Smania realistica

Il cosiddetto ciclo di Cthulhu si compone di una qualche decina (non sono andato a contarli, lo ammetto) di racconti pubblicati intorno agli anni Trenta del secolo scorso, su alcune riviste pulp americane, da un timido e per certi versi inquietante autore di Providence, nel Rhode Island, Howard Phillips Lovecraft; questi racconti, tutti incentrati sugli incontri tra sfortunati esseri umani e ributtanti, incomprensibili creature giunte sul nostro pianeta dallo spazio profondo (la più famosa delle quali appartiene ad una “tribù” nota come Grandi Antichi e risponde appunto al nome di Cthulhu), sono a modesto parere di chi scrive uno degli apici raggiunti dalla narrativa fantastica non solo nel Novecento, ma nell’intera storia del genere umano: ed a dimostrare che questo mio giudizio, che qualcuno potrebbe ritenere temerario, non è totalmente privo di fondamento sta la sterminata serie di rimandi al ciclo, più o meno obliqui, contenuti in opere letterarie, ed anche figurative, cinematografiche, musicali (i Metallica, per fare un esempio, inclusero in Ride the lightning un pezzo strumentale di oltre otto minuti intitolato The call of Ktulu, che cita un racconto di Lovecraft che, come vedremo, ha effettivamente esercitato un certo richiamo su parecchi artisti). Come se ciò non bastasse, a quasi cent’anni dalla prima comparsa esplicita di Cthulhu e compagnia sulla faccia della Terra, non mancano scrittori che si misurano con la sfida di ambientare nuove narrazioni nella mitologia creata da Lovecraft (e Mondadori ha pubblicato qualche tempo fa una raccolta di questi “apocrifi” piuttosto interessante), o con quella, speculare, di trasportare quest’ultima su media diversi da quelli per cui essa era stata concepita, o che addirittura neppure esistevano quando Lovecraft visse e scrisse. Francamente, non mi stupirebbe scoprire che esiste un podcast dedicato o addirittura condotto da uno o più Grandi Antichi.

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La stagione delle cornici

Qualche sera fa, su una delle reti “collaterali” della Rai, ho visto un film tv intitolato La stagione della caccia: si trattava, come facilmente intuibile fin dal titolo, di uno dei moltissimi sceneggiati che il servizio pubblico, che almeno in qualcosa dovrà pur rendere il contribuente felice di aver pagato il canone, ha tratto dai romanzi di Andrea Camilleri; in questo caso, da uno di quelli che, pur condividendo l’ambientazione (la cittadina di Vigata) con le sue avventure, non hanno per protagonista il commissario Salvo Montalbano e, anzi, sono ambientati in un periodo storico precedente (nella fattispecie, in un momento imprecisato tra la spedizione dei Mille e la prima guerra mondiale).

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Più famosi di William Shakespeare

Nel 1966, in un’intervista rilasciata al quotidiano Evening Star con la malcelata intenzione di dimostrare che, benché ne facesse ancora parte, già si stava distaccando dal resto dei Beatles per il temperamento ed il desiderio quasi ossessivo di provocare lo scandalo, John Lennon pronunciò una frase, rimasta famosa (se non sbaglio, dovrebbe aver addirittura dato il titolo ad un volume a lui dedicato), destinata a perseguitarlo e ad appiccicargli addosso l’etichetta di “cattivo ragazzo” dei Beatles. La frase in questione era: “In questo momento, siamo più famosi di Gesù Cristo”.

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Un panino di Divina Commedia

Durante la mia adolescenza, ed anche nelle fasi iniziali della mia maturità (sempre che si possa definire maturità lo stato in cui mi trovo ora), una parte considerevole delle mie energie mentali era rivolta a tentare di dare una risposta al seguente quesito: ma, in fin dei conti, a cosa serve studiare letteratura (che, sia detto per inciso, era una delle cose che mi piaceva di più fare)?; e, devo ammetterlo, sto confessando di aver avuto questo curioso hobby (per altro condiviso con parecchi miei coetanei: ricordo discussioni infinite su questo tema nel porticato del mio liceo) con meno vergogna di quello che sarebbe lecito attendersi: a spingere molti a riflettere su interrogativi di tal fatta erano allora, infatti, non solo i giornali, che ne parlavano sovente e per di più con toni sempre apocalittici, o trionfalistici (che si sa sono i toni che hanno più presa sui giovani), ma anche alcuni importanti uomini delle istituzioni. Tra i tanti, mi piace ricordare quel ministro che, rispondendo a qualcuno che lo interrogava sull’opportunità di insegnare i classici a quei ricattabili precari del futuro che erano gli studenti dell’epoca, lo invitò soave a “provare a farsi un panino con la Divina Commedia”.

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Ma colpisco un po’ a casaccio, perché non ho più memoria

Alcuni giorni fa (che saranno divenuti settimane nel momento in cui leggerete queste righe, visti i tempi geologici che abitualmente mi sono necessari per elaborare e poi scrivere un post) il mio amico bortocal ha pubblicato sul suo blog un articolo, molto interessante e che vi invito a leggere nella sua interezza, a proposito del mito di Atlantide: in esso, in particolare, Mauro si è concentrato sulla descrizione dei disastri naturali che potrebbero averlo ispirato e sulle motivazioni che spinsero Platone, che è il primo a farne menzione, ad elaborarlo; o, dovrei dire piuttosto, sulle motivazioni che spinsero Platone, che è il primo tra le fonti giunte fino a noi a farne menzione, a riportarlo.

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Farmakon

(N.B.: in greco antico, farmacon può significare sia farmaco, sia veleno)

Ho appena terminato (dopo una lettura proceduta ad un ritmo non esattamente incessante) il libro di Roberto Ippolito Delitto Neruda, acquistato praticamente per caso a Pienza durante le mie vacanze toscane (quindi meno di due mesi fa, anche se a pensarci adesso pare capitato in un altro tempo, oltre che in un altro luogo). Esso è incentrato su un’ipotesi che non ho paura a definire temeraria: quella secondo cui Pablo Neruda, poeta premio Nobel tra i più noti del ventesimo secolo (nonché probabilmente uno dei pochi che supererà la prova del tempo, essendo ancora adesso letto, commentato e citato, anche a sproposito), sia stato ucciso non dalle conseguenze nefaste di un cancro alla prostata, di cui per altro non aveva mai fatto mistero (anzi è lo stesso Ippolito a ricordare come, durante una festa in casa sua, Neruda disse ad uno dei suoi ospiti di complimentarsi con lui perché, e cito testualmente, era riuscito a pisciare), ma a causa di un’iniezione letale praticatagli nell’addome mentre era degente presso una clinica di Santiago, materialmente eseguita da mano ignota ma ordinata dal regime sanguinario di Augusto Pinochet, che aveva preso il potere con la violenza in Cile appena dodici giorni prima che il poeta morisse. Provvidenzialmente, verrebbe quasi da dire, visto che in quel breve lasso di tempo la dittatura non gli risparmiò un gran numero di dispiaceri, nonché un paio di perquisizioni, certo tutt’altro che cortesi.

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