Calendario dell’avvento – Il test del libro di Babele

Il test del libro è un classico effetto mentalistico; ridotto alla sua essenza, funziona così: si consegna un libro a qualcuno, gli si fa scegliere una pagina, poi si dimostra o di saper leggere quella pagina con mezzi “non naturali” (ossia, senza mettere gli occhi sul libro), o di aver in qualche modo previsto che il libro sarebbe stato aperto proprio a quella pagina.

Trovo i test del libro particolarmente affascinanti per più di un motivo: innanzitutto, un libro è uno strumento che non si vede usare spesso in uno spettacolo di magia; in secondo luogo, perché le possibilità di personalizzazione di questo effetto sono molto ampie: libro usato, metodologia di “rivelazione”, tecnica “meccanica” di cui ci si serve… Inutile dire che, fin dall’inizio della mia “carriera” di prestigiatore, ho sempre voluto imparare un “test del libro”: per la cronaca, ora ne ho in repertorio ben due, ma nessuno di questi coinvolge il libro che, quando avevo appena iniziato a “fare il mago”, avrei voluto vi fosse coinvolto.

Un libro della biblioteca di Babele.

Nel suo classico Finzioni, all’interno del racconto omonimo, Borges descrive questa biblioteca (“che altri chiama l’universo”) come composta “da un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali”; all’interno di ciascuna di queste, “invariabilmente”, si trovano “venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato”, che “coprono tutti i lati, meno uno”: su questi scaffali, “trentadue libri di aspetto uniforme”, ciascuno “di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero”. In questi libri, sono contenute tutte le combinazioni dei venticinque simboli ortografici (escluse maiuscole e cifre); com’è ovvio, in alcuni casi queste combinazioni producono frasi di senso compiuto: Borges accenna ad un libro la cui ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi; ad altri che contengono frasi in yiddish o portoghese; ad altri ancora che recano scritto tuono pettinato, e così via.

La mia idea era avere a disposizione un libro di questo genere, far scegliere a caso una delle sue righe ad uno spettatore, e dimostrare che era l’unica riga che conteneva una frase di senso compiuto.

Come fare? Innanzitutto, bisognava trovare un metodo per far sì che chi teneva il libro in mano scegliesse proprio la riga che volevo io; per giungere a questo obiettivo, mi risolsi a numerare le righe del libro come se si fosse trattato di una copia della Bibbia (anche se Borges non faceva cenno alla presenza di una tale numerazione) e ad utilizzare la famigerata “forzatura del 9”: probabilmente, uno dei metodi illusionistici più brutti che siano mai stati concepiti. Essenzialmente, essa funziona così:

  1. prendete un pezzo di carta e scriveteci sopra un numero (lo chiameremo A), di quante cifre volete;
  2. scrivete un secondo numero (chiamiamolo B) utilizzando le stesse cifre del numero A, ma in un ordine diverso;
  3. sottraete A da B, o B da A, a seconda di qual è il numero più grande;
  4. sommate tra loro le cifre del numero ottenuto;
  5. ripetete il passaggio 4 fino ad ottenere un numero di una sola cifra.

Un esempio servirà a chiarire meglio: diciamo che il numero A è 3782; il numero B potrebbe dunque essere 7823. Sottraete quindi il numero più piccolo da quello più grande (nel nostro caso, 7823-3782, che fa 4041), e sommate tra loro le cifre del numero così ottenuto: 4+0+4+1. Il risultato, come potete verificare facilmente, è 9; ebbene, esso, per una curiosa proprietà dei numeri del sistema decimale, sarà sempre 9. Complicando un poco questa procedura (artisticamente assai povera e priva di ogni senso, ne converrete) avrei potuto far scegliere proprio quelle poche righe, tra le 16400 del libro, che mi erano “funzionali”.

Una frase fin troppo diffusa tra gli illusionisti dice che “non ci sono brutti trucchi, solo brutte presentazioni”; ossia, che potete anche fare qualcosa di brutto, ma che quel qualcosa verrà cancellato se dite qualcosa di bello: insomma, sembra che il punto sia come la racconti. Quanto vi ho brevemente riassunto più su è, credo, una dimostrazione del fatto che quella frase sbaglia: ne La biblioteca di Babele, Borges “l’ha raccontata” piuttosto bene (il racconto è senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura di ogni tempo); pure, applicando ad esso il “metodo” da me descritto, il mistero che ha evocato si riduce ad un semplice indovinello per intellettuali annoiati.

Questa è stata una delle due motivazioni che, infine, mi hanno spinto ad abbandonare l’idea di realizzare un test del libro siffatto; l’altra, era che non avevo a disposizione un libro che rispondesse alle caratteristiche che desideravo e, di conseguenza, avrei dovuto costruirmelo: passai dunque lunghe ore (ed alcune ne feci anche passare a dei miei amici) premendo casualmente le lettere della tastiera, prestando un’estrema attenzione a far sì che ogni riga constasse esattamente di 40 lettere: un lavoro assai noioso che, mi rendo conto solo ora, avrebbe con molta più facilità essere eseguito da un computer, e che, infine, mi spinse ad abbandonare l’opera. Cui, pure, ogni tanto ripenso, e con divertimento.

Perché ci sono persone, e non sono poche, che hanno nel cassetto un romanzo incompiuto. Io no. Io, nel cassetto, ho un libro incompiuto della biblioteca di Babele.

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