Sceneggiata (napoletana?)

C’è una cosa interessante, riguardo l’abbandono del Movimento 5 Stelle da parte di Luigi Di Maio, finalmente concretizzatosi, dopo una telenovela durata mesi, la scorsa settimana.

Sto scherzando, ovviamente: non può, né verosimilmente potrà mai, esserci nulla di interessante da dire, su un personaggio come Luigi Di Maio. E, anzi, non mi sarei neppure occupato dello psicodramma consumatosi tra i pentastellati, che ritengo insignificante da tutti i punti di vista, perché insignificanti sono le persone ed il partito politico coinvolti, se la rottura definitiva non si fosse realizzata nel bel mezzo della Settimana Napoletana che stavo portando avanti su queste pagine: coincidenza che mi è sembrata particolarmente significativa, ma forse sto solo sovraccaricando di senso un evento che prima o poi sarebbe comunque dovuto accadere; per di più, supponendo che Di Maio legga queste pagine quando, da ministro degli esteri, nel bel mezzo di una crisi come quella ucraina avrà ben di meglio da fare. Ad esempio, mollare il suo partito, proprio nel momento in cui questo iniziava (meglio tardi che mai) a fare autocritica su tutte le decisioni prese negli ultimi tre anni, dall’alleanza con Salvini, a quella col PD, fino alla risoluzione (probabilmente, la più scellerata) di sostenere il “governo dei migliori”. Risoluzione che ora che ci penso è probabilmente anche in certo modo sensata, visto che il governo in oggetto è decisionista, verticistico e sostenuto da una comunicazione fastidiosamente messianica: insomma, tutto ciò che il Movimento era all’inizio della sua vita.

Altre, comunque, piuttosto che una corrispondenza d’amorosi sensi, suppongo siano le motivazioni che hanno spinto l’ex “bibitaro” (già ampiamente rivalutato da una stampa che non aveva esitato a diffamarlo nei momenti in cui sembrava che davvero il suo intento fosse quello di “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”), o coloro che dispongono in nome e per conto suo, ad accettare di fare la stampella per il governo Draghi: e da queste motivazioni bisogna ripartire, per spiegare perché ritengo che ci sia qualcosa di significativo nel fatto che questa decisione sia occorsa nel bel mezzo della mia Settimana Napoletana (che quindi continua, anche se ormai di settimane ne sono trascorse quasi due, da che l’ho lanciata). Di Maio, benché sia nato ad Avellino, è infatti cresciuto a Pomigliano d’Arco, una delle numerose città che fanno parte di quella gigantesca megalopoli che è la ex provincia di Napoli e che, per i suoi abitanti, per i geografi, per gli osservatori, insomma, per chiunque, è pressoché indistinguibile dalla città di Napoli; e, nella situazione attuale, il suo comportamento riflette per filo e per segno quello del napoletano o, per meglio dire, dell’immagine stereotipica che l’Italia, e un poco tutto il mondo, ha del napoletano.

A guardare agli eventi superficialmente, infatti, la qualifica che sembra maggiormente attagliarsi al Di Maio di questo momento storico è quella di furbo: il ministro degli esteri avrebbe stimato il suo partito destinato quanto prima ad una roboante implosione (previsione per fare la quale non occorrevano le capacità della Sibilla Delfica, diremo) e, prima che fosse troppo tardi, avrebbe deciso di saltare giù da quel carrozzone ormai in disfacimento per saltare su quello del vincitore, sperando che quest’ultimo, mosso da clementia Caesaris, concedesse un posto nella sua corte a lui, ed a tutti i transfughi che hanno accettato di convergere nel “progetto” (avete mai notato quanto questa sia un’idea senza parole?) Insieme per il futuro.

Una decisione volta alla sopravvivenza immediata che, tuttavia, rivela la sua inadeguatezza appena la si analizza un poco più approfonditamente: se si vuole prendere per buona questa ricostruzione, si deve supporre che Di Maio avesse in mente di ripercorrere le gesta di veri e propri eroi della Seconda Repubblica, personaggi come Casini e Mastella che, nonostante la loro sostanziale inconsistenza, negli ultimi anni sono comunque riusciti ad essere spesso l’ago della bilancia di bracci di ferro politici a volte decisivi, al punto che il primo dei due, nell’ultima tornata, ha anche rischiato seriamente di diventare presidente della repubblica (sfido, quando sei stato al governo praticamente con tutti i partiti dell’arco parlamentare…). Ma Di Maio non ha la stoffa per fare il Casini o il Mastella; non è il lupo di mare capace di tenere la barra dritta nel bel mezzo di qualunque tempesta politica, ma al più il modesto barcarolo che ti porta a fare una gita quaranta metri oltre la spiaggia, quando il mare è calmo, e con cinque euro in più ci mette pure il pranzo al sacco; il posto che gli può toccare è quello dello Scilipoti, o del Razzi, la macchietta che diventa tragicamente famosa per le imitazioni di Maurizio Crozza e per i pezzi di colore dei quotidiani, e che se tutto va bene finisce a fare il sindaco o meglio ancora l’assessore ai lavori pubblici di qualche paese di non più di cinquemila abitanti (con tutto il rispetto): non certamente uno dei papabili per il Quirinale. E d’accordo, lo so che il buon senso direbbe che non sarebbe mai dovuto essere tra i papabili nemmeno per il ministero degli esteri: ma certe congiunture astrali non si ripetono due volte nel corso di una vita.

D’altronde, bisogna sempre considerare che esiste il rasoio di Hanlon, che recita

non bisogna attribuire a malafede ciò che si può spiegare con la semplice stupidità

e, personalmente, una certa buonafede a Di Maio io sono disposto a concedergliela; in altre parole, sono portato a credere che il ministro abbia fatto quel che ha fatto non guidato (o accecato) da una prospettiva quanto mai irrealistica di realizzazione personale, quanto piuttosto dall’idea che quello che, forse, vede come un sacrificio personale, avrebbe potuto portare un bene all’Italia; le sue valutazioni politiche lo avranno convinto del fatto che, in questo preciso momento, al paese serve più il realismo (chiamiamolo così) di Mario Draghi che non l’idealismo (anche qui, concedetemi di utilizzare questo termine) della frangia più “dura” dei Cinque Stelle: insomma, dal suo punto di vista la scelta di abbassarsi a diventare il Casini (o lo Scilipoti) di Draghi è la scelta di un grande statista, che sa che il suo suicidio politico nulla vale, di fronte al bene del suo popolo. Analisi fallace sotto molti, anzi, sono tutti i punti di vista: ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da uno che non si è mai seduto neppure alla sedia di un consiglio comunale e comunque pretende, dall’oggi al domani, di poter fare il capo politico di un partito di rilevanza nazionale (il primo partito italiano per numero di voti, al momento in cui lui rivestiva quella carica), e poi il parlamentare, e poi il presidente del consiglio in pectore, e poi il ministro? In questa prospettiva, Di Maio incarna a livello politico l’effetto Duning-Kruger, ossia quel fenomeno per cui meno sai di qualcosa, più sei sicuro di saperne e, di conseguenza, di star facendo la cosa giusta anche quando è evidente che, e scusatemi se inclino al francese, stai pestando una merda.

Cosa c’entra tutto questo con Napoli, vi chiederete? C’entra, perché se è vera la prima, più facile ipotesi che ho riassunto, allora Di Maio è un fesso che si crede furbo; se, invece, è vera la seconda, allora è un ignorante che pensa di essere più intelligente degli altri: in entrambi i casi, non è una persona, ma un tipo, una funzione narrativa, insomma, una maschera; e ciò che meglio determina una maschera è la sua origine geografica: Bologna Balanzone, Bergamo Arlecchino, Venezia Colombina, Roma Rugantino, e Napoli… be’, Napoli Pulcinella, lo scemo che pensa di fregarti e invece viene fregato, quello che vuole pontificare su tutto e non sa niente di niente.

Pulcinella, insomma, hai presente, Di Maio.

Ho trascorso un’intera settimana, tentando di convincere i miei venticinque lettori che Napoli non è quella che la vulgata racconta: fatica inutile, quando uno dei politici più famosi (o famigerati) della penisola lavorava per convincere il resto del paese dell’esatto contrario.

E, tra le colpe di Di Maio che un giorno dovranno essergli attribuite, credo che un posto di non secondaria importanza toccherà a questa, ennesima, diffamazione di Napoli.

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