Smania realistica

Il cosiddetto ciclo di Cthulhu si compone di una qualche decina (non sono andato a contarli, lo ammetto) di racconti pubblicati intorno agli anni Trenta del secolo scorso, su alcune riviste pulp americane, da un timido e per certi versi inquietante autore di Providence, nel Rhode Island, Howard Phillips Lovecraft; questi racconti, tutti incentrati sugli incontri tra sfortunati esseri umani e ributtanti, incomprensibili creature giunte sul nostro pianeta dallo spazio profondo (la più famosa delle quali appartiene ad una “tribù” nota come Grandi Antichi e risponde appunto al nome di Cthulhu), sono a modesto parere di chi scrive uno degli apici raggiunti dalla narrativa fantastica non solo nel Novecento, ma nell’intera storia del genere umano: ed a dimostrare che questo mio giudizio, che qualcuno potrebbe ritenere temerario, non è totalmente privo di fondamento sta la sterminata serie di rimandi al ciclo, più o meno obliqui, contenuti in opere letterarie, ed anche figurative, cinematografiche, musicali (i Metallica, per fare un esempio, inclusero in Ride the lightning un pezzo strumentale di oltre otto minuti intitolato The call of Ktulu, che cita un racconto di Lovecraft che, come vedremo, ha effettivamente esercitato un certo richiamo su parecchi artisti). Come se ciò non bastasse, a quasi cent’anni dalla prima comparsa esplicita di Cthulhu e compagnia sulla faccia della Terra, non mancano scrittori che si misurano con la sfida di ambientare nuove narrazioni nella mitologia creata da Lovecraft (e Mondadori ha pubblicato qualche tempo fa una raccolta di questi “apocrifi” piuttosto interessante), o con quella, speculare, di trasportare quest’ultima su media diversi da quelli per cui essa era stata concepita, o che addirittura neppure esistevano quando Lovecraft visse e scrisse. Francamente, non mi stupirebbe scoprire che esiste un podcast dedicato o addirittura condotto da uno o più Grandi Antichi.

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Conclusione (Domande toscane)

Devo ringraziare il mio amico Mauro (al grande pubblico noto come bortocal) che, tenendo fede ad una promessa che aveva fatto giorni fa e tornando a commentare l’Introduzione alla (lunga, per le mie abitudini) serie di articoli che ho voluto intitolare Domande toscane, si è sobbarcato l’onere di ricapitolare i quesiti che, come spiegavo in quella stessa Introduzione, erano stati in me suscitati da quello che avevo visto, fatto, vissuto (perdonatemi, se indulgo all’autocitazione) in dieci giorni di vacanza in Toscana, dove ero tornato dopo ben otto anni. Questi sono quegli interrogativi, a cui volutamente non ho dato alcuna risposta esplicita, e spero mi scuserà Mauro se da esse ho brutalmente tagliato la sintesi delle sue risposte, che potete tuttavia godervi andando a leggere il suo commento, nonché tutti quelli che ha lasciato sotto i singoli “esemplari” prodotti da questo curioso esperimento:

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Com’è che vincemmo il campionato (con un ospite)

(Ho parlato talmente tante volte, su queste pagine, di Tiziano, che, a voler usare un luogo comune, potrei dire che è uno che, almeno per chi mi segue da un po’,  non ha bisogno di presentazioni; ma, se proprio avete bisogno di dare un’identità a questo curioso personaggio, oppure, com’è comprensibile, ignorate chi io sia, e questa è la prima volta che capitate su questo blog dal nome parecchio difficile, vi basti sapere che Tiziano è un collega specializzato in una disciplina medica di cui fatico assai a comprendere il fascino, e che ha una profonda ed a tratti insana passione e per il progressive, soprattutto quello italiano, e per i giochi di parole di pessimo gusto.

Come se ciò non bastasse a dare di lui un’immagine a tinte sufficientemente fosche, è anche uno dei miei migliori amici.

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Quattromilanovecento e tredici

(Il 23 aprile scorso, come ogni anno, si è festeggiata la Giornata internazionale del libro; ed a pensarci, dato che della mia vita ricordo molto più quello che ho letto, che quello che ho vissuto – cit., e come vedremo ben di rado ne ho fatte di così pesanti era inevitabile che, prima o poi, per quella giornata, io ricevessi un regalo. Anche se in quella stessa data si celebra anche il diritto d’autore, che non sono sicuro sia una cosa a cui, nelle sue incarnazioni contemporanee, voglio essere associato.

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Una storia, quale che sia

Era chiaro per tutti quanto difficile sarebbe stato per i cittadini del Paese, anche per quelli più insigni, sopportare la noia e la mancanza di stimoli che i giorni plumbei dell’Isolamento avrebbero portato con se. Per quel motivo un anonimo dirigente della televisione di stato, il cui compito era decidere i palinsesti dei canali meno significativi dell’ampia pletora che il national broadcasting metteva a disposizione dei propri abbonati, aveva deciso (da casa sua, chiaramente: la necessità di incoraggiare il più possibile lo smart working era così evidente da non richiedere dimostrazione) di dedicarne uno alla replica ininterrotta di classici più o meno riconosciuti della storia del cinema.

Fu in quell’occasione storica che il Filosofo ebbe modo di guardare per la prima volta The Truman Show; e fu mentre lo guardava, che la domanda gli balenò alla mente.

E se noi veramente non si fosse altro che il personaggio di uno show messo in scena per un Dio di cui non riusciamo a cogliere l’esistenza?

Il concetto gli piacque; assai meno, la forma in cui lo aveva espresso. Si sporse comunque, con l’intenzione di afferrare una stilografica ed un post-it riciclato su cui appuntarlo: da quell’interrogativo avrebbe sicuramente potuto trarre un ponderoso saggio che, sospettava, sarebbe assai interessato all’editore Laterza. Il gesto, tuttavia, si interruppe a metà; mentre era ridicolmente adagiato sul bracciolo della poltrona come una Paolina Bonaparte, infatti, una voce gli rispose.

E gli disse: sa che in un certo senso è proprio così?

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