Il Messino d’oro

Persone degne di fede mi dicono che uno dei telecronisti in forza alla televisione di stato per seguire i mondiali di calcio manifesti un’ammirazione sconfinata nei confronti delle squadre sudamericane e, in particolare, dei loro fuoriclasse più titolati, e si profonda in coloritissime esternazioni di giubilo quando questi ultimi segnano.

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Qualcosa farò, ma adesso no

Alcuni giorni fa (non so quanti ne saranno passati quando leggerete: ho iniziato con anticipo a scrivere questo disordinatissimo articolo, che non so ancora se e come si svilupperà e concluderà) si è tenuta la partita inaugurale del contestatissimo mondiale qatariota, che ha visto la squadra di casa, artificialmente assemblata da uno spagnolo foraggiato dai denari degli sceicchi del Golfo, soccombere con un secco due a zero contro l’Ecuador, non esattamente la più titolata delle nazionali della confederazione sudamericana.

A fronte di questa figuraccia, non sono stati in pochi ad esultare; si è trattato, mi è parso, delle stesse persone che nelle settimane scorse (e si dovrebbe trattare a parte del tempismo delle proteste) hanno parlato con sdegno di questa evidente buffonata, forse dimenticando che le tre precedenti edizioni del mondiale di calcio, disputate in Sudafrica, Brasile e (sentite quanto suona incredibile ricordarlo, considerando che la guerra ucraina era allora già in corso) Russia, non spiccavano certo per eleganza e trasparenza: anzi, le stesse criticità che il piccolo paese della penisola arabica ha dovuto affrontare (o, sarebbe meglio dire, ha voluto creare), solo ora messe in luce nell'”informazione mainstream”, avevano caratterizzato anche quelle edizioni della manifestazione.

Per parte mia, questo livore (del tutto giustificato, intendiamoci: ma non credo che il bersaglio giusto sia la squadra qatariota, i cui componenti sono solo una versione “privilegiata” di quegli schiavi che hanno costruito gli stadi in cui molti grassi, indifferenti occidentali, primi tra tutti quelli che occupano i vertici della FIFA, si siederanno nel corso del prossimo mese) mi ha portato a pormi una domanda: ma si può veramente parlare del mondiale 2022? O, meglio: ma siamo sicuri che, per chi l’ha organizzato, sia un male che il mondiale vada male, e che noi sottolineiamo che sta andando male?

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Da brividi

Uno degli argomenti di cui ho parlato più spesso, su questo blog, sono i fantasmi: a questo tema (attenzione, spoiler) era dedicato uno degli ultimi post che ho scritto, che mi ha fruttato alcuni lusinghieri commenti da parte di persone che conosco; un’intera rubrica di questo blog, che per contingenze esistenziali non posso più continuare, si intitola Spettri a Verona, ed il suo scopo, riporto dalla sua introduzione, era “non solo parlare con, ma far parlare gli spettri”. Due anni fa, raccontavo affascinato dell’esperienza vissuta dalla mia amica Anita che, alle tre di notte di una calda nottata estiva, al centro di quella pianura padana che molti autori e registi hanno voluto immaginare (immaginare soltanto?) essere luogo di ritrovo di potenze sovrannaturali di vario genere, sul muro della camera del bed and breakfast che dividevamo durante una breve vacanza congiunta aveva visto un fantasma: e solo una forma di pudore mi aveva portato a non confessare, allora, che il primo sentimento che avevo provato quando me l’aveva raccontato era stata l’invidia. Tant’è vero che, poche settimane dopo, trovandomi per una serie di contingenze fortuite a dormire in un’antica magione calabrese, una delle prime domande che avevo fatto alla padrona di casa che mi stava facendo fare un giro turistico tra le mura seicentesche era stata: “Mi dica una cosa, signora: ma ci sono i fantasmi qui?”.

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Un altro tunnel

Ho iniziato a lavorare alla tesi che, infine, ha inopinatamente permesso al signor Gaber Ricci di diventare il dottor Gaber Ricci all’inizio del mio sesto anno di studi; qualche mese dopo, ho incontrato uno studente che conoscevo, più giovane di me, che mi ha chiesto come mi andassero le cose… no, sto mentendo: mi ha chiesto se vedevo la luce in fondo al tunnel, ed io gli ho risposto che sì, la vedevo, ma che dopo vedevo un altro tunnel. Quindi gli ho aggiunto, giusto per sembrare ancor più meritevole di pietà, che mi sentivo più o meno come Sylvester Stallone dichiara di sentirsi alla fine del primo Rocky:

non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l’unica cosa che voglio è resistere […] [voglio] reggere alla distanza, quando suona l’ultimo gong [voglio essere] ancora in piedi.

Ero retorico quando avevo venticinque anni, lo so. Più prosaicamente, avrei potuto dirgli che volevo solo una cosa: e cioè, che la mia esperienza da studente di medicina finisse. L’avessi fatto, quella sarebbe stata, probabilmente, l’occasione in cui con più franchezza avessi mai parlato a qualcuno.

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Pensa globale, agisci locale

(Riproduzione di un articolo comparso nei giorni scorsi sul Corriere di Romagna. A conferma della veridicità del documento riportato, gli errori di battitura sono nell’originale.

Poi si chiedono perché mi piace vivere in Romagna, è l’unico commento che ho da aggiungere a quanto riportato. Buona lettura… e buon Halloween, per chi ritiene che ciò significhi qualcosa)

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La mia quarta stagione di Boris

(Oggi, dopo un’attesa di svariati anni, esce la quarta stagione di Boris, serie culto, ambientata sul set di una soap opera intitolata Gli occhi del cuore 2, microcosmo che rappresentava l’Italia del trionfo e poi del tramonto del berlusconismo.

Non sono convinto che la cosa mi renda felice: trovo tuttavia doveroso omaggiare quello che è stato uno dei pochi capolavori della televisione italiana immaginando la fine che possono aver fatto i suoi personaggi dopo l’ultima messa in onda. Lo farò applicando l’impietosa ironia che proprio Boris ha contribuito ad insegnarmi.

Chi non conosce i personaggi di cui parlerò, può farsi una cultura qui o, meglio ancora, recuperando le prime stagioni. Una versione embrionale di questo post è comparsa nel mio stato Whatsapp).

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Il caso L.R.

Con l’esclusione di Carlo Calenda, che manteneva un contegno dignitoso che altri, malignamente, avrebbero detto piuttosto bovino, coloro che Hercule Poirot aveva radunato nello studiolo di quello storico palazzo romano tradivano, ciascuno a modo suo, la loro impazienza: da quando cinque minuti prima erano entrati nella stanza (impreziosita, si faceva per dire, da un brutto affresco che raffigurava la gloria di qualche insignificante famiglia patrizia del Settecento), l’investigatore non aveva ancora rivolto loro una sola parola e, anzi, non li aveva ancora neppure guardati; le mani incrociate dietro la schiena, continuava a rimirare l’angolo di Roma che riusciva a vedere dalla finestra a cui era affacciato, di tanto in tanto emettendo un deliziato mugolio di ammirazione.

Fu, infine, Giorgia Meloni a parlare, senza dubbio interpretando il pensiero generale (cosa che, in tempi recenti, aveva preso l’abitudine a fare, spesso a sproposito): “Ma insomma, questa mancanza di rispetto è inaccettabile! Ci ha sottratti tutti alle nostre occupazioni che, almeno per alcuni di noi, comportano un elevato carico di responsabilità, ed ora se ne sta lì a non far nulla! Questo atteggiamento tipicamente europeo…”

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Elogio della ghigliottina

Esiste un gioco di società che è noto tra coloro che lo hanno praticato come “il famigerato gioco del preferiresti”. Più adatto a serate in cui l’aiuto alcolico rende divertenti situazioni e circostanze che, abitualmente, si troverebbero imbarazzanti nella migliore delle ipotesi, consiste nel porre ad un interlocutore una domanda che inizia, appunto, con la parola “preferiresti”, e continua con un’alternativa che, in linea di principio, dovrebbe rendere difficile rispondere. Un buon esempio potrebbe essere “preferiresti Matteo Salvini di nuovo ministro dell’interno o un’operazione odontoiatrica senza anestesia?”.

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Su un mucchio di cenere

Rorschach è il personaggio più insopportabilmente grandioso di quel capolavoro del fumetto (e della letteratura) che è Watchmen. È un fascista che si fa schermo di un senso di giustizia perverso per sfogare il suo bisogno di violenza (che, come sempre, deriva dalla violenza che lui stesso ha subito da bambino); eppure lo sviluppo della trama si deve in gran parte a lui, ed è a lui che Alan Moore, autore della sceneggiatura poi affidata, per i disegni, alle capaci mani di Dave Gibbons, e non certo sospettabile di simpatie destrorse, affida le battute più memorabili.

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