Senza parole

Alcuni giorni fa, senza eccessiva sorpresa, mi sono reso conto di come, da qualche tempo, tendo ad ignorare ciò che le persone che stimo scrivono a proposito del Covid-19 (quindi sì, se ultimamente avete trovato un mio commento in coda ad un vostro articolo che conteneva una ricetta infallibile per arrestare la pandemia, far ripartire l’economia e anche salvare l’aye-aye dall’estinzione, ora sapete che non potete contare sulla mia stima. Credo che sopravviverete lo stesso, comunque).

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Diventerai una star

Benché durante l‘adolescenza e gli anni iniziali dell’età adulta, lo confesso con vergogna e non per la prima volta, abbia guardato a loro con un’ammirazione che rasentava il fanatismo, ed abbia anche pensato (me ne ricordo con orrore) che anzi mi sarebbe piaciuto essere come loro da grande, ho col tempo, e vorrei dire con la crescita, sviluppato un sentimento di avversione, talvolta sfociato nel franco fastidio, nei confronti di quelle che potrei chiamare opinionstar.

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Non avete capito nulla di come funziona il tempo

Quando andarono a comunicargli che l’intera popolazione di Betelgeuse-3 era stata spazzata via da una guerra civile durata appena quattro giorni, durante la quale tutt’e tre le parti in lotta avevano potuto accedere, con estrema facilità, a delle armi atomiche, l’uomo che per se stesso, con un’ironia che pochi comprendevano, aveva scelto il nome di Jeronimo Cardianos, non aveva mostrato alcuna emozione; aveva invece protestato vivamente quando, subito dopo, gli era stato suggerito che, in seguito a quegli eventi, sarebbe stato forse opportuno ritirarsi dalla carica che occupava.

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Smania realistica

Il cosiddetto ciclo di Cthulhu si compone di una qualche decina (non sono andato a contarli, lo ammetto) di racconti pubblicati intorno agli anni Trenta del secolo scorso, su alcune riviste pulp americane, da un timido e per certi versi inquietante autore di Providence, nel Rhode Island, Howard Phillips Lovecraft; questi racconti, tutti incentrati sugli incontri tra sfortunati esseri umani e ributtanti, incomprensibili creature giunte sul nostro pianeta dallo spazio profondo (la più famosa delle quali appartiene ad una “tribù” nota come Grandi Antichi e risponde appunto al nome di Cthulhu), sono a modesto parere di chi scrive uno degli apici raggiunti dalla narrativa fantastica non solo nel Novecento, ma nell’intera storia del genere umano: ed a dimostrare che questo mio giudizio, che qualcuno potrebbe ritenere temerario, non è totalmente privo di fondamento sta la sterminata serie di rimandi al ciclo, più o meno obliqui, contenuti in opere letterarie, ed anche figurative, cinematografiche, musicali (i Metallica, per fare un esempio, inclusero in Ride the lightning un pezzo strumentale di oltre otto minuti intitolato The call of Ktulu, che cita un racconto di Lovecraft che, come vedremo, ha effettivamente esercitato un certo richiamo su parecchi artisti). Come se ciò non bastasse, a quasi cent’anni dalla prima comparsa esplicita di Cthulhu e compagnia sulla faccia della Terra, non mancano scrittori che si misurano con la sfida di ambientare nuove narrazioni nella mitologia creata da Lovecraft (e Mondadori ha pubblicato qualche tempo fa una raccolta di questi “apocrifi” piuttosto interessante), o con quella, speculare, di trasportare quest’ultima su media diversi da quelli per cui essa era stata concepita, o che addirittura neppure esistevano quando Lovecraft visse e scrisse. Francamente, non mi stupirebbe scoprire che esiste un podcast dedicato o addirittura condotto da uno o più Grandi Antichi.

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Sono loro che sono ragazzini

Un sabato mattina di qualche tempo fa ero (miracolosamente) a casa dal lavoro, e non ho potuto fare a meno di notare acusticamente quante auto, in un ridottissimo lasso di tempo, siano passate sotto la mia finestra che, pure, si affaccia su una via non esattamente centralissima. Ho comunicato questa mia osservazione alla mia amica Anita; lei mi ha risposto che, secondo il suo parere, era colpa dell’“effetto zona bianca”, e della volontà di molte persone di evadere, anche solo per un giorno, dai luoghi in cui la pandemia, e le misure messe in atto con l’intento dichiarato di contenerla, le avevano tenute rinchiuse per lunghi mesi; senza per questo, ovviamente, dover stare troppo vicino, come sarebbe stato inevitabile servendosi dei mezzi pubblici, ad altre persone che, come abbiamo dovuto imparare in quest’anno e mezzo (perché quando te lo ripetono i politici ed i virologi ed i mass media e perfino Amadeus, Barbara D’Urso e Jovanotti lo impari anche se non vuoi) sono anzitutto possibili fonti di contagio.

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Il tesoro è materia magica per eccellenza, e fra le più affascinanti. Se cercassimo una ricetta alchemica per crearne uno, avremmo bisogno di alcuni ingredienti fondamentali. Il primo è il valore, quello scintillio che accende il desiderio. Secondo è il segreto, la consapevolezza che esso esiste senza sapere dove. Il terzo è il tempo, al quale è sopravvissuto, e che l’ha reso libero da ogni possesso: attende chi saprà meritarselo ma non è più di nessuno.

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Non sai mai cosa entrerà da quella porta

La scorsa settimana, durante una breve vacanza a Roma (da cui mancavo da molto, troppo tempo), sono andato a vedere, al Chiostro del Bramante (che si trova a poca distanza da piazza Navona e che meriterebbe più fama di quella che ha) una mostra su Banksy che non sono ancora riuscito a decidere se mi sia piaciuta, oppure no.

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Fuzzy

Allegra Iafrate è una giovane storica dell’arte; suo principale campo di interesse sembrano essere le “cose nascoste”, visto che ha dedicato ben due pubblicazioni specialistiche al tesoro di Salomone, la favolosa raccolta di oggetti rituali ebraici che Tito, distruggendo Gerusalemme, razziò nel Tempio nel 70 dopo Cristo, che sparì nelle nebbie della storia (la quale, come si vede, ripete se stessa) quando i Vandali saccheggiarono Roma trecentocinquanta anni dopo, e che di tanto in tanto, a partire dall’ottavo secolo dell’Era volgare, iniziò a fare capolino nelle storie popolari arabe per poi tracimare in quelle europee. Questo, almeno, è quanto mi dice di lei la quarta di copertina del suo ultimo libro, Cercar tesori tra Medioevo ed Età Moderna, recentemente pubblicato da Laterza; opera meritoria da parte della casa editrice: molti e vari sono infatti i meriti del volume della Iafrate; talmente tanti, in effetti, che ad elencarli tutti questo post finirebbe per essere più lungo del volume stesso, il che è contrario alle consuetudini. Mi limiterò dunque ad esplicitarne due: si tratta di una lettura estremamente piacevole; devo ad esso la conoscenza del cosiddetto tesoro di Gisela.

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Dei suoi dolcissimi difetti

Tra gennaio ed aprile 2001, per un miracolo dovuto all’intercessione di qualche santo (più probabilmente, di tutti i santi), o forse ad una particolare ed irripetibile disposizione degli astri, andò in onda su Rai 2, sia pure in seconda serata, Satyricon, talk show scritto e condotto da Daniele Luttazzi. Si trattò di un programma memorabile per tutta una serie di ragioni: lanciò e contemporaneamente stroncò la carriera di Luttazzi, che da quel momento divenne abbastanza famoso da riempire praticamente tutti i teatri in cui si esibiva ma che dopo la conclusione di Satyricon dovette attendere quasi sette anni per tornare a lavorare in televisione; fece conoscere al pubblico “generalista” (e questo in effetti non so se sia stato un bene o un male) Marco Travaglio, che era all’epoca un oscuro giornalista della carta stampata che aveva scritto un libro controverso su Silvio Berlusconi (L’odore dei soldi), e che tale probabilmente sarebbe rimasto se Luttazzi non l’avesse intervistato, con tutte le polemiche che ne seguirono; dimostrò il grado di potere che lo stesso Berlusconi, divenuto presidente del consiglio quattro mesi dopo la sua messa in onda, aveva raggiunto, ed il modo in cui se ne sarebbe servito, quando divenne uno dei “perni” su cui si incardinò l’editto bulgaro, che lo spazzò via dai palinsesti Rai e, dunque, considerando che a quei tempi le uniche altre reti televisive che trasmettevano su tutto il territorio nazionale appartenevano proprio al Cavaliere, dalla televisione in toto.

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