Inferni

Ieri mattina, mentre trasferivo il mio pranzo caldo dalla padella in cui l’avevo cucinato al portavivande in cui l’avrei portato al lavoro, mi sono chiesto: ma perché, in inverno, è il calore che fa appannare un vetro, mentre, in estate, è l’acqua fredda che versi in un bicchiere a produrre lo stesso effetto?

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Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

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I giusti

L’uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla Terra esista la musica.

Chi scopre con piacere un’etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna ed un uomo che leggono le ultime terzine di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o tenta di giustificare un torto che gli è stato fatto.

Chi è contento che sulla Terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Queste persone, che non si conoscono, stanno salvando il mondo.

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