Ideologia, portami via (magari, ad Elm Street)

Mi pare fosse in uno dei saggi raccolti in Sulla letteratura che Umberto Eco notava come non tutte le citazioni debbano necessariamente essere volontarie.

In quel testo, l’intellettuale alessandrino faceva riferimento a quelle che potremmo chiamare “citazioni di seconda mano”, in cui si cita un autore non sapendo che egli, a sua volta, stava citando qualcun altro, e a quelle situazioni in cui una certa idea o un certo “sentimento” sono, per così dire, “nell’aria”, e due o più autori giungono a formulazioni simili di essi, apparentemente facendo riferimento uno all’altro ma in realtà in maniera indipendente. Ho dovuto rendermi conto, qualche giorno fa, che esiste anche un terzo tipo di citazione involontaria: quella che si realizza quando un certo testo è stato così importante per la propria formazione che ci si ritrova a citarlo anche senza rendersi conto di star usando le sue parole.

In un’intervista, Bruce Springsteen ha detto che, quando ha ascoltato la prima volta Like a rolling stone di Bob Dylan, si è sentito come se qualcuno gli avesse spalancato le porte della mente con un calcio: ecco, posso dire che è stato più o meno questo l’effetto che mi ha fatto Mentana ad Elm Street di Daniele Luttazzi; non dovrebbe dunque stupirmi che esso sia finito per diventare, per me, un testo del genere di cui parlo nel paragrafo precedente, come per altro è noto a chiunque abbia frequentato questo blog per più di quindici minuti (poveri voi). Ne ho parlato pressoché ogni volta che ho trattato l’argomento satira, è stato il punto di partenza per quello che considero uno dei miei testi migliori (questo, che si inseriva in una discussione che è stata poi purtroppo annientata dalle migliaia di contingenze della cosiddetta “attualità”), l’ho consultato frequentissimamente quando, anni fa, provai la strada dell’autore satirico con la rubrica Del peggio del nostro peggio, che è stata quella che più ho faticato ma che più mi sono divertito a scrivere (senza parlare di quante visite mi fruttava), ed anzi fu proprio una sua, ennesima rilettura, a farmi abbandonare definitivamente il proposito di continuarla (trovate la spiegazione del perché qui). Anche solo per quell’opera, l’ho già scritto in passato e non mi pento a ribadirlo qui, Luttazzi dovrebbe essere considerato una pietra miliare della satira, fosse anche vero (come in effetti non è) che ha copiato tutte le battute del suo repertorio: che io sappia, non esiste un’analisi più approfondita ed una critica più serrata del genere letterario in questione, delle responsabilità dei suoi autori, dei suoi intendimenti e dei suoi metodi. A rifletterci a posteriori, trovo anzi sorprendente che nessuno si sia mai servito degli strumenti che Luttazzi ci ha messo a disposizione in quello scritto per analizzare anche altre forme di comunicazione: ad esempio, quella politica; dirò di più, trovo sorprendente che io non mi sia mai servito degli strumenti che Luttazzi mi ha messo a disposizione per analizzare la comunicazione politica.

O, almeno, così credevo, finché due giorni fa, dopo aver riletto a seguito della pubblicazione (un vezzo cui non manco mai di indulgere) il mio ultimo articolo, non mi sono accorto che esso era proprio questo: una citazione, meglio, una riscrittura di Mentana ad Elm Street che partiva dall’abominevole scelta di Giorgia Meloni di diffondere attraverso il suo profilo Twitter il video di uno stupro, invece che dalla decisione di Enrico Mentana di lasciare Mediaset in polemica per il modo in cui era stato trattato il caso di Eluana Englaro: ed è curioso come il testo originale ed il “testo-clone” si somiglino anche in questo, visto che entrambi prendono le mosse da un fatto di cronaca rapidamente trasformato dai politici, ed in particolare dai politici di destra, in una scusa per fare della pornografia emotiva.

Ma le somiglianze sono davvero ragguardevoli: in Mentana ad Elm Street, Luttazzi facendo riferimento al cartone animato comico I Griffin e ad un suo sketch (rivoltante) su Anna Frank, scriveva che:

è blasfemo che l’autore non si renda conto che NON SI PUÒ usare Anna Frank per un anticlimax comico.

Non diversamente, io chiosavo (per altro utilizzando una parola che proviene proprio dall’originale di Luttazzi) che l’orrore (in questo caso, quello di uno stupro) non può essere utilizzato a fini elettorali; in un altro punto, Luttazzi rispondeva ad una critica su una sua battuta con uno sferzante “come se l’argomento fosse il buon gusto”, che è lo stesso “mirare al bersaglio sbagliato” che io rinfacciavo ad Enrico Letta.

Soprattutto, è condiviso il punto di vista sull’utilizzo della vittima per i propri fini: probabilmente, il concetto più importante introdotto da Mentana ad Elm Street è la distinzione tra satira, che utilizza il comico per mettere in ridicolo il potente e schierarsi dalla parte della vittima, e sfottò fascistoide, in cui invece il dileggio è rivolto contro la vittima e questa viene usata per far ridere. Non diversamente, trovavo che la Meloni si fosse comportata appunto in maniera fascistoide (ogni riferimento è puramente casuale) sfruttando una vittima, e per di più di un crimine orrendo, per “tirare acqua al suo mulino”: e, a rileggere adesso Luttazzi, mi sembra che sottilmente quel suo tweet così brutto possa avere un intento non diverso dalle battute su Anna Frank di cui si parlava più su:

Cresce l’ansia sul tuo futuro, minacce vere incombono, i problemi sembrano irrisolvibili, e tu senti il bisogno di una fuga nella deresponsabilizzazione e nella forza muscolare che l’idea fascistoide può offrirti a buon mercato: “Ti lamenti che non hai più diritti e che abbiamo ridotto la tua vita uno schifo? Guarda, c’è gente che sta ancora peggio di te: a loro abbiamo tolto anche lo status di esseri umani”.

Per altro, trovo quasi inquietanti, nel loro essere profetiche, queste parole.

Enumerando queste similitudini voglio forse dire che io sto alla comunicazione politica come Luttazzi sta alla satira? Ovviamente no e, anzi, aggiungerei un Domine, non sum dignus. Più che altro, voglio sottolineare che esiste una similitudine, di più, un parallelismo, tra la satira e la politica: questo potrà sembrare ovvio, visto che entrambe sono forme di comunicazione e che la seconda è uno degli argomenti prediletti della prima, fin da Aristofane, che è il satirico più antico giunto fino a noi (e che era un inguaribile conservatore, come spesso dimenticano quei politici e quei satirici che considerano la satira “una cosa di sinistra”: sarà mica che invece sono i politici di destra che si prestano ad essere messi in ridicolo?); ma io credo che ci sia anche qualcosa di più, e cioè che sia la satira, sia la politica, siano una forma di ideologia.

Mi rendo conto che di questi tempi, in cui ideologico è diventato un insulto, ed in cui più che la propria visione programmatica, agli elettori e, più in generale, al pubblico, si vogliono trasmettere dei valori, questo potrebbe sembrare un giudizio negativo: ma confesserò qui che io intendo questo termine in senso del tutto personale. Per me, di fatti, l’ideologia è quel qualcosa di cui mi servo per interpretare la realtà, per “ridurla” a modelli che posso “maneggiare” e per schematizzarne il funzionamento; in questo senso, l’ideologia è qualcosa di non dissimile dalla scienza, solo che io la applico per comprendere i fenomeni, diciamo così, “umani”, invece che quelli “meccanicistici”. A voler utilizzare una metafora, se la vita fosse una storia, allora l’ideologia sarebbe l’intreccio che io decido di darle: e, come sappiamo se ci siamo mai fermati a riflettere su quanti romanzi e quanti film si basino su trame pressoché identiche, risultando nonostante ciò assai poco somiglianti, allora capiremo com’è possibile che le persone possano giungere a possedere ideologie profondamente diverse pur avendo vissuto eventi similari; il punto è che “se la raccontano” in maniera diversa.

Quest’ultimo punto è assai importante perché la psicologia ci dice che tutti dobbiamo raccontarcela in qualche modo; in altri termini, che l’ideologia non sono è qualcosa di positivo, ma di necessario. Non si può, dunque, giudicare negativamente qualcuno perché “è ideologico”: semmai, lo so può giudicare sulla base di quale ideologia applica e propaganda. E qui torniamo alla satira ed alla politica come ideologia.

Un satirico onesto è uno che racconta e contesta la storia di un mondo in cui il potere corrompe sempre, ed ha un unico scopo: quello di mantenere se stesso a qualunque costo; di un potere così disumano, la satira invita a farsi beffe. La politica (o, almeno, una certa politica), sorprendentemente, racconta la stessa storia, ma non la contesta affatto: ritiene anzi che l’esercizio del potere da parte di qualcuno sia fondamentale per il bene di tutti… non mancando mai di circoscrivere che non tutti sono questi particolari tutti, e che solo a certe condizioni si può meritare di ricevere l’attenzione di “coloro che contano”.

Certo, con una battuta si potrebbe obiettare che anche questa visione quasi manichea del mondo è ideologica; sorprendentemente, quest’obiezione non susciterebbe in me alcun risentimento: è vero, è ideologica. Ma io non lo rinnego: ne vado fiero.

(il presente articolo è imperfetto, me ne rendo conto. Va inteso più come una raccolta di appunti e, se vorrete, di spunti, che come una sistematizzazione definitiva: un’ulteriore conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che decisamente non sono Luttazzi).

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4 thoughts on “Ideologia, portami via (magari, ad Elm Street)

  1. Un articolo davvero affascinante, una specie di autoanalisi che mi ha molto colpito, soprattutto per quello che hai detto sulla satira. La satira deve colpire il potente, il forte, non le persone deboli e le vittime. La satira è sempre stata così, la satira è qualcosa di molto più intelligente e profondo.

  2. arrivo a questo post con un ritardo di cui non sono colpevole io, ma wordpress, che non me lo ha notificato per mail, ma forse lo fa perché devo rendermi meglio consapevole dell’esistenza anche della campanella, di cui finora ignoravo la funzione – mica male dopo tredici anni di wordpress…

    intervengo non per dire quanto lo apprezzi in generale, dando la cosa un poco per scontata, ma per esprimere un dissenso, cosa che mi sembra più proficua.
    riguarda la tua analisi dell’ideologia, dove, a mio parere, confondi l’ideologia con le idee.
    sul valore negativo dell’ideologia ha già detto molto Marx che, nell’Ideologia tedesca, criticò l’ideologia non in quanto tedesca, ma in quanto ideologica, appunto.
    il significato stesso del nome ci dice la sostanza della critica: si ha ideologia quanto le idee diventano -logìa, cioè un discorso sistematico, compiuto, un racconto definitivo, per usare la tua immagine, e si bloccano di fronte all’emergere, inevitabile e continuo, di fatti che le mettono in discussione e costringono a rivederle.
    certamente abbiamo tutti bisogno di dare qualche sistematicità al nostro pensiero, ma darglielo in forma ideologica significa bloccarne lo sviluppo e chiudere gli occhi davanti a nuovi fatti che mettano in difficoltà le nostre prime sistemazioni.
    ma anche il marxismo è diventato una ideologia, mi dirai tu: indubbiamente. ma altrettanto indubbiamente è qualcosa che Marx per primo avrebbe aborrito.

    ciao, un caro saluto, dopo un bel po’ di tempo…

    • Infatti ho scritto che io intendo l’ideologia in altro senso, più come “metodo” che come “sistema”. Insomma, va bene l’ideologia, ma senza diventare ideologici 🙂 (che, al di fuori dello stesso, è anche come dire: usiamo la scienza, ma senza diventare scientisti).

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