Sempre

Riassumo brevemente i fatti, così come ricostruiti dal procedimento penale.

La mattina del ***, intorno alle ore 8.30, l’imputato A.B. lasciò la sua abitazione portando con sé una mazza da baseball, un martello del peso di circa un chilogrammo, un taser ed una pistola Beretta PX4 da 9 mm; tutti questi oggetti sono stati rinvenuti sul luogo del delitto, e l’imputato stesso ha riconosciuto che gli appartengono. A dispetto del fisico atletico, a quanto è dato sapere il soggetto non ha mai praticato l’antico e nobile gioco del baseball; non ha mai messo piede in un cantiere, né edile, né navale, né di altro tipo, e non ha mai svolto alcuna attività di bricolage o fai-da-te; non è mai stato impegnato come guardia giurata, o come trasportatore di gioielli, o comunque in altro lavoro che richieda di lasciare il proprio domicilio armati.

Circa dieci minuti dopo, l’imputato parcheggiò la sua auto in un posteggio a disco orario di fronte al numero 26 di via ***; questa circostanza è stata confermata da svariati testimoni, tra cui la cassiera del supermercato che si trova al numero 24 della stessa strada (dunque, proprio di fronte), che lo ha riconosciuto dai Rayban Aviator che indossava e dal tatuaggio a ragnatela che aveva sul gomito sinistro, che tanti fotografi hanno immortalato in questi mesi, ed a cui è stato addirittura riservato l’onore di essere protagonista di un Caffè di Gramellini. L’imputato (anche su questo i testimoni sono concordi) rimase in macchina per una ventina di minuti circa finché, intorno alle ore 9.15, dal portone del numero 35 uscì la vittima, X.Y., che già in passato, secondo quanto raccontato da sua moglie, era stato in almeno due occasioni da lui malmenato.

Non appena lo vide, A.B. aprì lo sportello dal lato guidatore, scese dal mezzo e lo invitò ad avvicinarsi “per fare quattro chiacchiere e chiarirsi”; ma X.Y. esitava, e, secondo quanto raccontato da T.U., proprietario del bar Centrale che proprio in quel momento era uscito dal suo locale per fumare una sigaretta, l’imputato lo avrebbe convinto assicurandogli che “non gli avrebbe fatto niente”. Quando X.Y. fu a portata di braccio, A.B. avvicinò al suo fianco destro la mano sinistra e scaricò su di lui il taser; la vittima cadde a terra e fu quasi investito da E.F., che sopraggiungeva a bassa velocità con la sua auto. È stato lo stesso E.F. a riferire che, dopo aver rifilato a X.Y. un calcio nello stomaco, l’imputato si sporse nell’auto ed afferrò il martello, che aveva appoggiato sul sedile del lato passeggero, inginocchiandosi poi sull’asfalto.

Nessuno dei testimoni è stato in grado di chiarire su che punto del corpo di X.Y. si sia abbattuto il primo colpo; la cassiera, quando le è stata rivolta specifica domanda sul tema, ha risposto: “Cosa vuole, quando ho capito cosa stava per succedere ho chiuso gli occhi”. È comunque certo che almeno sette colpi hanno raggiunto il capo dell’uomo, concentrandosi con singolare precisione nella regione tra l’osso frontale ed il parietale destri; non è certo invece, visto lo stato in cui la vittima è stata ritrovata, se le ferite sul torace siano da attribuire a quello strumento, oppure alla mazza da baseball. Solo quando E.F. si avvicinò ad A.B. (rimanendo comunque ad almeno tre metri da lui), urlando: “Oh, ma che cazzo fai?”, divenne chiaro che l’imputato aveva con se anche un’arma da fuoco.

L’uomo, infatti, la sollevò stringendola nella mano destra, atto che aveva lo scopo (hanno riflettuto alcuni) di fungere da deterrente; quindi, la puntò verso il basso e scaricò l’intero caricatore su X.Y.: nessuno dei proiettili, esplosi ovviamente a colpo singolo, raggiunse gli organi vitali della vittima; uno penetrò nella coscia sinistra, fratturando il femore, recidendo l’arteria femorale e provocando l’emorragia esterna che è stata una delle cause della morte di X.Y. Ad ogni modo, quando A.B. gli si sedette a cavalcioni sul torace ed iniziò a sbattergli con furia il capo sull’asfalto, la vittima, benché già in stato di coma profondo, era ancora viva.

Un’ambulanza raggiunse via *** ventuno minuti dopo l’inizio della mattanza, essendo stata attivata, dalla signora P.R. che vive al secondo piano di una palazzina del civico 42, sei minuti e tredici secondi prima; poco dopo, arrivarono anche i carabinieri, a cui A.B. si consegnò senza opporre resistenza. I sanitari praticarono le usuali misure di rianimazione sul corpo di X.Y., il cui cuore a quel punto aveva già smesso di battere; quindi, all’incirca quarantatré minuti dopo, non poterono fare altro che constatare l’avvenuto decesso. In caserma, frattanto, A.B. aveva già cominciato ad imbastire quella che, per l’intera durata del processo, è stata la sua linea difensiva.

Legittima difesa.

E quando, durante l’ultima udienza, il giudice, togliendosi gli occhiali e guardandolo con qualcosa di pericolosamente prossimo alla pietà, gli ha chiesto come poteva ancora sostenere un’opinione del genere, visto tutto quello che era emerso nel corso del dibattimento, A.B., rivolgendogli uno sguardo che non altrimenti si può definire se non di sbalordimento, gli ha candidamente risposto: be’, ma era un negro, no?

Questo racconto, ovviamente, non ha nulla a che fare con l’omicidio di Alika Ogorchukwu, avvenuto a Civitanova Marche lo scorso 29 luglio: anche perché, in quell’omicidio, il razzismo non ha alcun peso, come non lo aveva nel caso di Willy Monteiro (di cui, se vi interessasse, ho parlato qui e qui).

9 thoughts on “Sempre

  1. non è una barzelletta: un insegnante del liceo dove facevo il preside anni fa, dovendo giustificare un ritardo a scuola, dovuto al fatto che aveva avuto un incidente (aveva investito uno sulle strisce pedonali andando in moto), scrisse nella giustificazione: “un uomo di razza nera mi è venuto addosso sulle strisce pedonali mentre le attraversavo in moto per arrivare a scuola”.

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