Usa il tuo

Nel mondo della medicina d’urgenza esiste una citazione, variamente attribuita a colleghi che si occupano o addirittura insegnano la materia, che esprime bene il grado di venerazione che molti di coloro che fanno il mio lavoro provano nei confronti della cosiddetta “ecografia clinica” (che sarebbe a dire, l’ecografia eseguita direttamente da chi ha in cura il paziente, per avere una risposta ad alcuni ben precisi quesiti, e non da un professionista specifico con lo scopo di ottenere una “bella foto” di un processo patologico).

Quella citazione è

Io vedo col suono. Qual è il tuo superpotere?

e a qualcuno è piaciuta al punto da volersela stampare sui vestiti.

La frase, è chiaro, ha una valenza essenzialmente “pubblicitaria”, ed in ragione di ciò sono disposto a perdonarle il tono enfatico ed un’imprecisione (l’ecografia è resa possibile dagli ultrasuoni, non dal suono); non di meno, sarebbe veramente sciocco negare l’importanza di questo strumento nel mondo complesso ed a volte complicato dell’urgenza: esso permette di togliersi dei dubbi, di definire meglio il quadro clinico, di capire “quanto male sta” un paziente che non siamo riusciti ad inquadrare ancora perfettamente e, insomma, di fare meglio il nostro lavoro. Alcuni, tuttavia, hanno rapidamente superato questo più che comprensibile e ragionevole entusiasmo per precipitare nella venerazione cui poc’anzi accennavo, e sono giunti ad attribuire all’ecografo un ruolo provvidenziale e salvifico che esso, ovviamente, non può avere: in risposta a ciò, qualche collega non privo di senso dell’umorismo, rimasto a sua volta, purtroppo, anonimo/a, ha voluto partorire un’altra citazione assai diffusa nella mia professione, e cioè

l’ecografo non ha un cervello. Usa il tuo.

Ho ripensato a questa battuta mentre ascoltavo il padre di W., amico argentino del mio amico Luca, lamentare le condizioni pietose in cui, nonostante lì il ciclo delle stagioni sia attualmente fermo al passaggio tra inverno e primavera, versa, nel nord dell’Argentina, il secondo fiume del Sudamerica, il Paranà; ridotto, pare, ad un miserabile rigagnolo dalla caparbia siccità che ha colpito quelle zone. Dopo aver descritto, con una certa tristezza nella voce, questo stato di cose, il padre di W. ha aggiunto, portandosi un dito alla tempia: “Il clima è impazzito. Deve avere un problema aquì“; e la moglie gli ha giustamente fatto notare che il clima non ha una cabeza in cui avere problemi, e che i problemi, semmai, ce li hanno gli uomini che quel clima lo hanno causato, ed ora, verrebbe da dire quasi giustamente, non fosse che chi i disastri del clima li ha provocati non è chi deve subirli, sono costretti ad abitarlo.

Il clima non ha un cervello. Usa il tuo.

Chi affermasse che questo è esattamente quello che hanno fatto e continuano a fare i governanti che sono stati chiamati ad occuparsi del tema, con ogni probabilità il più importante ed urgente che la politica dovrebbe mettere in agenda, sarebbe sarcastico ma, contemporaneamente, avrebbe ragione. A leggere dichiarazioni come quella di Donald Trump, che qualche anno fa, da presidente degli Stati Uniti, durante un inverno particolarmente rigido, disse, dando tutta l’impressione di crederci davvero, che il riscaldamento globale non esisteva perché a New York si moriva di freddo, si potrebbe essere portati a pensare che le élite abbiano scelto di ignorare, quando non di negare e ridicolizzare il problema; e questa è probabilmente la reazione istintiva che essi tennero all’inizio, quando i danni del capitalismo globale e del consumismo sfrenato iniziarono ad essere evidenti: ma, oggi, la loro strategia si è fatta più complessa, e già solo il fatto che si possa parlare di strategia lo dimostra.

Qualche tempo fa ho letto, purtroppo non ricordo dove, un articolo che illustrava (ed in certo modo giustificava) benissimo questa strategia, facendo riferimento alla teoria dei giochi: i governi del mondo si trovano tutti d’accordo su due cose, spiegava l’articolista. Uno, è necessario prendere dei provvedimenti per contrastare il riscaldamento globale; due, devono essere gli altri a prenderli. Il pensiero recondito è che in questo modo si può ottenere l'”obiettivo finale” (la riduzione dei cambiamenti climatici) senza ledere gli obiettivi a breve termine (crescita, sviluppo, PIL e tutte quelle altre idee senza parole di cui avrete la nausea dopo questi due mesi di campagna elettorale intensiva).

Quello che chi ha elaborato questa strategia non ha capito è che il vero paradigma di teoria dei giochi in cui ci troviamo, riguardo al clima, è quello del “gioco del pollo”. Questo paradigma trae ispirazione da un film con James Dean in cui due personaggi sono chiamati a svolgere una prova di coraggio: ciascuno alla guida della sua auto, devono lanciarsi a tutta velocità verso un burrone; il primo che frena o sterza, dimostra di essere, appunto, un pollo (in America, sinonimo di animale pavido: l’equivalente del nostro coniglio) e perde: se, tuttavia, nessuno dei due contendenti si ferma, entrambi muoiono. Ecco, i nostri governi sono alla guida di un’auto che ci sta trainando tutti verso un baratro, ed attendono speranzosamente che l’altro sterzi: il punto è che però ci stiamo pericolosamente avvicinando alla fine di una rupe che, per altro, è la stessa per tutti. Se finiamo nel burrone, ci andiamo tutti insieme, e ci servirà decisamente a poco sapere se questo è colpa dei cinesi, dei russi, degli americani, delle industrie metalmeccaniche o di chi non ne vuole sapere di usare un aereo di linea. Non dobbiamo trovare un modo per fare frenare gli altri: dobbiamo frenare tutti; e chi va più veloce, per primo.

Sottolineare questo aspetto è stato senza dubbio uno dei meriti maggiori del movimento dei Friday for future: dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo farlo adesso, dobbiamo farlo tutti (tutti inteso nel senso di: anche i privilegiati, prima i privilegiati), cambiando un sistema che non solo è profondamente ingiusto, ma è anche suicida; in un certo senso, i ragazzi scesi in piazza a ricordarci che “non c’è un pianeta B” puntavano il dito contro i potenti del mondo e parafrasavano quanto Rorschach dice ad Adrian Veidt nel bellissimo Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons: state attenti, se non volete diventare gli uomini più ricchi su un mucchio di cenere.

Che questo loro avvertimento sia passato sostanzialmente inascoltato, e che il mantenimento dell’edonistico ed effimero benessere attuale sia stato considerato prioritario rispetto alla sopravvivenza quanto meno della nostra specie, sta non solo l’assenza di iniziative reali ispirate a quanto i Friday for future proponevano, ma anche il silenzio assordante dei programmi elettorali dei partiti candidati a guidare questo paese nel breve futuro sul tema della crisi climatica; laddove tutti, invece, non hanno mancato di dire la loro sulla crisi energetica, non di rado caldeggiando (e l’assonanza tra questo termine e Calenda mi suona stranamente sinistra) il ritorno al carbone: e questo è in un certo senso assurdo, visto che le scorse settimane sono state letteralmente infestate di ponderose riflessioni sul fatto che i giovanissimi non vogliono andare a votare. Ma come: i ragazzi vi hanno dimostrato che quando un tema li interessa e li appassiona si mobilitano e si impegnano, e voi, che a parole vorreste coinvolgerli al punto da convincerli ad affidarvi il paese in cui, a Dio piacendo, passeranno i prossimi settant’anni, non ne approfittate? Sarebbe stato senza dubbio più utile questo, che lo sbarco degli ultracorpi su TikTok, in un’edizione for dummies del ben noto adagio di McLuhan per cui il mezzo è il messaggio: se uso il mezzo dei giovani, allora parlerò ai giovani.

Ma qui il mezzo è stato usato nel modo sbagliato, e i giovani (che non sono scemi) hanno avuto modo di accorgersi di quanto tragicamente vuote sono le parole che chi ha rappresentato i loro genitori ed i loro nonni stavano emettendo; ecco perché non hanno potuto fare a meno di accorgersi che il messaggio che con quel mezzo si voleva che li raggiungesse, semplicemente, non esisteva. Se vai su TikTok ma non hai niente da dire, TikTok non può aggiungere contenuto al tuo rumore.

Perché nemmeno TikTok ha un cervello. Usa il tuo.

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5 thoughts on “Usa il tuo

  1. “devono essere gli altri a fare”
    Vale per il mondo “Micro” e per il mondo “Macro”.
    Salvare il mondo? Sono d’accordo, ma lo devono fare “gli altri”.
    Vale per la raccolta differenziata, vale per il risparmio energetico, vale per chi butta la carte in terra per strada. Che vuoi che sia?
    Purtroppo questo modo di pensare è stato adottato anche a livello globale, e le Nazioni, pur essendo d’accordo sul problema, lasciano che siano “gli altri” a risolverlo. Gli altri non sono solo le altre Nazioni, ma anche le future generazioni. Che purtroppo hanno poche armi da poter utilizzare, dato che vengono inascoltati, ed il mondo politico ed industriale non lascia ai giovani nessuna possibilità decisionale.

    • Scusa, non sono d’accordo. Anzi, peggio, per me questa logica delle “piccole cose che possiamo fare tutti” (per quanto di per sé corretta), diventa una scusa che alla fine danneggia tutti. Come l’offsetting delle emissioni di CO2 che ti offrono di comprare per i viaggi in aereo: danno l’impressione che si possa continuare ad agire sulla scala dei singoli, cambiare le lampadine e simili, mentre siamo ormai ad un livello completamente diverso

  2. Il gioco del pollo. È uno dei miei giochi di ruoli preferiti nei corsi di teatro ai ragazzi (metto assieme teoria dei giochi, improvvisazione, conflitto, role playing). È in quei momenti che mi rendo conto che basterebbe poco, basterebbe davvero poco per far crescere la consapevolezza del proprio contributo al mondo (e qualche investimento in più nella formazione scolastica non guasterebbe – eufemismo)

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