Vietato caciare

Il cacciatore correva.

Non ci aveva mai creduto, a quello che si diceva degli uomini delle montagne (perché altrimenti, mica sarebbe andato a caccia lì), ma, quando se li era visti comparire davanti, in tre, uno dei quali mostrava l’irsuto petto nudo, le facce feroci, le bocche atteggiate ad un ghigno crudele, aveva capito subito che non si trattava solo di favole che si raccontavano per spaventare i bambini e, perché no, gli adulti cittadini e creduloni; e dunque si era voltato ed aveva iniziato, a precipizio, a correre giù per il sentiero da cui era appena salito, graffiandosi ad ognuno dei rami che aveva accuratamente scansato durante la salita, il fucile di precisione, suo recente acquisto, di cui andava assai fiero, che sbatacchiava contro la sua schiena come un moschetto qualunque.

Sperava che averlo spaventato, a quei selvaggi, bastasse; ma, evidentemente, non era così, visto che, mentre scivolava battendo dolorosamente il culo contro una roccia e si rialzava senza neppure accorgersi di aver iniziato a sanguinare, li sentì infilarsi nel sottobosco ed inseguirlo, rivolgendogli insulti e minacce: lo capiva del tono, che era così, perché delle parole che gli scagliavano contro come sassi non ne comprendeva nemmeno una. Barbari, non sono altro che barbari, gli aveva detto un suo amico, tentando dal dissuaderlo dall’idea di avventurarsi all’interno dei loro boschi, che pure si diceva fossero ricchi di lepri, fagiani e perfino degli ultimi cervi che abitassero quei monti; barbari che non sanno nemmeno parlare italiano e che non sopportano che qualcuno che non sia dei loro li disturbi.

Aveva parcheggiato il suo fuoristrada proprio davanti un albero su cui faceva bella mostra di sé uno sgrammaticato cartello che invitava a “non sparare a li animali”, e che aggiungeva “no scerziamo”; aveva accarezzato la canna del suo nuovo gioiellino (“Può colpirci un passero a seicento metri”, gli aveva assicurato chi glielo aveva venduto), quando poco più avanti un nuovo capolavoro lo aveva informato che quello era “l’ultimo avertimento”. Sì era chiesto cosa avrebbero mai potuto fargli, delle persone (persone? Ne era sicuro?) che non erano in grado neppure di tenere in mano una penna, senza tremare (la grafia degli “avertimenti” era piuttosto incerta), figuriamoci un coltello o, addirittura, un’arma da fuoco, e si era risposto che, probabilmente, visto quello che si diceva sulle loro abitudini alcoliche, prima di tutto avrebbero dovuto capire a quale delle tre copie di lui che avrebbero visto avrebbero dovuto sparare. Ora quella stessa convinzione di avere a che fare con degli zotici ubriaconi lo faceva sudare assai più della corsa che stava facendo; cosa ci si può aspettare, da delle bestie imbottite di pessimo vino, adulterato da chissà cosa? Preferiva non scoprirlo e, quindi, anche se non lo credeva possibile, accelerò ulteriormente; ciononostante, sentiva il passo pesante dei suoi tre inseguitori farsi sempre più prossimo.

Fu allora che, alla sua sinistra, il cacciatore notò la rientranza, scavata nel fianco della montagna; si voltò brevemente indietro, e stimò i tre selvaggi essere abbastanza lontani da non accorgersi che aveva compiuto una deviazione. Bruscamente, scartò di lato, aggirò un albero su cui l’ennesimo cartello ricordava che era “Vietato caciare” e quasi si tuffò all’interno della spelonca, rannicchiandosi poi nella sua penombra.

Il sollievo che provò quando i tre demoni dei boschi, dopo essersi fermati brevemente a sussurrare tra loro a pochi passi da dove era nascosto, ripresero a discendere il fianco del monte, non era ancora del tutto svanito, quando il primo colpo lo raggiunse al fianco.


Quando, infine, i tre uomini lo trovarono, del cacciatore era rimasto ben poco; il suo fucile, un tempo lucido e perfetto, era ora lordo del suo sangue, e di altre parti di lui a cui, per fortuna, non seppero dare un nome.

“Por burdel” disse uno di loro, non sapendo bene dove guardare.

“L’è sted pataca” controbatté il secondo, mettendogli una mano sulla spalla.

“An è più nent ora” concluse il terzo, come invitando gli altri due ad un minuto di raccoglimento; quando questo si concluse, aggiunse: “A chiamen l’ambulanza” e poi, come ripensandoci: “E ‘l pret”.

Si allontanarono ma, fatalmente, il primo dei tre che aveva parlato si voltò indietro a guardarlo ancora una volta: se fossero riusciti a raggiungerlo. Ad avvertirlo.

Agitato dal vento, il cartello “Vietato caciare” batteva malinconico contro il tronco dell’albero. Era un vero peccato che gli orsi non sapessero leggere.

2 thoughts on “Vietato caciare

    • In realtà era più un racconto sull’ambivalenza dei sentimenti sul “selvaggio”, e su come spesso essi conducano alla rovina. Ma poi io non penso che sia giusto scrivere narrativa “a tema”, quindi ogni interpretazione è ben accetta, e quella dell’autore non conta più di quella dei lettori :-).

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