Book tracker – 5

(ogni spiegazione su cosa sia questa bizzarra rubrica la trovate in quest’introduzione, sorprendentemente divenuta anacronistica).

Oggetti di reato, di Patricia Cromwell: con una frase fatta, si potrebbe dire che ho odiato amare questo romanzo, non fosse che “amare” è probabilmente un termine eccessivo per definire le sensazioni che ho provato leggendolo; per altro, credo che esso non presenti alcuna particolare caratteristica che lo distingua dagli altri che la Cromwell ha scritto e che hanno per protagonista il medico legale Kay Scarpetta. Devo tuttavia confessare che non sono riuscito a staccarmi dalle sue pagine fino a quando non ho scoperto chi era stato ad uccidere la giovane scrittrice Beryl Madison, il che per un thriller è un gran merito; e, benché la conclusione sia stata deludente nella sua gratuità e molti dei personaggi siano degli insopportabili clichè (possiamo cortesemente immaginare degli investigatori privi di traumi pregressi?), non posso non riconoscere il mestiere con cui la Cromwell avvince il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Il club dei mestieri stravaganti, di Gilberth K. Chesterton: l’idea ludica alla base di questa raccolta di racconti, una parodia di quelli scritti da Arthur Conan Doyle che avevano per protagonista la ferrea logica di Sherlock Holmes, è probabilmente il suo maggior punto di forza: a Londra esiste un circolo, assai esclusivo, che riunisce persone che svolgono, appunto, un mestiere stravagante; e questi personaggi vengono tutti coinvolti nelle improbabili indagini di un magistrato ritiratosi dalla professione quando diventato pazzo (o, per meglio dire, quando la società ha iniziato a considerarlo pazzo). Si tratta essenzialmente di un gioco letterario, che Chesterton conduce con maestria quando si tratta di dispiegare la potenza della sua inventiva ma che, tuttavia, mostra un poco la corda quando si giunge agli aspetti maggiormente “giallistici” della faccenda (ma, d’altronde, l’intento di Chesterton era forse dimostrare che non può esistere un giallo che non sia in qualche modo artefatto); col progredire dei racconti, l’autore ci prende la mano ed inizia a divertirsi sempre di più, e noi con lui, fino a giungere alla pirotecnica conclusione che testimonia una ferrea struttura sottostante l’opera che, fino a quel momento, era rimasta celata.

Andare per la Roma dei templari, di Barbara Frale: se, come me, vi fate ingannare dal titolo, che sembra promettere una “guida turistica” che conduca a visitare le ultime vestigia del passaggio della confraternita templare nella Città Eterna, resterete fortemente delusi; d’altro canto, accettato questo libro per ciò che è, ossia un accurato trattato di divulgazione storica, non si può non apprezzare la cura, anche letteraria, che la sua autrice ha dispiegato nello scriverlo. Opera assai agile, che consente di far luce su alcune questioni storiografiche troppo spesso semplificate da una vulgata sensazionalistica, il libro ha l’indubbio merito di “azzardare il punto di vista”, ricostruendo la storia dei Templari a partire dal “paesaggio” di Roma e, in particolare, da alcuni suoi luoghi assai noti che vengono descritti in modo decisamente poco convenzionale. Un libro che mi ha sorpreso allo stesso modo in cui lo avevano fatto Roma 1564 e Cercar tesori tra Medioevo ed Età Moderna: che il futuro della divulgazione storica sia in mano alle donne?

Incubi di provincia, di Bonvi: raccolta di storie brevi ideate e disegnate da uno dei più importanti fumettisti italiani del Novecento, anche qui abbiamo a che fare con un titolo o, per meglio dire, con una copertina ingannevole: a guardare il sorriso minaccioso dell’uomo che vi è ritratto, infatti, mi aspettavo truculenti resoconti sulle violenze di killer della Bassa, resi folli dalla tranquillità eccessiva e da un paesaggio in cui l’unico elemento di novità è dato dallo spuntare continuo di capannoni industriali; ho avuto, invece, un volume che esplora il tema dell’incubo inteso nel suo senso proprio, ossia come brutto sogno. Lo stile cartoonesco di Bonvi è particolarmente adeguato a questi brevissimi sketch, ideati (o forse sognati?) appositamente per essere surreali; il livello dell’invenzione narrativa non sempre è all’altezza della resa grafica, ma negli episodi migliori il ritmo e l’ironia non fanno rimpiangere i capolavori di Borges o di Fredric Brown: tra tutti, merita una menzione particolare Andiamo all’Havana (basata su un soggetto di quello stesso Francesco Guccini che qui firma un’introduzione che non ho letto) che, nella sua dolcezza e levità, mi ha ricordato alcuni racconti di Rodari o di Stefano Benni. Proposto dal marketing come un volume per collezionisti, in realtà può essere una bella sorpresa per chiunque: e ringrazio qui il mio amico Tiziano per avermelo regalato.

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