Cane mangia cane

Qualche giorno fa, la politica italiana ha lasciato trascorrere, in modo pressoché indolore ed anzi in un silenzio sostanzialmente generale, una data che, in qualunque altra circostanza, sarebbe stata caricata di significati e di interpretazioni innumerevoli. Mi sono chiesto, a lungo, le ragioni di un simile comportamento; infine, credo di essere giunto a darmi una risposta: dev’essere per lo sforzo che le richiede svolgere un ruolo assolutamente inedito, almeno per quanto riguarda la storia della Seconda e Terza Repubblica. Ignoro se questa risposta sia corretta; ignoro, ancor di più, se sia originale.

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Seek and solve

Le relazioni intercorrenti tra il senso dell’olfatto e la memoria sono note, almeno, da quando Marcel Proust ne fece il punto di partenza per un’epopea romanzesca, in che parte autobiografica, lo lascio decidere a chi ha sull’argomento più competenza di me (non poco, comunque, a quel che ho sentito); l’intuizione del grande romanziere francese è stata confermata dagli studi sulla fisiologia e, soprattutto, sull’anatomia del sistema nervoso umano, che hanno scoperto che le aree cerebrali che si occupano di queste due funzioni sono non solo vicine (ed è interessante notare come esse facciano parte della porzione evolutivamente più antica del nostro cervello), ma in qualche caso addirittura sovrapposte. Ho sempre trovato questo stretto legame, scoperto durante il corso universitario di neuroanatomia, assai affascinante, come saprete anche voi visto che ne ho parlato spesso su queste pagine (al tema ho addirittura dedicato uno dei, pochissimi, fumetti da me realizzati ospitati qui).

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Ma come

Circa due mesi fa ho visitato una ragazza di trentacinque anni, madre da appena sei giorni (quindi, una paziente al minimo emotivamente impegnativa): era venuta in pronto soccorso perché, poche ore dopo essere stata dimessa dal reparto di ostetricia, in conseguenza di una cirrosi epatica di cui nessuno era riuscito a comprendere la causa (mai abuso alcolico, mai infezioni virali, nessun parente cirrotico), aveva iniziato a vomitare sangue. Quando è entrata in area rossa era pallida (me ne sono accorto nonostante la carnagione scura derivante da una provenienza esotica), sudata, tachicardica, confusa (e non solo perché le parlavamo una lingua che non capiva): tutti bruttissimi segni, che mi hanno portato, come si dice brutalmente in gergo, a saltarle addosso. Ho fatto quanto in  mio potere per avere il prima possibile un paio di sacche di sangue per rimetterle dentro quello che era uscito fuori (ed era parecchio, fidatevi); le ho dato una serie di farmaci per non farla ulteriormente peggiorare; le ho infilato un tubicino di plastica in un’arteria, per controllare battito per battito il valore della sua pressione sanguigna (che si stava pericolosamente abbassando); ho telefonato al mio collega endoscopista, affinché provvedesse a “chiudere il buco” da cui la paziente stava sanguinando (probabilmente, mi sono detto, da una di quelle varici esofagee che uccidono molti cirrotici: l’ho imparato prima di entrare a medicina, perché è così che è morto mio nonno). Un’ora e due episodi di ematemesi (che è l’elegante termine che i medici utilizzano perché “vomitare sangue” fa brutto) dopo, la paziente lasciava l’area rossa, diretta verso la terapia intensiva; un collega, una settimana dopo, mi ha detto che stava molto meglio e che presto sarebbe potuta tornare a casa.

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Aspettative

Scriveva Sant’Agostino, se non vado errato a proposito del tempo, che sapeva benissimo di cosa si trattava, finché qualcuno non gli chiedeva di spiegarlo. Ecco, io (si parva licet componere magnis) credo di poter dire la stessa cosa riguardo il dolore; che, pure, è un’entità con cui, per ragioni professionali, ho a che fare spesso, ed anzi oserei dire a cadenza pressoché quotidiana: non dico tutti, ma una buona percentuale dei pazienti che visito vengono da me perché hanno male da qualche parte; qualche volta, neppure loro sanno bene dove, ed anzi non sono nemmeno sicuri di provare davvero dolore, ma si limitano semplicemente a riferirmi un disagio non meglio identificato a livello della pancia, oppure del petto; altri, invece, entrano in ambulatorio tenendo una mano esattamente in un punto, quell’unico punto in cui sentono un dolore che però, il più delle volte, è lancinante, o comunque assai fastidioso.

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Cosa si prova ad essere un pipistrello?

Il terzo libro della saga di Harry Potter, Il prigioniero di Azkaban, è con ogni probabilità quello dell’intera serie in cui più felice e feconda è l’attitudine della sua autrice, J.K. Rowling, ad inventare cose, a popolare il suo mondo di concetti, creature ed oggetti che lo rendono tanto effettivamente magico quanto sinistramente inquietante: in questo volume, infatti, vengono introdotti per la prima volta i Dissennatori (i quali sono una trasposizione narrativa della depressione), guardiani appunto di Azkaban, il carcere dei maghi, capaci non solo di risucchiare tutta la felicità dalle persone che, incautamente, li avvicinano, ma anche di privarle letteralmente della loro anima; l’incantesimo per scacciarli, che “funziona” quando ci si concentra su un ricordo felice e si pronuncia la formula Expecto Patronum, che significa: invoco un protettore; la Giratempo, una curiosa macchina del tempo “a scadenza”, che permette di tornare nel passato di un’ora soltanto, e che bisogna usare con attenzione onde evitare di incontrare i se stessi del passato (il che causerebbe un paradosso temporale: sapete, una di quelle cose che fanno crollare l’Universo); ed infine i Mollicci, creature più dispettose che realmente oscure, di cui nessuno conosce la vera forma perché, quando li si incontra, essi si trasformano nella cosa di cui più ha paura chi sta loro di fronte.

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… nonché qualche postilla

Le persone che possiedono una qualunque forma di potere e che, negli ultimi due anni, hanno messo a punto i provvedimenti volti, almeno negli intendimenti, ad arginare la diffusione della pandemia da SARS-CoV-2, hanno agito e stanno ancora agendo in un regime di deresponsabilizzazione, e le misure da loro promosse hanno la tendenza ad essere illogiche ed a rispondere a criteri di pura e semplice arbitrarietà: questa la tesi di fondo (controversa, se volete) dell’ultimo articolo che ho pubblicato su queste pagine e che, come scrivevo rispondendo ad un commento del mio amico bortocal, aveva la pretesa di essere una summa di tutto quello che ho pensato sull’argomento, fin da quando lo scorso 7 marzo Giuseppe Conte impose all’Italia un fin lì inedito lockdown.

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Non sai mai cosa entrerà da quella porta

La scorsa settimana, durante una breve vacanza a Roma (da cui mancavo da molto, troppo tempo), sono andato a vedere, al Chiostro del Bramante (che si trova a poca distanza da piazza Navona e che meriterebbe più fama di quella che ha) una mostra su Banksy che non sono ancora riuscito a decidere se mi sia piaciuta, oppure no.

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Il solito cane che morde un uomo

Il “principio zero” del giornalismo, attriuito a Joseph Pulitzer (sì, quel Pulitzer) recita:

un cane che morde un uomo non è una notizia. Un uomo che morde un cane lo è.

Credo ci siano state poche occasioni, nella storia ormai plurisecolare e non sempre gloriosa del giornalismo, in cui questa norma è stata infranta: l’ultima, a conferma del fatto che viviamo in tempi davvero eccezionali, pochi giorni fa, quando praticamente tutte le testate nazionali (escluso, forse, solo il magazine de Il mistero) hanno riportato l’ovvio, ossia che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), nei territori sottoposti alla sua giurisdizione, aveva autorizzato di nuovo, nonostante la segnalazione di alcuni eventi avversi che avevano portato alla sua sospensione precauzionale, la somministrazione del vaccino anti-Covid prodotto da AstraZeneca… sia pure, mi comunica in privato il mio amico ammennicolidipensiero, invitando la casa produttrice ad indicare sul foglietto illustrativo che, in condizioni molto specifiche, può accadere molto raramente che si manifestino particolari effetti collaterali, per altro sostanzialmente diversi da quelli che hanno causato la morte di alcune persone e terrorizzato l’opinione pubblica nelle scorse settimane. Insomma, l’EMA ha detto ad AstraZeneca: “Potete ricominciare a vendere il vaccino, ma fate un foglietto illustrativo che sia un foglietto illustrativo”.

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Crisi di coscienza?

A dispetto delle apparenze, crisi è probabilmente la parola più amata da giornalisti e politici nostri contemporanei; anzi, chi è aduso a leggere i quotidiani e ad ascoltare i comizi (che ormai è praticamente la stessa cosa) probabilmente si sarà accorto che per queste due categorie professionali la storia pare essere nulla più che una sequela ininterrotta di crisi, una subentrante all’altra, che giustificano ed anzi impongono che ad esse, e solo ad esse, vada indirizzata l’attenzione non solo di chi, per ruolo, deve “prendere delle decisioni”, ma anche dell’intera opinione pubblica.

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L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori

L’aneddotica sul Covid è ormai piena di racconti sui devastanti effetti che questa patologia è in grado di produrre non solo su chi ne viene colpito in forma grave (e questi sono, lo dico per coloro che ancora non l’hanno compreso, il motivo per cui è in corso un’emergenza sanitaria), ma anche su chi lo contrae in forma lieve; non più tardi di qualche settimana fa, ad esempio, ascoltavo un collega raccontare che, mentre era malato, provava un’incredibile fatica anche solo a fare pochi gradini, e che gli unici spostamenti di cui era capace in quei giorni, tipo andare dal letto al divano, portavano la sua frequenza cardiaca intorno ai centoquaranta battiti al minuto (sì, sono tanti), benché la sua saturazione d’ossigeno (parametro vitale ormai divenuto popolare quanto la temperatura corporea e la pressione arteriosa) non fosse mai scesa sotto il 95%.

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