Settimana napoletana – Finale

Uno degli aspetti che senza dubbio può maggiormente colpire il visitatore che giunge a Napoli carico di luoghi comuni e pregiudizi è la sua straordinaria vita culturale, spesso animata dai gesti spontanei di chi la abita: l’ultima sera che mi trovavo lì ho avuto la fortuna di assistere, in piazza San Domenico, al concerto spontaneo di un ensemble di strumenti a fiato, il cui componente più anziano non aveva ancora l’età per andare a votare (e, se tanto mi da tanto, anche l’avesse avuta non ci sarebbe andato); ma anche le istituzioni sembrano aver voglia di darsi da fare per cancellare l’immagine “pizza, mandolino, munnezza, sfogliatella” con cui per tanto tempo Napoli si è venduta al mondo, e soprattutto al mondo fuori dall’Italia.

Ad esempio, nei giorni in cui ci sono stato io, presso la chiesa di San Clemente era ospitata una mostra intitolata Spellbound, dedicata alla collaborazione tra due degli artisti più originali e perturbanti del Novecento: Alfred Hitchcock e Salvador Dalì; i quali, nel 1945, collaborarono alla realizzazione di un film con protagonisti Gregory Peck e Ingrid Bergman, intitolato appunto Spellbound (in Italia poi rinominato Io ti salverò).

La mostra, devo confessarlo, è in qualche modo bugiarda: si tratta infatti essenzialmente di una “personale” di Dalì, con alcune sculture realizzate a partire da suoi disegni ed un paio di “effetti speciali”; il gigantesco dipinto che condivide il titolo con la pellicola del ’45, e che è stato usato come sfondo per le sequenze oniriche in cui il personaggio di Peck, che ha perso la memoria, compie un viaggio nella propria psiche tentando di recuperarla, vale comunque da solo il prezzo del biglietto: ve lo dico, qualora la mostra passasse per la vostra città; anche se dubito che si riuscirebbe ad ospitarla in un posto con cui essa dialoghi come con la chiesa di San Clemente.

Quest’ultima, capolavoro dell’architettura medievale miracolosamente sfuggita ai rifacimenti che, durante l’età barocca, interessarono praticamente qualunque edificio di Napoli (ne abbiamo accennato qui), ospita al suo interno una delle più antiche testimonianze scritte in lingua volgare: si tratta di un affresco che rappresenta la leggenda di Sisinnio, ed i cui personaggi parlano come in un fumetto. Il pretore romano Sisinnio, che ha appena condannato san Clemente al supplizio della colonna, qui dice, rivolgendosi ai suoi aiutanti, “Traete, fili de puta!”, ossia: Portatela (la colonna), figli di puttana!; proprio dinnanzi a quel mosaico si stendeva Spellbound, un’opera che doveva, nelle intenzioni del committente e dell’esecutore, rappresentare il mondo misterioso del sogno.

Perché ritengo che questi due fatti siano in relazione? La leggenda di Sisinnio in san Clemente, col suo diretto e quasi brutale turpiloquio, ci rivela qualcosa: e cioè, che i martiri cristiani dei primi secoli non sono gli ieratici, rassegnati, disumani personaggi che tanta agiografia ci ha consegnato; no, sono persone di carne e sangue, morte col volto deformato dal dolore mentre i loro carnefici li insultavano e deridevano. Essa è un sogno, in senso psicanalitico: una creazione della mente che svela un mistero che doveva rimanere invece celato. Ecco cosa abbiamo nella mostra di Napoli: un sogno (la tela Spellbound) che ne copre un altro (la leggenda di Sisinnio).

Qualcosa di simile accade anche nella serie di post che qui si conclude: negli scorsi giorni avete infatti assistito ad un gioco (quello da me introdotto qui) che si stendeva sopra un altro gioco, quello del viaggiare, che tra il 2 ed il 5 giugno scorso mi ha portato a Napoli.

Che è, lo dirò una volta per tutte, una città da sogno: ed ecco che il cerchio si chiude.

6 thoughts on “Settimana napoletana – Finale

  1. Bellissimo viaggio. E tra l’altro, cosa curiosa, questa serie di post sul tuo viaggio è arrivata il giorno dopo una lunga chiacchierata con quartopianosenzaascensore su Napoli, sulla napoletanità, sulla cazzimma, sui Borboni, sul limite. Ma sarebbe bello parlarne a voce… 😛

  2. una città da sogno, ecco la chiave di questa serie di post.
    sogno peraltro altamente plausibile: fino al 1861 infatti l’Italia nel mondo era rappresentata proprio da Napoli, che ne era la città più popolosa e anche più vivace intellettualmente, dal barocco fino all’illuminismo, nonostante i Borboni. non a caso, Leopardi va a vivere a Napoli, dopo avere soggiornato a Roma, Milano, Pisa, Firenze.
    poi l’unificazione italiana venne fatta dai tetragoni Savoia, e in chiave soprattutto anti-rivoluzionaria. da ultimo venne lo spostamento della capitale a Roma, città fino ad allora strettamente papalina, e ne venne quel mostro culturale che fu la cultura italiana del secondo Ottocento, un misto di rozzezza burocratica e di anticlericalismo di facciata.
    Napoli nel nuovo regno divenne una folcloristica periferia, come tutto il Meridione, del resto.
    quindi lo spostamento che hai fatto a Napoli di una serie di monumenti ed opere che si trovano altrove ha il pregio di restituire a Napoli la sua perduta centralità artistica e culturale.

    ma, guardando i commenti che hai ricevuto, mi sorge un dubbio: possibile che io sia stato l’unico ad accorgermi del senso della tua operazione? però correggimi se sono stato distratto, potrebbe essere.

    • Ricordo di aver letto, non so dove, che nel Settecento Roma aveva cinquantamila abitanti, e Napoli un milione. Altrove ho letto anche che, nell’ultimo periodo di dipendenza dalla Spagna, Napoli ne era diventata la vera capitale.

      Non saprei, spero che questo post abbia un poco chiarito le cose :-).

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