Dobbiamo fare gli italiani

Qualche settimana fa, analizzando le reazioni seguite all’omicidio dell’ex premier giapponese Shinzo Abe, scrivevo che gli italiani, in quell’occasione, avevano dato l’ennesima prova del loro esasperante provincialismo: di fronte ad un evento che rischiava di avere un impatto assai significativo sulla geopolitica internazionale, avevano infatti preferito dirigere la loro attenzione alle grottesche beghe politiche di casa propria, che infine avrebbero portato (in questo ero stato facile profeta) alla caduta del governo Draghi, che non ad un terremoto, assai diverso di quelli a cui il paese del Sol Levante ci ha abituati, di cui forse la nefasta visita di Nancy Pelosi a Taiwan di questi giorni è una delle prime conseguenze.

Che agli italiani piaccia, cosa dico, che gli italiani adorino guardarsi l’ombelico lo dimostra pure, e lo confesso con infinita vergogna, anche il minuscolo microcosmo rappresentato da questo insignificante blog (il quale, comunque, vista la loro credibilità residua, ha ormai lo stesso peso nella costruzione dell’opinione pubblica di un quotidiano di diffusione nazionale): in un contesto in cui continuano ad agitarsi, ed anzi si fanno sempre più forti, i venti di guerra (anche vicinissimo a noi, in Kosovo), in cui la crisi climatica e, di conseguenza, quella energetica si fanno sempre più incombenti, in cui perfino noi privilegiati iniziamo ad avere problemi ad accedere all’acqua, i suoi ultimi articoli di cosa si sono occupati? Solo e soltanto di una campagna elettorale tra le più desolanti che si siano mai viste a queste latitudini, in cui quella che è probabilmente la destra più squallida di sempre è così convinta di vincere (ed ha ragione, maledizione) che passa il tempo a discutere di chi dovrà fare il capo del governo; ed intanto, pur di far credere che sta facendo politica, da in pasto a chi ha bisogno di scuse per idolatrarla o, che è lo stesso, per denigrarla, sempre gli stessi temi e, in particolare, uno, che è appunto quello attorno a cui colpevolmente ruotavano sia Tanto mancava solo Pirandello, sia Sempre, ultimi post comparsi su queste pagine, ed attorno a cui ruoterà anche quello che state leggendo: mi riferisco al tema dell’italianità. Ad ulteriore dimostrazione che il familismo amorale è qui e non ha nessuna intenzione di andarsene, e che l’unica cosa che possa suscitare un qualche interesse negli italiani… sono loro stessi.

Ora, intendiamoci: la Meloni ed i suoi amichetti, anche stavolta, non si sono inventati niente, e non fanno altro che ripetere gli stilemi che hanno imparato dai loro “padri nobili”; d’altronde, già venticinque anni fa, nel suo mai abbastanza citato saggio sull’ur-fascismo, Umberto Eco faceva notare che

a coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.

 L’unico elemento di novità della “nuova destra” è stato quello di portare questo atteggiamento al parossismo, di ricomprendere nel recinto dell’“italianità” qualunque cosa potesse permetterle di raggranellare qualche voto in più: dalla religione cattolica (e cattolico, ricordiamolo, significa “universale”: la chiesa di Roma ha inventato l’internazionalismo prima dei marxisti) fino alla cucina (vi ricordate, sì, Salvini che ogni giorno mangiava ad una sagra diversa?), di qualunque cosa la destra sottolinea le radici “nostrane”, la utilizza al fine di costruire un’identità fittizia che possa servire a raccogliere tutti coloro che sono “davvero italiani” (ossia, tutti coloro che posseggono la cittadinanza e possono votarla) sotto lo stesso “ombrello”. D’altronde, non potrebbe fare altrimenti che così: italiano è infatti una di quelle “idee senza parole” di cui abbiamo parlato tante volte su questo blog, e nel momento in cui si chiedesse di definire cosa significhi, italiano, suppongo che si svelerebbe la natura sostanzialmente artificiosa di questo lemma.

Esistono infatti essenzialmente tre modi, di determinare chi appartiene, e chi no, ad una nazionalità, un’etnia, una popolazione, e via di sinonimi per non utilizzare la parola, che pure è quella a cui tutti pensano quando si applicano a simili operazioni, razza; il primo, ufficialmente abbandonato dopo il crollo dei movimenti razzisti di inizio Novecento (che non si esauriscono nel nazismo: il fascismo, per fare un esempio, fu razzista da ben prima delle leggi razziali, come sanno bene le persone slave che vivevano in Venezia Giulia ed Istria), è quello biologico, che dice che una persona è italiana, bulgara o peruviana in base ai geni che le sue cellule contengono, in base al suo sangue. Ripeto: è un’idea che non può più essere sostenuta ufficialmente, che richiama eccessivamente le leggi di Norimberga e la soluzione finale; d’altronde, che nella Lega ed in Fratelli d’Italia una simile visione del mondo vada per la maggiore lo dimostra, ad esempio, la caparbietà, degna di miglior causa, con cui quei partiti si oppongono all’idea che agli stranieri di seconda generazione, nati in Italia, che frequentano scuole italiane, che non hanno mai visto i paesi d’origine dei genitori, che parlano italiano e non, faccio per dire, arabo, venga riconosciuto il diritto di essere considerati, anche “burocraticamente”, italiani: non siete italiani, dicono essenzialmente la Meloni e Salvini a queste persone, perché il vostro sangue non è abbastanza puro, perché non potete vantare nel vostro albero genealogico antenati che abbiano vissuto a Vestone, a Calcata oppure a Rossano Calabro; i quali per altro, come riportavo tantissimi anni fa in un articolo di cui vado molto fiero, a livello molecolare si assomigliano molto meno di quanto ci piace pensare: l’Italia, di fatti, in ragione della sua storia ha visto passare sul suo territorio tante di quelle popolazioni diverse che tra gli abitanti di due città confinanti sussistono più differenze genetiche di quelle che esistono tra uno spagnolo ed un ungherese. Dire dunque che “solo i figli di italiani sono italiani” non è solo paranazista, non è solo degno dei Mangiamorte della saga di Harry Potter: è anche profondamente sbagliato, perché praticamente non esistono due italiani che abbiano un corredo genetico anche solo vagamente simile.

La seconda possibilità è quella di far ricorso alla lingua, e dire che tutti quelli che parlano francese sono francesi: e già questo semplice esempio aiuta a comprendere come anche questa possibilità apra a numerose problematiche; nel caso italiano specifico, per altro, la “questione della lingua”, tanto dibattuta da Dante in poi, è stata “risolta” solo di recente: per lungo tempo, la lingua italiana che tutti parliamo quanto meno in ambienti “istituzionali”, e che sto usando per scrivere l’articolo che state leggendo, è stata essenzialmente una lingua “artificiale”, codificata all’interno di circoli intellettuali, utilizzata da letterati e cancellerie ma essenzialmente priva di un supporto “popolare”, di una “massa” di persone che la parlasse nella vita di tutti i i giorni; è solo con l’introduzione dell’obbligo scolastico e, successivamente, con la diffusione della televisione (nonché con la massiva emigrazione interna degli anni Cinquanta e Sessanta) che la lingua italiana diviene un fenomeno “quotidiano”, un qualcosa che si parla anche in casa e non solo quando ci si trova a dover aver a che fare con un maestro, un giudice, un alto funzionario: insomma, è solo da un centinaio di anni che coloro che abitano nella penisola hanno come madrelingua l’italiano, e non un’altra delle moltissime altre lingue, in un certo senso più “genuine”, che si sono diffuse nel paese partendo dal latino e dalle altre parlate locali. In alcuni contesti, per altro, è ancora così: mi è capitato più volte di dire, metà scherzando e metà no, che molti veneti sono multilingue, hanno una lingua che hanno appreso a casa (il veneto) ed un paio d’altre che ha insegnato loro la scuola (mediamente l’inglese, e poi l’italiano); ma lo stesso si potrebbe dire, pure, per campani e siciliani.

Un tale stato di cose, ovviamente, è, anche in questo caso, una conseguenza della particolare storia italiana; che poi, sarebbe il terzo criterio cui ci si potrebbe appellare per circoscrivere il gruppo sociale che può dirsi italiano: è italiano colui i cui antenati hanno vissuto la storia italiana. Questo criterio, tuttavia, è non meno problematico degli altri: di fronte ad esso, infatti, non ci si potrebbe che porre la domanda “sì, ma quale storia?”. Fin dalla caduta dell’impero romano, le diverse regioni d’Italia hanno vissuto vicende diversissime, che non di rado le hanno viste addirittura contrapposte: la discesa dei Longobardi unì regioni tra loro lontanissime e ne separò di contigue; la contrapposizione Nord/Sud si creò quando nel secondo si instaurò una forte autorità centrale, laddove nel primo si affermava il sistema comunale che avrebbe portato alla frammentazione statale che si mantenne fino all’unità; i Savoia erano visti come barbari invasori dai loro vicini del Monferrato; la prima e la seconda guerra mondiale spaccarono il paese in due geograficamente oltre che, nel secondo caso, ideologicamente: insomma, il passato che dovrebbe accomunare tutti gli italiani pare esistere solo nei manuali che, indefessi, continuano ad arrivare nelle scuole elementari, ed a presentare la battaglia di Pontida come uno scontro tra i patrioti italiani e il tedesco invasore. O che, almeno, ci arrivavano quando ci studiavo io.

E questo mi porta a farmi una domanda: ma se è la scuola (che in fin dei conti è anche quella che ci insegna a parlare e scrivere in italiano) a creare quel costrutto artificiale, quell’identità fittizia che chiamiamo italianità… allora perché la Lega e Fratelli d’Italia sono così contrari allo ius scholae?

11 thoughts on “Dobbiamo fare gli italiani

  1. molto interessante.

    due osservazioni marginali:
    1. il significato di cattolico come universale, in senso geografico, è quello che è stato dato in tempi recenti al termine greco katholikòs, credo per nasconderne il significato originario, che a me pare fosse da intendere in senso filosofico: chiesa universale perché esprimeva l’integrale e universale verità. in pratica un sinonimo di integrale.
    2. la nascita dell’italiano come lingua parlata non può essere fatta risalire a prima degli anni Sessanta, nonostante la scuola obbligatoria, per due anni allìUnità e poi via via fino a 14 anni dalla Costituzione in poi. ma il processo è ancora parziale e ci sono regioni, come il Veneto appunto, oppure il Sued Tirol, dove la lingua parlata è tuttora un’altra. il veneto infatti è una vera e propria lingua, come il sardo o il catalano, e non un dialetto.

    graize del bellissimo articolo.

    • 1. O di integralistico.
      2. Che poi, sentivo che i linguisti ormai considerano come unica differenza tra lingua e dialetto l’esistenza di una tradizione letteraria scritta.

      • esatto, sia per la prima sia per la seconda osservazione.
        e la letteratura veneta esiste: precede addirittura la formazione della tradizione letteraria italiana (che poi non esiste fino a Dante, in realtà, perché prima di lui le tradizioni sono soltanto regionali), e continua per secoli: Goldoni è il più noto, ma la letteratura veneta è davvero ricchissima:
        https://it.wikipedia.org/wiki/Letteratura_in_lingua_veneta
        aggiungo che veneto è perfino l’Indovinello veronese, la testimonianza più antica del volgare in Italia.

  2. Azzarderei a dire che il tuo post è la versione estesa del “l’Italia è fatta, facciamo gli italiani” attribuito a D’Azeglio, che si traduce poi tautologicamente in un nulla di fatto per manifesta incompatibilità di pensieri, parole, opere ed anche omissioni.

      • sì hai ragione, sono stato un po’ risicato con le parole. parte prima: condivido il senso del pensiero attribuito a d’azeglio, della necessità di allora di trovare dei trait-d’union in un coacervo di popoli uniti (forzatamente) sotto la medesima bandiera. parte seconda: la necessità di allora è la stessa oggi, perché non è cambiato nulla nella sostanza, ma altrettanto impossibile è il risultato – in questo senso mi riferivo al circolo vizioso. l’Italia è il medesimo coacervo di popoli con radicate idee e culture differenti, modi di comunicare altrettanto differenti e modi di agire; e, per chiudere il gioco di parole con la frase liturgica, ho aggiunto un piccolo riferimento alle intenzionali omissioni che lega e fdi operano costantemente nella comunicazione quotidiana.

  3. La povertà dialettica di alcuni esponenti della destra, mi fa dubitare della loro effettiva italianità.
    Riguardo i contenuti della loro campagna elettorale, meglio sorvolare: profughi e flat tax (che sarebbe incostituzionale, tra l’altro).
    Deprimente.

    Non che a sinistra tuttavia si stia molto meglio, con tutte queste frammentazioni ideologiche spesso incoerenti con il loro passato.

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