Colpito dalla mano di Dio

Quando spalancarono la porta di quel tugurio, il professo più anziano, che una ventina d’anni prima aveva risolto con un agguato una di quelle questioni d’onore che interessano solo i nobili (e che quindi era fuggito, più che entrato, nella Compagnia di Gesù), arretrò, disgustato; l’altro, invece, avanzò senza scomporsi, ed anzi quasi allegro: d’altronde, se si era fatto gesuita era stato proprio per non assistere più a spettacoli come quello. E perché, come aveva sentenziato suo padre, con una lingua come la sua sarebbe campato poco da qualunque altra parte.

“E quindi” stava dicendo in quel momento, mentre il suo compagno, stringendosi un fazzoletto sul naso, finalmente varcava la soglia “la signora che viveva qui era una fattucchiera?”

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Non ho avuto bisogno di quell’ipotesi

Napoleone Bonaparte, la cui mole di apparizioni su questo blog inizia a diventare preoccupante, aveva studiato al Politecnico ed era, pare, un grande appassionato di matematica e scienza (esiste perfino un “teorema di Napoleone”, che Napoleone probabilmente non ha scoperto): gli capitava dunque di ricevere i più insigni scienziati del suo tempo e di discutere con loro di ciò su cui stavano lavorando.

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A kind of magic

Su questo sito ho più volte illustrato quale sia la mia posizione sul “paranormale” (intendendo questo termine in senso assai ampio), ed ho anche raccontato il curioso percorso che, grazie soprattutto all’azione “salvifica” di Mariano Tomatis, mi ha condotto dall’integralismo razionalista che manifestavo a vent’anni, quando meditavo di iscrivermi all’UAAR e ritenevo fosse una buona idea andare a dire ad un malato terminale che era stupido che andasse in chiesa a pregare, e che doveva rassegnarsi all’idea che presto sarebbe diventato nulla piuttosto che sognare che sarebbe andato a stare in un posto migliore in cui non avrebbe più sofferto e, forse, avrebbe rivisto tutti coloro che aveva amato, alla posizione “possibilista” che professo ora; in particolare, ho sovente espresso la convinzione che il magico possa (ed anzi debba) far parte della vita di ciascuno di noi. Questo, ovviamente, non mi ha condotto nelle schiere degli adepti del culto di gente come Roberto Giacobbo, a cui per altro credo manchi una componente fondamentale per divenire dei rispettabili autori di discorsi magici: una buona narrativa.

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Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

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I giusti

L’uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla Terra esista la musica.

Chi scopre con piacere un’etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna ed un uomo che leggono le ultime terzine di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o tenta di giustificare un torto che gli è stato fatto.

Chi è contento che sulla Terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Queste persone, che non si conoscono, stanno salvando il mondo.

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