Cosa si prova ad essere un pipistrello?

Il terzo libro della saga di Harry Potter, Il prigioniero di Azkaban, è con ogni probabilità quello dell’intera serie in cui più felice e feconda è l’attitudine della sua autrice, J.K. Rowling, ad inventare cose, a popolare il suo mondo di concetti, creature ed oggetti che lo rendono tanto effettivamente magico quanto sinistramente inquietante: in questo volume, infatti, vengono introdotti per la prima volta i Dissennatori (i quali sono una trasposizione narrativa della depressione), guardiani appunto di Azkaban, il carcere dei maghi, capaci non solo di risucchiare tutta la felicità dalle persone che, incautamente, li avvicinano, ma anche di privarle letteralmente della loro anima; l’incantesimo per scacciarli, che “funziona” quando ci si concentra su un ricordo felice e si pronuncia la formula Expecto Patronum, che significa: invoco un protettore; la Giratempo, una curiosa macchina del tempo “a scadenza”, che permette di tornare nel passato di un’ora soltanto, e che bisogna usare con attenzione onde evitare di incontrare i se stessi del passato (il che causerebbe un paradosso temporale: sapete, una di quelle cose che fanno crollare l’Universo); ed infine i Mollicci, creature più dispettose che realmente oscure, di cui nessuno conosce la vera forma perché, quando li si incontra, essi si trasformano nella cosa di cui più ha paura chi sta loro di fronte.

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… nonché qualche postilla

Le persone che possiedono una qualunque forma di potere e che, negli ultimi due anni, hanno messo a punto i provvedimenti volti, almeno negli intendimenti, ad arginare la diffusione della pandemia da SARS-CoV-2, hanno agito e stanno ancora agendo in un regime di deresponsabilizzazione, e le misure da loro promosse hanno la tendenza ad essere illogiche ed a rispondere a criteri di pura e semplice arbitrarietà: questa la tesi di fondo (controversa, se volete) dell’ultimo articolo che ho pubblicato su queste pagine e che, come scrivevo rispondendo ad un commento del mio amico bortocal, aveva la pretesa di essere una summa di tutto quello che ho pensato sull’argomento, fin da quando lo scorso 7 marzo Giuseppe Conte impose all’Italia un fin lì inedito lockdown.

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Non sai mai cosa entrerà da quella porta

La scorsa settimana, durante una breve vacanza a Roma (da cui mancavo da molto, troppo tempo), sono andato a vedere, al Chiostro del Bramante (che si trova a poca distanza da piazza Navona e che meriterebbe più fama di quella che ha) una mostra su Banksy che non sono ancora riuscito a decidere se mi sia piaciuta, oppure no.

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Il solito cane che morde un uomo

Il “principio zero” del giornalismo, attriuito a Joseph Pulitzer (sì, quel Pulitzer) recita:

un cane che morde un uomo non è una notizia. Un uomo che morde un cane lo è.

Credo ci siano state poche occasioni, nella storia ormai plurisecolare e non sempre gloriosa del giornalismo, in cui questa norma è stata infranta: l’ultima, a conferma del fatto che viviamo in tempi davvero eccezionali, pochi giorni fa, quando praticamente tutte le testate nazionali (escluso, forse, solo il magazine de Il mistero) hanno riportato l’ovvio, ossia che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), nei territori sottoposti alla sua giurisdizione, aveva autorizzato di nuovo, nonostante la segnalazione di alcuni eventi avversi che avevano portato alla sua sospensione precauzionale, la somministrazione del vaccino anti-Covid prodotto da AstraZeneca… sia pure, mi comunica in privato il mio amico ammennicolidipensiero, invitando la casa produttrice ad indicare sul foglietto illustrativo che, in condizioni molto specifiche, può accadere molto raramente che si manifestino particolari effetti collaterali, per altro sostanzialmente diversi da quelli che hanno causato la morte di alcune persone e terrorizzato l’opinione pubblica nelle scorse settimane. Insomma, l’EMA ha detto ad AstraZeneca: “Potete ricominciare a vendere il vaccino, ma fate un foglietto illustrativo che sia un foglietto illustrativo”.

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Crisi di coscienza?

A dispetto delle apparenze, crisi è probabilmente la parola più amata da giornalisti e politici nostri contemporanei; anzi, chi è aduso a leggere i quotidiani e ad ascoltare i comizi (che ormai è praticamente la stessa cosa) probabilmente si sarà accorto che per queste due categorie professionali la storia pare essere nulla più che una sequela ininterrotta di crisi, una subentrante all’altra, che giustificano ed anzi impongono che ad esse, e solo ad esse, vada indirizzata l’attenzione non solo di chi, per ruolo, deve “prendere delle decisioni”, ma anche dell’intera opinione pubblica.

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L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori

L’aneddotica sul Covid è ormai piena di racconti sui devastanti effetti che questa patologia è in grado di produrre non solo su chi ne viene colpito in forma grave (e questi sono, lo dico per coloro che ancora non l’hanno compreso, il motivo per cui è in corso un’emergenza sanitaria), ma anche su chi lo contrae in forma lieve; non più tardi di qualche settimana fa, ad esempio, ascoltavo un collega raccontare che, mentre era malato, provava un’incredibile fatica anche solo a fare pochi gradini, e che gli unici spostamenti di cui era capace in quei giorni, tipo andare dal letto al divano, portavano la sua frequenza cardiaca intorno ai centoquaranta battiti al minuto (sì, sono tanti), benché la sua saturazione d’ossigeno (parametro vitale ormai divenuto popolare quanto la temperatura corporea e la pressione arteriosa) non fosse mai scesa sotto il 95%.

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L’assedio

Il mio collega ed amico Marco, l’altro giorno, mi ha detto che non ha ancora deciso se ha meno senso il Decreto Natale, che il governo Conte è finalmente riuscito a varare lo scorso diciotto dicembre, oppure l’ordinanza con cui il giorno prima Luca Zaia, presidente di quella regione Veneto in cui ahinoi tutti e due viviamo e lavoriamo, ha istituito il divieto (inizialmente previsto fino al sei gennaio, adesso pare in scadenza domani) di uscire dal proprio comune di residenza o dimora dopo le ore quattordici.

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Al novantacinque per cento

Credo che la domanda che mi sono sentito rivolgere più spesso, negli ultimi mesi, da parte di chi mi conosce abbastanza bene da sapere che sono un medico (che, ahimè, è di solito una delle prime cose che le persone scoprono sul mio conto), sia stata: ma tu, che ne dici di questi vaccini contro il Covid? Lo ha fatto anche, nei commenti ad un mio post di qualche tempo fa, il mio amico ammennicolidipensiero, con un intento vagamente polemico che, devo essere sincero, non mi sento di condannare.

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Ci sono cascato…

… e nonostante l’impegno programmatico solennemente assunto qui, non ho resistito e, negli ultimi giorni, ho risposto non ad uno ma a ben due post (di blog molto diversi tra loro) che parlavano di Covid-19 e, ovviamente, dell’impatto che sta avendo sulle nostre vite (e questi temi, d’altronde, sono quelli di cui più spesso parlo non solo “professionalmente”, ma anche “privatamente”: la farina del diavolo va tutta in crusca).

Voglio riportare qui questi commenti, prendendo ad esempio il mio amico bortocal, perché credo riassumano il mio pensiero su due “temi caldi” riguardo la gestione della pandemia, e credo che lasciare traccia del fatto che esso è esistito sarà utile, quando userò questo blog come una capsula del tempo e tenterò di comprendere cosa ero, al tempo del Covid-19 (sperando venga un momento in cui se ne potrà parlare al passato).

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Posizione laterale (di sicurezza)

Alcuni giorni fa io ed una mia collega siamo andati a conoscere il primario del pronto soccorso in cui, se tutto va bene (ma essendoci di mezzo parecchia burocrazia, ci sono parecchie probabilità che almeno qualcosa vada storto), dal mese prossimo inizieremo entrambi a lavorare. Nel caso ve lo steste chiedendo sì, ci siamo andati insieme, nella stessa automobile: perché ci conosciamo da tempo e sarebbe stato stupido non fare così, ed anche perché, avendo io e lei condiviso tempi e spazi in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, e cioè l’ospedale, e dovendone anzi condividere ancora parecchio, abbiamo convenuto che non ci stavamo macchiando di alcun crimine o, comunque, non di un crimine particolarmente grave.

Da qualche parte sotto il limite della nostra coscienza, tuttavia, il tarlo del rimorso doveva essere al lavoro, se è vero, com’è vero, che ad un certo punto, mentre stavamo tornando nella città in cui tutti e due viviamo, ho seccamente interrotto la frase che stavo pronunciando ed esclamato: “Però vedi, alla fine arriviamo sempre a parlare di questo cazzo di Covid”.

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