Non avete capito nulla di come funziona il tempo

Quando andarono a comunicargli che l’intera popolazione di Betelgeuse-3 era stata spazzata via da una guerra civile durata appena quattro giorni, durante la quale tutt’e tre le parti in lotta avevano potuto accedere, con estrema facilità, a delle armi atomiche, l’uomo che per se stesso, con un’ironia che pochi comprendevano, aveva scelto il nome di Jeronimo Cardianos, non aveva mostrato alcuna emozione; aveva invece protestato vivamente quando, subito dopo, gli era stato suggerito che, in seguito a quegli eventi, sarebbe stato forse opportuno ritirarsi dalla carica che occupava.

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Smania realistica

Il cosiddetto ciclo di Cthulhu si compone di una qualche decina (non sono andato a contarli, lo ammetto) di racconti pubblicati intorno agli anni Trenta del secolo scorso, su alcune riviste pulp americane, da un timido e per certi versi inquietante autore di Providence, nel Rhode Island, Howard Phillips Lovecraft; questi racconti, tutti incentrati sugli incontri tra sfortunati esseri umani e ributtanti, incomprensibili creature giunte sul nostro pianeta dallo spazio profondo (la più famosa delle quali appartiene ad una “tribù” nota come Grandi Antichi e risponde appunto al nome di Cthulhu), sono a modesto parere di chi scrive uno degli apici raggiunti dalla narrativa fantastica non solo nel Novecento, ma nell’intera storia del genere umano: ed a dimostrare che questo mio giudizio, che qualcuno potrebbe ritenere temerario, non è totalmente privo di fondamento sta la sterminata serie di rimandi al ciclo, più o meno obliqui, contenuti in opere letterarie, ed anche figurative, cinematografiche, musicali (i Metallica, per fare un esempio, inclusero in Ride the lightning un pezzo strumentale di oltre otto minuti intitolato The call of Ktulu, che cita un racconto di Lovecraft che, come vedremo, ha effettivamente esercitato un certo richiamo su parecchi artisti). Come se ciò non bastasse, a quasi cent’anni dalla prima comparsa esplicita di Cthulhu e compagnia sulla faccia della Terra, non mancano scrittori che si misurano con la sfida di ambientare nuove narrazioni nella mitologia creata da Lovecraft (e Mondadori ha pubblicato qualche tempo fa una raccolta di questi “apocrifi” piuttosto interessante), o con quella, speculare, di trasportare quest’ultima su media diversi da quelli per cui essa era stata concepita, o che addirittura neppure esistevano quando Lovecraft visse e scrisse. Francamente, non mi stupirebbe scoprire che esiste un podcast dedicato o addirittura condotto da uno o più Grandi Antichi.

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Una storia, quale che sia

Era chiaro per tutti quanto difficile sarebbe stato per i cittadini del Paese, anche per quelli più insigni, sopportare la noia e la mancanza di stimoli che i giorni plumbei dell’Isolamento avrebbero portato con se. Per quel motivo un anonimo dirigente della televisione di stato, il cui compito era decidere i palinsesti dei canali meno significativi dell’ampia pletora che il national broadcasting metteva a disposizione dei propri abbonati, aveva deciso (da casa sua, chiaramente: la necessità di incoraggiare il più possibile lo smart working era così evidente da non richiedere dimostrazione) di dedicarne uno alla replica ininterrotta di classici più o meno riconosciuti della storia del cinema.

Fu in quell’occasione storica che il Filosofo ebbe modo di guardare per la prima volta The Truman Show; e fu mentre lo guardava, che la domanda gli balenò alla mente.

E se noi veramente non si fosse altro che il personaggio di uno show messo in scena per un Dio di cui non riusciamo a cogliere l’esistenza?

Il concetto gli piacque; assai meno, la forma in cui lo aveva espresso. Si sporse comunque, con l’intenzione di afferrare una stilografica ed un post-it riciclato su cui appuntarlo: da quell’interrogativo avrebbe sicuramente potuto trarre un ponderoso saggio che, sospettava, sarebbe assai interessato all’editore Laterza. Il gesto, tuttavia, si interruppe a metà; mentre era ridicolmente adagiato sul bracciolo della poltrona come una Paolina Bonaparte, infatti, una voce gli rispose.

E gli disse: sa che in un certo senso è proprio così?

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Oggetti culturali non identificati (ma forse è solo la Morte Nera)

Negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso, mentre Vladimir Putin, annunciando al mondo di aver acquistato missili capaci di fare danni paragonabili a quelli dell’impatto con un meteorite, dava tutto un nuovo significato all’espressione, erano quelle cinematografiche, le guerre spaziali cui dava importanza la maggioranza della popolazione mondiale (o, almeno, la maggioranza della popolazione mondiale di cui importa qualcosa all’industria dell’intrattenimento). Appunto negli ultimi scampoli del 2019 (giusto in tempo, in effetti, perché il merchandise natalizio raggiungesse i negozi), infatti, è uscito nelle sale L’ascesa di Skywalker, capitolo conclusivo della terza (!) trilogia* ambientata nell’universo dei Jedi e dei Sith, che George Lucas inventò nel 1977, mentre dirigeva un film che si sarebbe poi chiamato Una nuova speranza.

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A proposito di principio di uguaglianza

Dedico questo articolo a bortocal (e sono quasi due di fila). Senza il commento lasciato ad un suo recente articolo, questo post, probabilmente, non esisterebbe.

 Riporto da una pagina Facebook, del cui proprietario preferirei non fare il nome (la sapete quella storia del “purché se ne parli”, vero?). Mi sembra una di quelle situazioni in cui potrei scrivere “la questione si commenta da se”:

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Invasione

Quando cambiò colore, lo squarcio era aperto nel cielo sopra San Pedro de Girona da ormai sessantaquattro giorni. Gli abitanti del capoluogo, che era stato fondato da fuoriusciti catalani (da cui il nome) poco dopo l’ultimo viaggio di Colombo, dunque, ci si erano ormai abituati come, nel tempo, si erano abituati alla pena di morte, alla febbre gialla, al cattolicesimo coloniale ed alla United Fruit, che pure era arrivata appena quindici anni prima e che parlava una lingua che la maggior parte di loro (la maggior parte, non tutti) non capiva.

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