più accettate!” era un tipo di parola.

“Ci si vede” disse l’uomo, e si prese appena il tempo di un’ultima carezza, accompagnata da un “Ciao, Billy”, prima di sparire in un vicolo.

***

Il manifesto pendeva dal muro, mezzo strappato ma con lo slogan ancora perfettamente leggibile:

BASTA AFFAMATI PER LE STRADE!

A distanza di sei settimane, doveva riconoscerlo: si, il sindaco nuovo era un tipo di parola. Quando li aveva letti per la prima volta, quei manifesti, aveva subito pensato che l’idea del futuro primo cittadino (perché lo sapevano tutti, perfino lui, che avrebbe vinto) era quello di far scomparire gli affamati, e non la fame. E invece, in città in quel mese e mezzo s’erano effettivamente moltiplicati i dormitori, “perché nessuno morisse più di freddo”; poi sì, certo, erano praticamente delle prigioni, e se di notte ti capitava di starnutire un po’ troppo forte potevi “cadere dal letto” e farti un sacco di lividi in un sacco di posti: però almeno c’era un tetto sopra, quattro mura intorno senza troppe crepe, e nessuno cercava di fregarti le scarpe. Le mense poi erano ancora meglio: dovevi presentarti all’ora giusta e non fare troppo casino, e d’accordo erano un modo per tentare di “raddrizzarli” con la “disciplina militare” (come se avessero scelto loro, di essere barboni); però gli davano da mangiare, lo davano a tutti, ed il cibo era tanto e, Cristo!, non erano verdure alla diossina e carne di cavallo: no, era cibo buono.

Se ne rese conto quando, attraversando la piazza, il rigurgito di quello che aveva appena finito di tracannare risalì il suo esofago e lo fece ruttare: ma chissà come cazzo facevano a trovare tanta roba a un prezzo così… il pensiero si interruppe a metà, quando vide Billy, sensibilmente più magro dell’ultima volta che l’aveva visto, caracollare nella sua direzione.

“Ehi, ciao, Billy” disse, meccanicamente; e fece appena in tempo a chiedersi dove fosse il suo padrone, che il cane iniziò a ringhiargli contro. “Che succede adesso? Non mi riconosci?” fece per abbassarsi e calmarlo con la solita razione di grattini dietro le orecchie ma, quando allungò il braccio verso di lui, Billy, e non certo per giocare, tentò di chiudergli i denti attorno alle dita. L’uomo fece un passo indietro, inciampò, Billy gli fu subito addosso. “Ma che cazzo hai Billy? Dove cazzo è finito il tuo…”.

Il primo morso lo colpì al fianco destro; lo schizzo di sangue che ne scaturì colorò di rosso il muso di Billy. Il secondo morso fu abbastanza serrato da spezzargli quasi una costola. Al terzo, che sembrava puntare dritto al suo stomaco, sentì che stava quasi per perdere conoscenza; e riflettè che era veramente una modo stupido per morire, divorato da un cane che gli arrivava appena alle caviglie, avendo pensato, come ultimo pensiero della propria vita: chissà come cazzo fa il sindaco a trovare tutta questa roba da dare da mangiare a dei barboni.

Quindici minuti dopo, Billy aveva finito di scavare dentro di lui per raggiungere le sue budella. Prese a uggiolare quando si rese conto che, anche se era sicuro del contrario, il suo padrone non era lì.

Non tutto intero, almeno.

14 thoughts on “Dar da mangiare agli affamati

  1. Il mio pensiero in effetti è stato subito: “vuole far scomparire gli affamati, o vuole far scomparire la fame?”
    Che è poi la politica dello struzzo, tanto cara anche ai nostri: eliminare l’effetto, e non la causa.

  2. La città di Ancona, un paio di anni fa, si mostrò molto decisa sull’argomento. Certo, non ai livelli del tuo racconto.

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