Sulla necessità dell’Occlumanzia digitale

Su queste pagine ho scritto molte volte (l’ultima, meno di una settimana fa, nel post che precede questo) che ritengo importante e, anzi, fondamentale per la definizione di chi sono io, ma anche di chi sono tutti quelli che hanno più o meno la mia età, il fenomeno Harry Potter, che ai tempi in cui eravamo più vulnerabili travolse il mondo con una potenza dirompente e, anzi, incredibile, intendendo questo termine nel suo senso più proprio: ricordiamo infatti che, all’inizio del Duemila, quando l’opera della Rowling trionfò a livello mondiale rendendola la seconda donna più ricca d’Inghilterra (la prima, è un’anziana famosa oltre ogni merito e recentemente rimasta vedova), Internet praticamente non esisteva, i fenomeni mediatici si imponevano largamente col passaparola “fisico” o, al limite, sfruttando giornali e televisioni, e virale indicava soltanto la categoria a cui appartenevano i patogeni responsabili del raffreddore, dell’influenza e di una forma piuttosto virulenta di polmonite che avrebbe terrorizzato senza motivo l’Occidente di lì a poco (e, a voler credere alla buonafede dei governanti, forse è quest’ondata di panico senza fondamento riguardo la prima SARS ad aver determinato, almeno in parte, il colpevole e fatale ritardo con cui è stata affrontata la seconda: ma sto divagando). Ecco, nonostante ciò, nonostante una velocità delle comunicazioni che sta a quelle odierne come quelle d’allora stavano al piccione viaggiatore, Harry Potter riuscì a penetrare ovunque, a divenire un luogo comune, uno di quegli argomenti su cui tutti avevano ed anzi dovevano avere un’opinione, perché era lì, ci stavamo vivendo in mezzo, e cercare di ignorarlo era come cercare di ignorare che il cielo è azzurro, o che in mezzo alla capitale d’Italia c’è il centro direzionale della chiesa cattolica, fatto che ha delle conseguenze e sul modo in cui gli italiani vedono il mondo, e sui provvedimenti normativi che i suoi governi decidono di approvare o di cassare: e, badate, sto facendo questo esempio non a caso.

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Il padrone del…

Nel 2013, all’insaputa di molti (o forse di tutti), scrivevo già un sito internet, diverso da quello che state leggendo ora; lo facevo dall’aula computer (oggi credo non più esistente) della mia università, perché non possedevo né desideravo possedere un computer di mia proprietà, che pure mi era stato offerto più volte in regalo: mi atterriva, infatti, l’idea di avere a disposizione un aggeggio che mi avrebbe consentito di entrare in Internet in ogni momento, ed anzi utilizzavo uno smartphone (volutamente privo della possibilità di accedere al web altrimenti che col Wi-Fi) solo perché mia madre, esasperata dal vedermi smanettare con un cellulare che, mi sembra di ricordare, utilizzava ancora la tecnologia GSM, mi aveva praticamente obbligato ad accettarlo, a marzo, come dono per il mio compleanno (ed io sono nato a luglio).

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Una malattia della tendenza al wit

Circa dieci anni fa, ero un ragazzino appena uscito dall’adolescenza che nutriva sogni neppure troppo velati di divenire un “intellettuale universale”, sullo stile di quelli che avevo studiato (poco e male) sulle pagine del mio manuale di filosofia dedicate ai pensatori rinascimentali: per questo motivo, le mie letture erano varie e paurosamente disordinate, volte più a dare ai miei interlocutori l’impressione di conoscere un sacco di robe, che a costruirmi una cultura solida su qualcosa. Credo che parte di quella personalità viva ancora in me, se è vero come è vero che tengo un blog il cui nome (come spiegavo qui) esprime la volontà, o per lo meno la possibilità, di parlare di qualunque cosa.

Ad ogni modo, quel me stesso che allocava in se tale pericolosa commistione di ignoranza e saccenza si trovò, un giorno, a parlare con una persona: si trattava di un uomo davvero colto, che molto stimavo e che, a suo modo, è stato molto importante per la mia formazione (anche se oggi, probabilmente, sarei più critico su alcune sue opinioni); durante quella conversazione, mi capitò di saper rispondere ad un domanda su un argomento così specifico che quell’uomo si stupì del fatto che io ne avessi anche solo sentito parlare. Fortunatamente, non indagò più a fondo sulla mia preparazione in merito, altrimenti avrebbe scoperto quanto lacunosa e superficiale essa fosse, ed io non avrei potuto essere così stupidamente fiero di me stesso da ricordarmene ancora, a più di un decennio di distanza.

Questo episodio mi è tornato in mente una settimana fa, durante una chiacchierata con mio fratello; e l’apparente semplicità con cui un adolescente contemporaneo, anche assai meno spocchiosamente intellettualoide di me, potrebbe rispondere a quel quesito da, credo, una misura di quanto sia cambiato il mondo (e questa considerazione da forse una misura di quanto poco sia cambiato io: ma lasciamo queste riflessioni per un altro luogo ed un altro momento).

La domanda era infatti: “che cos’è un meme?”.

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Cazzi e conigli. Pochissimi conigli, praticamente nessuno

Tengo questo blog, ormai, da più di cinque anni (a marzo, per la precisione, ne saranno passati sei del giorno in cui lo aprii); in precedenza, avevo trascorso altri ventiquattro, lunghi mesi riempiendo coi miei sproloqui un sito internet, per altro di dubbio gusto e che sono felice sia scomparso dalla Rete. Avrò scritto, non so, quasi un migliaio di post, qualche milione di parole e, cosa più importante, avrò pensato di scriverne almeno dieci volte tante: nonostante questo, non mi sono mai occupato di Giorgio Chiellini, né avrei mai pensato di occuparmene; nonostante questo, non mi sono mai occupato di peni di membri di verghe di cazzi (Cristo, era una vita che sognavo di dirlo), né avrei mai pensato di occuparmene. Di organi genitali femminili (per altro interni) , ma questo è un altro discorso.

Comunque, data questa premessa, capirete che la sorpresa che ho provato io, ieri sera, quando mi sono ritrovato a scrivere un post sul cazzo di Giorgio Chiellini, è, se possibile, sensibilmente maggiore di quella che potreste provare, in questo preciso momento, voi, che quel post lo state leggendo.

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Ex falso quodlibet

Mia madre condivide con me un articolo, che preferisco non linkare, tratto dal sito internet di una televisione locale della mia città d’origine (ma sono sicuro che una televisione locale di Verona – ed anche una di Caltanissetta, probabilmente – avrebbe trattato la notizia nello stesso modo).

Il titolo dell’articolo è il seguente: “Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla, l’utilizzo del pallone in piscina solo per i bambini non italiani. E poi parlano di razzismo” (sic; il nome della piscina non è quello reale, il corsivo è mio).

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O Stato…

(Attenzione: in questo articolo si fa un uso disinvolto delle lettere maiuscole)

Nell’ultimo mese, un evento che credevo non mi avrebbe mai spinto a questa conclusione mi ha fatto riflettere sui ringraziamenti che dovrei rivolgere a [inserire nome di divinità a piacere] per il fatto di essere un uomo molto, molto fortunato.

Sto parlando, ovviamente, dell’epocale decisione presa da Mark Zuckerberg (o da chiunque si occupi di queste cose dalle parti di Menlo Park, California) di introdurre anche su Whatsapp la funzione “Storie”, mascherandola abilmente dietro la denominazione “Stato”. Continue reading

Dissenso!

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

Dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, articolo 2

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