Per farle funzionare

Uno degli aneddoti che più mi piace raccontare riguarda il grande fisico danese Niels Bohr.

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Eppure

(Articolo lungo e forse controverso, su un argomento probabilmente poco piacevole. Se non siete nel giusto mood, vi prego, fermatevi qui).

Ad un certo punto, nella seconda parte di Harry Potter ed i doni della Morte (non il migliore della saga cinematografica, ne convengo), Voldemort è convinto di aver compiuto l’omicidio di Harry e, dunque, di poter tornare trionfante ad Hogwarts, per mostrarne il cadavere a coloro che hanno combattuto con e per lui. Raggiante, il Signore Oscuro si pone di fronte ai suoi nemici, e li invita (ma si tratta piuttosto di una minaccia) a deporre le armi e ad unirsi a lui. A questo punto, si fa avanti Neville Paciock (a mio modesto parere, vero eroe della storia) e, con coraggio, afferma che la morte di Potter non significa nulla; che non era per quello che lui era, ma per quello che rappresentava, che è stata combattuta la battaglia di Hogwarts. E quando qualcuno (Seamus Finnegan, se non vado errato) gli chiede di lasciar stare, sottintendendo che, ora che il protagonista è morto, nulla ha più senso, lui si gira a guardarlo e, con un certo disprezzo, gli dice:

La gente muore tutti i giorni.

La frase, mi rendo conto, sembrerà di una banalità sconcertante; pure, spicca per profondità, dal momento che la serie cinematografica sembra avercela messa tutta per cancellare uno dei messaggi cardine di quella letteraria: la semplice constatazione, per dirla con le parole del professor S., che la morte è una cosa naturale, e che né io, né nessun altro, possiamo (né dobbiamo) impedirla.

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Evoluzione e funzione

L’ho già confessato una volta, ed ho anzi indicato una prova di questa mia inclinazione (il tag, ancora liberamente consultabile, che ho voluto chiamare Dizionario del diavolo, ispirandomi ad Ambrose Bierce), ma uno dei sogni che avevo quando ho iniziato questo blog, e che anzi probabilmente coltivavo già in precedenza, era quello di fare l’aforista; tuttavia, giunto più o meno in corrispondenza del decimo episodio del Dizionario del diavolo, mi sono reso conto che scrivere poco è assai più difficile che scrivere tanto, che la sintesi necessaria per condensare in una sola frase tutto un pensiero o, addirittura, un’intera filosofia era una virtù che mi mancava, e che le mie prove come aforista erano state complessivamente molto deludenti (di tutto ciò che ho pensato, salvo solo la mia personale definizione di meritocrazia come applicazione su larga scala del principio di Peter), ed ho quindi abbandonato queste mie velleità, diventando, nel momento in cui la lunghezza dei contenuti dell’Internet si accorciava, il famoso blogger dalle mille e più parole ad articolo che tutti voi, ed in particolare sherazade, tanto amate.

L’altra sera, tuttavia, questo desiderio frustrato dev’essere riemerso da qualche recesso del mio inconscio mentre facevo una passeggiata con la mia amica Anita perché, mentre stavamo tornando a casa, lei mi ha detto: ammazza, questa è la serata delle frasi storiche.

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Grandi speranze

L’altra sera parlavo con un mio amico, uno a cui una volta ho detto che mi pare uscito dai ranghi dei grigi quadri dirigenziali del PCI degli anni Settanta; argomento della discussione era non ricordo neppure più quale delle ultime imprese di Matteo Salvini, probabilmente una che riguardava lui e le cubiste del Papeete. Ad un certo punto, ho sbrigativamente definito il ministro dell’interno un fascista: il mio amico, come molte persone che sono davvero di sinistra (per quanto di una sinistra che rimpiange i tempi in cui era un segretario di partito ad importi cosa significava essere di sinistra) deve, sotto sotto, in qualche modo ammirare Matteo Salvini (laddove gli “extraparlamentari” lo disprezzano, i “democratici” temono che porti loro via gli ultimi tre elettori di centrodestra che ancora li votano, e tutti gli altri vorrebbero essere lui), e mi ha quindi risposto come segue (posso riportare le parole precise perché la conversazione si è svolta su Whatsapp):

non è fascistaaaaaa (sic), è un populista nel senso base del termine.

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Life on Mars?

Lo ammetto: adoro leggere fantascienza. Certe volte, anzi, penso che mi piacerebbe andare ad una qualche convention di scrittori di fantascienza, sgattaiolare sul palco in un momento di distrazione del servizio di sicurezza, afferrare il microfono e confessare a tutti i presenti: “Vi amo, figli di puttana”.

Certo, tutto ciò sarebbe molto più semplice se ancora esistessero delle convention di scrittori di fantascienza diverse da quelle che vengono organizzate come evento collaterale per le cerimonie in cui vengono assegnati certi premi; tutti intitolati a coloro che vengono unanimamente riconosciuti come maestri (nessuno dei fortunati è ancora vivo, sfortunatamente), e tutti concepiti, essenzialmente, per certificare le classifiche di vendita.

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Voglia di gotico

La pubblica opinione o, piuttosto, una strategia pubblicitaria particolarmente oculata, vuole Praga essere una “città magica”. Tale credenza trova la sua giustificazione, ritengo, in alcuni avvenimenti, pertinenti alla cronaca scandalistica, avvenuti alla fine del Cinquecento alla corte di Rodolfo d’Asburgo, che nella capitale boema aveva preso residenza. Ciò nonostante, devo confessare che quello slogan è vero.

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