Honoris causa

Se potessi scegliere di avere un solo superpotere, quale sarebbe?

So che sembrerà ozioso, ma quella che leggete nel paragrafo precedente è una domanda su cui molto mi sono arrovellato, nel corso della mia vita: forse, perché si trattava di una questione che emergeva spesso, nei circoli nerd che ho frequentato (lo ammetto senza vergogna ed anzi con un certo orgoglio), e fisicamente, e virtualmente, per larga parte dei trentatré anni che sono stato su questa Terra; al contrario di molti altri che ciclicamente si affacciano alla mia mente, ed a cui non riesco mai a dare una risposta definitiva, quell’interrogativo ha infine trovato risoluzione: risoluzione su cui credo esercitino un peso significativo e l’opinione di un’autorità in materia come il dottor Manhattan, e la fascinazione che su di me esercita, fin dalla prima visione (avvenuta ad un’età in cui non avevo strumenti per “oppormi” ad essa: ma forse è stato meglio così), la saga di Ritorno al futuro.

Se potessi scegliere di avere un solo superpotere, sarebbe viaggiare nel tempo. E, anche se non lo credevo possibile, un mese fa circa ci sono riuscito.

Un mese fa circa, infatti, sono tornato dopo molti anni ad una Festa dell’Unità (mi piacerebbe dire contro la mia volontà ma, in realtà, nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali); e, non appena ho varcato l’ingresso del parco in cui il circolo cesenate del PD l’aveva organizzata, mi sono ritrovato improvvisamente catapultato a dieci anni prima, all’ultima volta in cui avevo avuto il coraggio di andare a vedere di persona in che modo gli iscritti di quel partito alimentano il mito della loro importanza, durante il primo dei miei viaggi “spirituali” in terra toscana (ne ho accennato qui): tutto era esattamente come l’ultima volta che lo avevo visto, dai baracchini che vendevano salsiccia agli anziani militanti che cercano di convincerti che il loro partito sta ancora lavorando per la rivoluzione proletaria o, almeno, per i “meno fortunati”; dalle scalcagnate (ma sorprendentemente virtuose) band provinciali alle ponderose conferenze sui padri nobili della sinistra (da Pasolini a Majakovskij), che credo troverebbero quanto meno irriguardoso che si citi il loro nome in un contesto del genere. Certo, “l’evento” si chiama ora Festa Democratica, e non più Festa dell’Unità: sia mai che a qualcuno venga in mente che quello che dovrebbe essere il principale partito del centrosinistra italiano ha alle spalle una storia anche comunista; d’altronde, il PCI è stato probabilmente uno dei partiti più conservatori della Prima Repubblica (come giustamente sottolinea Bellocchio nel suo recente Esterno notte), e gioverà ricordare che, in una delle sue ultime, desolanti comparsate in edicola, l’Unità si è giovata della direzione di Maurizio Belpietro: due fatti che dovrebbero testimoniare la sostanziale continuità tra quella storia e il partito confindustriale e retrivo che è il PD attuale. Forse è questo, che fa delle feste dell’Unità uno straordinario wormhole in cui entrare per viaggiare nel tempo, per ritrovarsi in un luogo in cui pare che non ci siano mai stati l’appoggio al governo Monti, la coabitazione con la Lega e Forza Italia, un tentativo di alleanza con Carlo Calenda ed una doppia candidatura offerta a Pierferdinando Casini, in barba alle proteste dei militanti della sezione bolognese che si sono visti imporre il suo nome.

Certo, la straordinaria esperienza di divenire un crononauta non è stata priva di conseguenze e fastidi. Poco dopo aver superato l’ingresso, ed il conseguente banchetto su cui mi si chiedeva di lasciare un’“offerta libera”, mi si è avvicinato un signore di una settantina d’anni, porgendomi un volantino che riportava la soluzione finale definitiva per il problema dell’immigrazione in Italia: concedere a tutti i figli di stranieri nati in Italia la cittadinanza onoraria. Ignoro le modalità precise con cui l’ignoto volantinatore si proponeva di realizzare questo proposito: letta, infatti, l’intestazione del foglio che mi stava consegnando, ho rifiutato di prenderlo; trovo una simile idea insultante e reazionaria, e, ingenuamente, ho sperato che essa rappresentasse l’idea di quel singolo militante, e non la linea politica di un partito che si propone ancora, quanto meno dal punto di vista mediatico, come progressista, ed anzi come il punto di riferimento per i progressisti. Gli eventi successivi mi hanno dimostrato quanto clamorosamente mi sbagliassi.

Ha infatti suscitato un certo rumore online, nei giorni scorsi, la notizia che Khaby Lame fosse diventato cittadino italiano, con tanto di video, condiviso praticamente ovunque, di lui che leggeva il giuramento alla costituzione nel comune di Chivasso, la città piemontese in cui vive. Per chi non lo conoscesse, Lame è un rapper, nativo del Senegal ma stabilmente residente nel nostro paese da quando aveva un anno, divenuto famoso con dei video pubblicati su TikTok, social network di cui è al momento l’utente più seguito al mondo. Questo aspetto deve rivestire una certa importanza per la politica locale, se è vero com’è vero che il sindaco fresco di rielezione di quel comune, Claudio Castello, chiaramente in forza al PD, ha citato il suo nome nel suo discorso di insediamento, annunciando contemporaneamente il suo impegno per far sì che tutti i nati da genitori stranieri a Chivasso ricevano (ed ecco che il cerchio si chiude) la cittadinanza onoraria.

Credo risulti sorprendente, per chi mi conosce, che io giudichi negativo un simile impegno: in fin dei conti, ho sempre dichiarato la mia contrarietà a tutti quei dispositivi (compreso lo ius scholae) che rendono il raggiungimento dello status “burocratico” di italiano una corsa ad ostacoli per tutte quelle persone che per me sono chiaramente italiane, almeno quanto lo sono io; dunque, si potrebbe pensare, dovrei essere favorevole ad un provvedimento del genere, che, con una specie di colpo di bacchetta magica, trasforma all’istante tutti i figli di nigeriani, albanesi, indiani e via elencando, che siano nati sul territorio italiano, miei compatrioti. Il punto, però, è che iniziative come queste hanno, dal punto di vista simbolico, un significato che trovo francamente ributtante: nel momento in cui si dice che si vuole dare la cittadinanza onoraria a questo o quello, si sta dicendo che essa è un qualcosa che noi italiani, da bravi bianchi civilizzatori, concediamo bontà nostra, a chi ha fatto qualcosa per meritarselo, fosse anche solo essere stato così intelligente da scegliere di nascere tra le Alpi ed il canale di Sicilia; dove, per altro, Lame non è nato: ed in questo senso vanno intese le lamentazioni che ho letto su pressoché tutti gli articoli che si sono occupati di Khaby Lame (ma ammetto di non aver consultato né Il secolo d’Italia, né Il primato nazionale) riguardo lo scandalo che costituirebbe il fatto che una persona così famosa non avesse ancora ricevuto la cittadinanza del nostro paese; come se il punto fosse che lui se l’è meritata. Ma la cittadinanza, caro volantinatore cesenate, caro sindaco Castello, caro PD nazionale che continua a frapporre infiniti se e ma (sia mai si perdesse il voto “moderato”, ossia di destra) tra le migliaia di fantasmi che abitano in questo paese e che contribuiscono significativamente alla sua vita, anche solo ad un livello banalmente consumistico (avete presente quel gadget inutile che avete comprato ieri su Amazon e che oggi vi è già arrivato a casa perché avete Prime? Probabilmente ve l’ha portato uno straniero) ed un loro riconoscimento formale, non è un regalo che dobbiamo fare “agli altri” perché siamo generosi: è un diritto che “gli altri” possono e in certo senso devono prendersi, che noi lo vogliamo o no.

Anzi: se vogliamo essere veramente “progressisti”, il nostro compito è aiutarli a farlo.

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