Ad ogni morte di papa (oppure, ogni sette anni)

Alcuni mesi fa, su queste stesse pagine, commentando un’intervista della Stampa a Giorgia Meloni, scrivevo che

il problema principale della gestione della pandemia così come impostata dai Governi Conte e Draghi [è] quello della responsabilità. O, per meglio dire, della mancata assunzione della responsabilità.

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Tutti gli uomini per un presidente

(Con il ritiro, ormai ufficiale, di Silvio Berlusconi dalla corsa per il Quirinale, la destra è rimasta orfana di un nome di spessore da proporre per la più alta carica dello stato: i leader di quella galassia politica si troveranno in queste ore, dunque, a riflettere su quei nomi, provenienti da un passato non più così prossimo della storia repubblicana, che nelle scorse settimane sono stati sussurrati così tante volte da finire sui giornali; nomi che avranno gettato nell’incertezza sia i giovani, che non possono ricordarseli, sia gli anziani che, almeno in parte – e qualche maligno potrebbe dire che questo è il caso migliore -non riescono a ricordarseli.

Per cavare questi confusi concittadini d’impaccio, ho deciso di raccogliere qui dei brevi profili biografici dei politici i cui nomi ho sentito più spesso fare negli ultimi giorni, nella speranza che ciò possa essere di qualche utilità nell’orientamento.

Buona lettura).

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The teapot

Many orthodox people speak as though it were the business of sceptics to disprove received dogmas rather than of dogmatists to prove them. This is, of course, a mistake. If I were to suggest that between the Earth and Mars there is a china teapot revolving about the sun in an elliptical orbit, nobody would be able to disprove my assertion provided I were careful to add that the teapot is too small to be revealed even by our most powerful telescopes. But if I were to go on to say that, since my assertion cannot be disproved, it is intolerable presumption on the part of human reason to doubt it, I should rightly be thought to be talking nonsense. If, however, the existence of such a teapot were affirmed in ancient books, taught as the sacred truth every Sunday, and instilled into the minds of children at school, hesitation to believe in its existence would become a mark of eccentricity and entitle the doubter to the attentions of the psychiatrist in an enlightened age or of the Inquisitor in an earlier time1.

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Brividi narrativi

Il post che state leggendo potrebbe sembrarvi singolare. Esso, infatti, dando seguito ad un proposito che avevo assunto nel Mattarella annotato (articolo che immediatamente lo precede), tratterà delle parole di quello che, almeno a voler prestar fede alle sue dichiarazioni (che su questo tema sono per altro state numerose e tutte concordanti), sarà presidente della Repubblica ancora per due mesi al massimo: appunto, Sergio Mattarella.

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Il Mattarella annotato (Parte 1?)

(Per un periodo, ho condotto su questo blog, ad intervalli irregolari determinati dalla disponibilità di “materia prima”, una rubrica che potrei intitolare degli Annotato, in cui prendevo un discorso pronunciato in qualche occasione da un politico e ne affrontavo “l’analisi”, intendendo con questo termine che lo trattavo come avrei potuto trattare un qualunque testo letterario di cui avessi dovuto fare una versione, appunto, annotata: sottolineavo quali erano le figure e, più spesso, i mezzucci retorici utilizzati, chiarivo i passaggi oscuri, compivo un fact checking minimale sulle affermazioni. Quella rubrica giace dimenticata, credo, dal giorno in cui pubblicai Il Di Battista annotato, pochi giorni prima di laurearmi – e tenete conto che da quel giorno ho fatto in tempo ad abilitarmi alla professione medica ed a concludere una scuola di specialità lunga cinque anni.

La mattina di Capodanno, leggendo i titoli dei giornali a proposito dell’ultimo discorso “presidenziale” di Mattarella, mi è venuta voglia di sottoporre le sue parole allo stesso trattamento; mentre lo facevo, mi sono ricordato del perché avevo abbandonato gli Annotato: perché richiedono una gran quantità di ricerche e, soprattutto, perché risultano essere sempre dannatamente lunghi– tranne quello, sui generis, su Enrico Letta -, e quello dedicato all’ancora-per-poco capo dello stato non fa eccezione: il contatore delle parole mi dice che ho superato le 1800, avendo “consumato” solo 5 minuti dei 15 che il discorso dura.

Non possiedo il dono della sintesi, ma non sono un mostro: ho deciso, dunque, di fermarmi qui. Per il momento, almeno: non escludo che, in futuro, potrei rimettere mano a questo avvincente cortometraggio e completare la mia opera. Non so, però, quanto potrebbe durare, quel momento: ed ecco spiegato il punto interrogativo nel titolo dopo Parte 1. La Parte 2 potrebbe arrivare domani, tra una settimana, o forse mai.

Frattanto, vi auguro buona lettura… e buon anno).

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Cinque motivi per cui Indiana Jones e l’ultima crociata è un gran bel pezzo di cinema

Cinque anni fa, più o meno in questo periodo dell’anno, stavo vivendo una fase particolarmente significativa della mia vita, sia dal punto di vista meramente “esistenziale”, sia da quello più strettamente professionale; e, forse, è giunto il momento in cui io accetti che, per chi fa il medico, i due aspetti non possano mai essere completamente distinti.

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Brown! (Benvenuti alla prossima magia)

Quello che trovate qui è l’ultimo episodio di Sette pezzi magici, il mio podcast che è anche uno spettacolo di magia. E giunti a questo punto, potrei probabilmente evitare di ricordarvi che potete trovarlo anche su Spotify e Deezer… caspita, l’ho appena fatto.

Ed infine, dopo sette settimane di magia (più o meno di qualità, questo sta a voi dirlo), preferisco non utilizzare altre parole per introdurlo: per cui, utilizzo questo spazio per ringraziare Luca, che nonostante la pletora di suggerimenti da me richiesti non mi ha mai mandato a quel paese, e Sebastiano, che ha ascoltato tutti gli episodi in anteprima, e mi ha consigliato di inserire questo qui, al termine della serie. Dove in effetti sta assai bene, non solo in termini di “microcosmo”, ma anche di “macrocosmo”: sarà una delle mie ultime pubblicazioni di quest’anno, che con la magia si era aperto, e con la magia si chiuderà. E considerato il tema di questa puntata… ma sentirete. Per ora mi limito a rivelarvi che c’entra col fatto che non vi dico arrivederci, ma benvenuti alla prossima magia.

L’invenzione del vapore

Con un soffio spense la lanterna che rischiarava il suo laboratorio e, guidato unicamente dalla tremula luce del lampione a petrolio che filtrava dalla finestra (la quale era più che sufficiente per muoversi in quello spazio che conosceva a memoria), si alzò: lo aveva promesso, ed avrebbe mantenuto la sua parola. Stava lasciando quella stanza per l’ultima volta.

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Sii come F.

Pur non seguendolo assiduamente (la mia passione per il fumetto, purtroppo, ha seguito da quando ho lasciato l’università una parabola assai simile alla passione per il cinema descritta in questo post della settimana scorsa), considero Mauro Biani, attualmente in forza a Repubblica ma in precedenza legato al Manifesto e a Liberazione, uno dei migliori vignettisti d’Italia. Ha un suo stile, semplice ma non banale (virtù rara); è capace di essere originale senza essere criptico; ha interesse a parlare di “cose serie” ed a dimostrare che ha a cuore certi temi (vedi ad esempio la vignetta dedicata alla liberazione il 25 aprile); soprattutto, almeno a mia memoria non si è mai reso protagonista degli scivoloni e delle cadute di stile in cui, invece, sono “inciampati” molti suoi colleghi, talvolta in modo così clamoroso da far sospettare che il loro errore fosse deliberato: mi riferisco, per dirne uno, al “genio Makkox” (scusate se cito) ed alla sua argutissima creazione che tirava in ballo Darwin (e quindi il darwinismo sociale) parlando di un uomo che giaceva in coma, tra la vita e la morte, in un ospedale. Un capolavoro di disprezzo cinico su cui Daniele Luttazzi avrebbe, probabilmente, qualcosa da dire.

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