Comunicazione a margine

In conclusione al mio ultimo articolo scrivevo che forse sarebbe il caso di chiudere i microfoni davanti al muso (riporto testualmente) alle orde di “scienziati”, di varia tipologia e formazione, che affollano (ma in certi contesti sarebbe probabilmente più indicato dire infestano) i media da quando la pandemia è iniziata, ormai più di un anno fa (anche se a ben guardare le star della cosiddetta divulgazione scientifica avevano raggiunto la fama già in precedenza).

Tale richiesta era ovviamente formulata anche con intento provocatorio, ma non era in alcun modo motivata da una qualche forma di febbre censoria, per altro per me completamente inedita; semmai, a spingermi a scrivere quelle parole è stata la volontà di portare alle più estreme, e al tempo stesso più coerenti, conclusioni un mantra che agli stessi “scienziati” piace ripetere spesso e volentieri: quello secondo cui una determinata materia può essere esercitata solo e soltanto da chi ha una formazione specifica (e presumo qui si intenda una laurea specialistica, un master universitario o, meglio ancora, un incarico di docenza in quella materia, preferibilmente in un’istituzione privata). Alla luce di questo pensiero, che a volte diventa ancora più estremista e si declina nella forma “può esprimere opinioni su una determinata materia solo e soltanto chi ha una formazione specifica” mi chiedevo: considerando che, faccio per dire e mi ripeto, un immunologo riceve una formazione specifica su linfociti e citochine, ma nessuna su come comunicare ciò che ha studiato con tanta fatica (e so che è così perché molti immunologi sono medici, e vi assicuro che alla facoltà di medicina ben di rado ci veniva spiegato come parlare chiaro degli argomenti di nostra competenza), allora, coerentemente, gli immunologi (e gli infettivologi e i biochimici e gli intensi visti e i fisici teorici…) non dovrebbero astenersi dall’andare in televisione, o sui social, a fare la ruota come dei pavoni mostrando al mondo l’ampiezza della loro conoscenza? O, meno sarcasticamente: non dovrebbero astenersi dal divulgare?

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Il solito cane che morde un uomo

Il “principio zero” del giornalismo, attriuito a Joseph Pulitzer (sì, quel Pulitzer) recita:

un cane che morde un uomo non è una notizia. Un uomo che morde un cane lo è.

Credo ci siano state poche occasioni, nella storia ormai plurisecolare e non sempre gloriosa del giornalismo, in cui questa norma è stata infranta: l’ultima, a conferma del fatto che viviamo in tempi davvero eccezionali, pochi giorni fa, quando praticamente tutte le testate nazionali (escluso, forse, solo il magazine de Il mistero) hanno riportato l’ovvio, ossia che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), nei territori sottoposti alla sua giurisdizione, aveva autorizzato di nuovo, nonostante la segnalazione di alcuni eventi avversi che avevano portato alla sua sospensione precauzionale, la somministrazione del vaccino anti-Covid prodotto da AstraZeneca… sia pure, mi comunica in privato il mio amico ammennicolidipensiero, invitando la casa produttrice ad indicare sul foglietto illustrativo che, in condizioni molto specifiche, può accadere molto raramente che si manifestino particolari effetti collaterali, per altro sostanzialmente diversi da quelli che hanno causato la morte di alcune persone e terrorizzato l’opinione pubblica nelle scorse settimane. Insomma, l’EMA ha detto ad AstraZeneca: “Potete ricominciare a vendere il vaccino, ma fate un foglietto illustrativo che sia un foglietto illustrativo”.

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D’esperienza

Questo articolo (come praticamente tutti quelli che scrivo) sarà, credo, una stanca ripetizione di riflessioni che altri hanno già sviluppato, prima e meglio, su tribune che, giustamente, hanno una visibilità assai maggiore di questo blog. Me ne scuso anticipatamente con tutti coloro che hanno letture più impegnative delle mie, e che negli ultimi anni si saranno imbattuti (su riviste specializzate di vari settori, e forse anche sulla stampa generalista) in un numero credo considerevole di analisi riguardo i modi ed i temi della comunicazione di Donald Trump.

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Ex falso quodlibet

Mia madre condivide con me un articolo, che preferisco non linkare, tratto dal sito internet di una televisione locale della mia città d’origine (ma sono sicuro che una televisione locale di Verona – ed anche una di Caltanissetta, probabilmente – avrebbe trattato la notizia nello stesso modo).

Il titolo dell’articolo è il seguente: “Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla, l’utilizzo del pallone in piscina solo per i bambini non italiani. E poi parlano di razzismo” (sic; il nome della piscina non è quello reale, il corsivo è mio).

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