Ogni uomo (colto?)

A pagina 7 del loro imprescindibile L’arte di stupire, Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, facendo riferimento alle molte storie, tutte vere, tutte sorprendenti, alcune anzi francamente sconvolgenti, raccolte in quel libro (che, come ho più volte confessato su queste pagine, mi ha cambiato la vita), si dichiarano orgogliosamente possessori di una collezione “molto insolita”. Semmai decidessimo di scrivere un libro di viaggi (e sospetto sia una segreta ambizione di entrambi), io e la mia amica Anita potremmo modestamente aprirlo facendo un’affermazione simile; la nostra “collezione molto insolita”, però, sarebbe costituita dai ricordi che ci legano ai numerosissimi monasteri, conventi, abbazie, cenobi e simili che abbiamo visitato, insieme, nel corso del tempo.

Dall’eremo delle Carceri di Assisi, dove Francesco tentò nel Duecento un’impossibile conciliazione (che, infatti, non gli riuscì) tra il suo desiderio di purezza e la cerebralità del cristianesimo dei suoi tempi, fino alla certosa di San Martino, arrampicata su uno sperone del colle del Vomero che offre una visione quasi irreale del golfo di Napoli, una delle più spettacolari opere di quell’artigiano che alcuni vogliono chiamarsi Dio; dall’abbazia del Monte Oliveto di Asciano, che occulta al suo interno, come un reliquiario fa con le ossa di un santo, il chiostro dipinto, nel Cinquecento, da Luca Signorelli e dal Sodoma, a quella di Santa Chiara, ancora a Napoli, visitata in un giorno di sole che faceva brillare come diamanti le maioliche di cui è ricoperta; dalla solitudine di sant’Antimo, così raccolto che qualcuno potrebbe pensare di lasciarci il cuore, all’assurdo Chiostro Lateranense, oasi di silenzio all’interno della Città che non ha mai dormito, Roma, sono effettivamente innumerevoli i luoghi di vita e preghiera di monaci e suore in cui io ed Anita abbiamo deciso di andare a ficcare il naso. Di quasi tutti, occorre confessarlo, serbiamo una memoria piacevole: solo l’Hospital de los Venerables Sacerdotes di Siviglia (che è un caso piuttosto sui generis di convento) si rivelò essere una grandissima delusione, probabilmente l’unica riservataci da quella città, per altro; non posso comunque escludere che ciò accadde perché ad attirarci in quell’antico pensionato per prelati era stata la prospettiva di ammirare tre quadri che esso conserva e che sono stati firmati da Diego Velazquez: Velazquez infatti in Andalusia ci era nato, salvo poi lasciarla giovanissimo; a giudicare dalla qualità delle tele esposte nell’Hospital, probabilmente ancora prima di intraprendere gli studi artistici che lo avrebbero reso uno dei più grandi pittori di tutti i tempi.

Sto divagando: ho scritto questa lunga introduzione non per stroncare i lavori giovanili di Velazquez, quanto piuttosto per ammettere che storia d’amore è l’espressione che meglio definisce il rapporto che io ed Anita abbiamo con i chiostri. Mi rendo conto che, ad alcuni tra coloro che ci frequentano (dal vivo, o “per interposto Internet”), questo fatto potrebbe risultare sorprendente: una volta che uno ci ha conosciuti, ci mette poco a rendersi conto che entrambi siamo talvolta mangiapreti, e comunque sostanzialmente atei (per quanto questo termine sia improprio: l’ateismo è a sua volta una religione, coi suoi dogmi e la sua obbligatoria aderenza ad essi, e questo è esattamente ciò che tiene me, e credo anche Anita, lontano dall’incenso e dagli altari); ed io stesso, per molto tempo ho cercato di razionalizzare il senso di pace che provo (quasi) tutte le volte che entro in una chiesa o mi aggiro per quegli stessi luoghi che, per secoli, uomini e donne di cui non comprendo la fede hanno calpestato recitando Pater Noster e Salve Regina. Inizialmente, ne ho fatto un discorso di arte: tutti i grandi artisti del passato, mi dicevo, hanno lavorato per la chiesa cattolica e ne hanno reso grandi, in alcuni casi eterne, le “sedi”, cosicché è impossibile non andarci a finire dentro, se si vuole vedere un Michelangelo o un Raffaello; in seguito, ho cercato di “storicizzare” il mio sentimento, riconducendolo ad una specie di imprinting ricevuto dal luogo in cui sono nato ed in cui sono vissuto fino al raggiungimento della maggiore età: un luogo che sorge non lontano da Montecassino, dove san Benedetto da Norcia inventò la declinazione occidentale del monachesimo; una specie di interpretazione tutta personale della frase di Zerocalcare “nessuno guarisce dalla sua infanzia”. Infine, e credo che questa sia stata una delle tappe fondamentali nel mio passaggio verso l’età adulta, ho dovuto comprendere che, come tutti gli uomini, anche io non potevo essere esente dal bisogno del sacro, pur rigettando in maniera assoluta quella sua interpretazione pedestre che è la religione; per citare una frase di Borges che ho sempre trovato fulminante nella sua arguzia, ho capito che ogni uomo colto è un teologo (anzi, che ogni uomo è un teologo), e che per esserlo, credere a Dio non è necessario.

Penso non sia del tutto casuale che l’accettazione della mia spiritualità sia passata da Borges: ho dovuto infatti col tempo rendermi conto che essa ha molto a che fare col mio amore per quelle che potremmo definire elucubrazioni narrative, che sono una cifra caratteristica dell’opera borgesiana (quella, probabilmente, che lo ha reso il mio scrittore preferito). Ne ho avuto un’ulteriore conferma quando, sabato scorso, io ed Anita stavamo scendendo lungo il fianco del monte in cima al quale avevamo appena concluso una visita guidata all’eremo di Camaldoli, ed io continuavo ad “elaborare in background” una frase che lei mi aveva detto mentre insieme ad un’altra ventina di persone ci stavamo radudando nel cortile centrale dell’eremo, e che mi ripete spesso durante le nostre “gite sacre”.

“Io in una vita precedente ero un monaco”.

Ora, capisco benissimo che quello che vuole dirmi con queste ironiche parole è che le piacciono assai la pace e la tranquillità che regnano tra le mura dei monasteri (soprattutto ora, che sempre meno sono le persone che li abitano), nonché il gusto elegante e severo di chi li ha decorati e le raccolte librarie che essi custodiscono, che non possono che affascinare una bibliofila come lei. D’altro canto, a volerci riflettere un poco, quelle stesse parole possono essere il punto di partenza per una elucubrazione (appunto) spregiudicata sul concetto di tempo, che potrebbe mettere d’accordo la teoria della reincarnazione, tipica delle culture orientali, con le visioni, talvolta preveggenti, caratterizzanti tante figure di santi e beati, non di rado appartenenti ad un ordine monastico, del cristianesimo. Chi dice infatti che le reincarnazioni possano avvenire solo “verso il futuro” o, che è lo stesso, che la vita precedente di una persona debba essersi svolta per forza nel passato? Per Dio, in fin dei conti, il tempo accade tutto nello stesso momento, passato, presente e futuro si dispiegano contemporaneamente di fronte ai Suoi occhi; e così, un uomo o una donna che, per Sua imperscrutabile volontà, debbono rinascere, possono farlo in un punto qualunque del tempo, anche in un uno che, dal loro punto di vista, è situato nel passato: così, un monaco del Cinquecento che ricordi la sua vita precedente, quando era un industriale della ghisa nell’Inghilterra dell’Ottocento, descriverà quel ricordo come una confusa prefigurazione del futuro o, più probabilmente, come una rivelazione sull’Inferno; così, una pastorella della Fatima di inizio secolo, che ricordi di aver visto, ottant’anni dopo, l’attentato contro Giovanni Paolo II, lo metterà per iscritto ed attribuirà quell’incubo alla Madonna…

Ovviamente, una simile speculazione, condotta per puro gusto narrativo, costringe chi la compie ad abbandonare, anche solo per il tempo che dura questo gioco, la visione tradizionale (almeno in Occidente) del tempo, quello che lo vuole essere una freccia che “punta” in una sola direzione, e ad abbracciarne una non lineare, in cui esso è labirintico e multidimensionale; ma chiaramente, una simile operazione non è priva di conseguenze e, per esempio, colpisce alla radice il concetto di identità, che è quello su cui si basa tutta la nostra filosofia… Potrei continuare, ma mi fermo qui, perché ho già espresso quanto volevo: il sacro esiste poiché tutti gli uomini si fanno queste domande.

A meno che, ovviamente, non sia vero il contrario, ossia che tutti gli uomini si fanno queste domande perché il sacro esiste.

Ma questa domanda, che riguarda l’origine, non è religiosa anch’essa?

7 thoughts on “Ogni uomo (colto?)

  1. Interessante dissertazione. Anche a me capita di apprezzare la pace che si avverte in certi luoghi preposti alla preghiera. Credo sia un bisogno di estraniarsi da tutto ciò che è mondano e sentire, per un attimo, quella “dimensione insondabile” a cui l’essere umano aspira.

  2. Speculazione molto borghesiana. Annulliamo la freccia del tempo, poi l’identità e visto che ci siamo anche lo spazio e la materia. Ci rimane ben poco su cui accapigliarci.

    PS.
    Poi ci sarebbero tutte le pievi romaniche della pianura romagnola fra forli e ravenna, piccoli gioielli misconosciuti.

    • Forse sarebbe meglio così. Per altro, io non appartengo a quella scuola di pensiero; o meglio, quelle speculazioni mi sembrano bellissimi “giuochi per uomini di dottrina” (che è poi quello che per me è la letteratura), ma all’atto pratico credo cambi poco, per noi, che il tempo esista, o che noi crediamo che esista. Il nostro comune amico Mauro non è d’accordo, ma per me tant’è:-).

      (Ad esempio?)

      • Le piu vicine a te, vado a memoria:
        Pisignano
        San Piero in Trento
        Campiano
        Pieveacquedotto (forlì vicino la casello)

        Sono pievi paleocristiane che sono sopravissute fino ad oggi. Piccole e spoglie, luoghi un po dimenticate e usate prevalentemente per i matrimoni pretenziosi.

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