Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

Continue reading

Advertisements

Dialogo teatrale

(si apre il sipario)
PERSONAGGIO UNO (compare): Salve.
PERSONAGGIO DUE: Ma che cazzo, dovevo essere solo in questa… oh, ma sei tu!
UNO: Sì, scusami se piombo mentre stai lavorando ma, sai, non mi è riuscito di trovare altre possibilità.
DUE: No, è solo che… non ti da fastidio parlare davanti a tutte queste persone?
UNO: Penso che mi conoscano, tanto. Chiunque mi conosce, pare.
DUE: Già… non mi pare vero che, insomma, che io ti conoscevo già da prima. Ne sono cambiate di cose.
UNO: Sì, potremmo dire così.
DUE: Pensavo, ecco, ora che sei qui… dovrei tipo inginocchiarmi?
UNO: Dici perché ho ricevuto quei poteri che mi hanno reso una specie di Dio in terra? (silenzio) No. Direi di no.

Continue reading

Fatevi i cazzi vostri

E va bene, forse il momento è giunto: negli scorsi giorni, ho accuratamente evitato non solo di scrivere, ma anche di leggere/ascoltare/visionare robe che avessero a che fare col risultato (che, ad onor del vero, avevo previsto sarebbe stato drammatico) delle lezioni europee che si sono tenute (anche con la mia partecipazione, che sospetto figlia di un incongruo senso di colpa) lo scorso ventisei maggio. Le diverse facce di questo mio assenteismo hanno, ovviamente, motivazioni diverse.

Continue reading

Alla fine di quella strada

Alla fine di quella strada, avrebbe trovato un uomo e l’avrebbe ucciso. L’aveva deciso, tanto tempo prima, e nulla sarebbe riuscito a fargli cambiare idea. Era per quello che non aveva parlato di quel suo proposito con nessuno: chiunque (ammesso e non concesso che riuscisse a trovare qualcuno disposto a starlo a sentire, certo) avrebbe cercato di fargli cambiare idea o, quanto meno, di convincerlo che doveva sentirsi in colpa; e lui, in colpa, non ci si sentiva neanche un po’.

Continue reading

Problemi narrativi

Da quando ho smesso (non molto tempo fa, va riconosciuto nonostante la mia età non esattamente para-adolescenziale) di saltare compulsivamente da un canale all’altro di una televisione mal sintonizzata, nella speranza che, in mezzo all’effetto neve, comparisse la fugace visione di un paio di tette, ho smesso, pure, di interessarmi di quel che faceva e diceva Pamela Prati; la quale, per altro, non mi piaceva molto neppure ai tempi in cui ogni mio interesse era rivolto verso qualunque essere umano fosse sprovvisto di un cromosoma Y (perdonate, ho vissuto anche io gli anni tra i quattordici ed i diciassette). Certe sue dichiarazioni successive, che preferirei non riportare, mi hanno confermato che quella era stata, probabilmente, una delle scelte migliori della mia miseranda vita.

Certo avrei continuato, e con una certa soddisfazione, ad ignorare tutto quanto riguardava la signora Paola Pireddu (vero nome della Prati) se, durante la mia sonnacchiosa rassegna stampa quotidiana, l’altra mattina, non fosse saltato fuori un titolo clickbait a mettermi a parte di un evento che, con i miei ben noti limiti, tenterò di riassumere in poche parole: in pratica, le agenti della showgirl avrebbero inventato per lei un fidanzato e le avrebbero addirittura organizzato un matrimonio con lui, costringendola poi ad ammettere, in quel pozzo della dignità che sono i programmi televisivi del pomeriggio, che quell’uomo (che avrebbe risposto al nome di Mark Caltagirone) non esiste.

L’intero gioco (o forse sarebbe meglio parlare di truffa?) è andato avanti per almeno sei mesi (e sarei curioso di sapere come le sue artefici pensavano di riuscire a tirarsi fuori dagli impicci); difficile valutare il grado di consapevolezza della Prati, che in queste ore si sta prendendo una valanga di insulti che probabilmente non merita e che, stando a quel che si sa, è probabilmente la figura più tragica dell’intera vicenda; la quale, non sto neppure a dirlo, avrebbe avuto tutti gli ingredienti per interessarmi: non solo perché rappresenta alla perfezione gli estremi cui la nostra società dell’immagine (e quindi dell’immaginario e dell’immaginazione) può spingersi, ma anche perché mette in scena quella frizione tra realtà e finzione, tra avvenuto e raccontato che è uno dei miei temi narrativi preferiti. Per altro, l’intera storia si presta ad una riflessione: in un mondo, come quello dello spettacolo, in cui flirt, matrimoni e perfino gravidanze sono praticamente previsti per contratto, è davvero qualcosa di cui scandalizzarsi a tal punto annunciare le proprie nozze con qualcuno che non esiste?

Insomma, in un mondo indeale io starei scrivendo questo articolo sul “Caltagirone gate”; d’altronde, nel mondo reale in cui viviamo, quella che si conclude oggi (in un modo che sarà drammatico, comunque vada a finire) è stata una settimana dominata dalla fine della campagna elettorale, con tutto ciò che ne consegue. E cioè: con Matteo Salvini che, per mettere a tacere le polemiche sulla sua presenza a Palermo alla cerimonia di commemorazione di Giovanni Falcone, la trasforma nell’ennesima occasione per fare propaganda; con Luigi Di Maio, leader del “partito della Rete”, che occupa la televisione in qualunque fascia oraria in cui non si trasmetta Peppa Pig e… oh, già, con Carlo Calenda, candidato nella mia circoscrizione del partito preteso progressista più grande d’Italia, che dimostra tutto il suo amore per la cultura (quella che dovevamo usare per sconfiggere i fascisti, ricordate?) sclerando male ed insultando un gruppo di scrittori.

Continue reading

Quando c’è chi pranza e cena, e chi ha il pane a malapena

Un decennio fa, quando per la prima volta dopo diciannove anni lasciai il nido genitoriale per andare a studiare all’università, tutti i miei parenti, ma soprattutto mia madre e le mie nonne, manifestarono preoccupazione (com’era normale) riguardo parecchie vicissitudini che avrebbero potuto capitarmi: erano ovviamente terrorizzati dai trafficanti d’organi, dagli sconosciuti che avrebbero potuto lubricamente offrirmi delle caramelle glassate all’eroina, dai satanisti che avrebbero tentato di legarmi ad un altare per offrirmi in sacrificio a Bafometto e, più in generale, da tutto quello che può terrorizzare degli adulti che, improvvisamente, devono rassegnarsi all’idea di non poter più controllare momento per momento la vita di un bambino a cui vogliono bene. Avevano creduto decisamente troppo a quel che raccontavano i telegiornali nei ruggenti anni novanta, su questo siamo d’accordo.

Ciò che li spaventava più di tutto, comunque, era ovviamente l’idea che io non mangiassi: e, anche se all’epoca, per difendere quel brandello di autonomia che avevo finalmente conquistato, non l’avrei mai ammesso, oggi posso tranquillamente confessare che avrei pagato per avere ancora tra i piedi, alla sera tardi, mia madre e le sue clamorose cosce di pollo al forno, piuttosto che preparare, come volevo io, gli insipidi cordon bleu che, per i primi due anni di studio, rappresentarono una parte preponderante della mia alimentazione.

Continue reading

Give up, la recensione (con grossi spoiler)

Scrivo su questo blog, ormai, da più di cinque anni; in precedenza, avevo occupato (abusivamente, dirà qualcuno, non del tutto a torto) un altro spazio telematico, cui, va ammesso, l’Internet aveva dedicato un’indifferenza addirittura superiore, se possibile, a quella che riserva a questo. Ma non importa, non è questo il punto (come disse la volpe che non riusciva a raggiungere l’uva, nella popolare favola di Esopo).

Il punto è, semmai, che tirando le somme, sono ormai sette anni che abito “attivamente” la Rete; e, in tutto questo tempo, solo una volta (questa) mi è capitato non dico di parlare dei, ma di accennare ai videogiochi: in quell’occasione, di fatti, paragonavo al Team Rocket (consesso di malvagi del franchise Pokèmon, caratterizzato – il consesso, non il franchise – da un’imponderabile inconsistenza narrativa) i cattivi di certe teorie del complotto, e mi chiedevo come fosse possibile, pur credendoci, arrivare a temere ed addirittura ad odiare delle storie che contenevano personaggi siffatti.

E dunque, in breve: in più di un settennio da autore (Dio, che parolone), i videogiochi sono comparsi nei miei scritti una mezza volta, e me ne sono servito come metro di paragone, per qualcosa che mi appariva ridicolo. Davvero, chiarito che questo è il mio background, c’è bisogno che io scriva altre parole (che, comunque, scriverò lo stesso, per via di quel mio piccolo problema col dono della sintesi) a proposito di Give up? Davvero, non basta il semplice fatto che io abbia deciso di dedicargli una recensione, a farvi comprendere che è un gioco che tutti anche coloro che, come me, quando sentono parlare di Wolfenstein, pensano al personaggio di qualche parodia di Mel Brooks, dovrebbero giocare?

Se non altro, perché farlo è molto semplice: basta possedere uno smartphone (che, al giorno d’oggi, equivale a dire: basta possedere un cuore che ancora batte).

Continue reading