Inferni

Ieri mattina, mentre trasferivo il mio pranzo caldo dalla padella in cui l’avevo cucinato al portavivande in cui l’avrei portato al lavoro, mi sono chiesto: ma perché, in inverno, è il calore che fa appannare un vetro, mentre, in estate, è l’acqua fredda che versi in un bicchiere a produrre lo stesso effetto?

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Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte II e no, purtroppo per voi non ultima) – Gaberricci’s Anatomy

L’effetto placebo, dicevamo, esprime al meglio le sue potenzialità quando viene utilizzato per trattare il dolore. Questo, aggiungevamo, perché il dolore ha una componente fortemente emotiva, e ciò lo differenzia da molti degli altri sintomi con cui i medici devono confrontarsi (ma non da tutti: il tremore essenziale, ad esempio, aumenta quando il paziente è sotto stress).

Perché il dolore ha questa caratteristica? Prima di rispondere a tale domanda, dobbiamo compiere due operazioni che per qualcuno potrebbero risultare problematiche:

  1. venire a capo di un quesito preliminare: che cos’è il dolore?
  2. accettare la teoria darwiniana dell’evoluzione.

Darò per scontato il secondo punto (di cui magari parleremo un’altra volta, che ho una mezza idea di fare una recensione dello splendido “Il caso e la necessità” dopo essermelo riletto). Il primo, invece, merita una riflessione approfondita.

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Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte I e forse unica)- Gaberricci’s Anatomy

Un mio professore universitario (tra l’altro, uno di quelli che mi ha insegnato una materia “non clinica” e, diciamocelo francamente, non delle più utili) disse una volta, durante una lezione:

un medico che non sa come usare l’effetto placebo non è un bravo medico

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Indice terapeutico

Ricordo che quando diedi l’esame di farmacologia, che non è l’esame più difficile che ho sostenuto, mi chiesero quale fosse l’indice terapeutico del paracetamolo. Che, viceversa, è probabilmente la domanda più difficile che mi abbiano fatto, in quei sei anni in cui hanno tentato di insegnare alla mia riottosa persona, se non proprio a far del bene, quanto meno a non fare del male.

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Lo spirito delle scale del Taj Mahal

È vero: la scienza si è limitata a dimostrare che la lingua che parliamo influenza il modo in cui pensiamo; ma, per quanto possa valere la mia opinione, secondo me è vero anche il contrario: ossia, il modo in cui pensiamo influenza la lingua che parliamo. Se in una lingua esiste un’espressione economica per dire qualcosa, significa che i parlanti di quella lingua si trovano spesso nella situazione di dover utilizzare quell’espressione, tanto da rapprendere tutta una circonlocuzione in un unico termine o, al più, in poche parole.

Non ho nulla contro i tedeschi (ed essere razzisti verso i tedeschi non è meglio che esserlo verso, che so, i nigeriani), ma credo che chi parla quella lingua appartenga ad un popolo ben curioso, che ha avuto bisogno di coniare il lemma Schadenfreude, che indica la felicità derivante dalle disgrazie altrui; i brasiliani, che hanno fatto della saudade (che non è la semplice tristezza) un marchio di fabbrica tale da divenire parodia di loro stessi, devono essere meno allegri di quanto il loro carnevale faccia pensare; d’altronde i francesi devono mancare della risposta pronta, avendo messo a disposizione del mondo l’espressione esprit de l’escalier, letteralmente “spirito delle scale”, che usano per riferirsi a quelle odiose situazioni in cui ti viene una risposta fulminante a qualcosa che qualcuno ha detto, ma dieci minuti dopo che quel qualcuno ha finito di parlare. Dieci minuti, in tempi di comunicazione sui social network, equivalgono a quattro generazioni. Quasi cinque, via.

Sia chiaro: è questo un problema diffuso ed ai francesi, semmai, va attribuito il merito di aver saputo dare un nome ad un fenomeno tanto capillare (e lo stesso si potrebbe dire della Schadenfreude e della saudade, probabilmente). Io stesso, stamattina, sono stato colto dall’esprit de l’escalier quando, sull’autobus, mi sono ritrovato ad esclamare: “eh sì, infatti in India mica qualcuno muore di dissenteria”.

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Narrativa ed evidenza

Ho finito da poco (poco in termini di ore, proprio) di leggere la prima parte di “Mesmer. Lezioni di mentalismo. Dall’età della pietra all’età dell’anima”, libro autoprodotto di Mariano Tomatis (qui il sito internet del progetto, dove è possibile acquistare il libro ed iscriversi alla newsletter), primo di una (si spera lunga) serie di volumi che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe costituire una sorta di “manuale universale di mentalismo”, analizzando nel contempo la sua storia ed il contesto in cui si è sviluppato ed è cresciuto.

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